L’ultima della geoingegneria: allagare i deserti per fermare il riscaldamento globale

Idea rischiosa ed è improbabile che funzioni. Le soluzioni ridurre le emissioni di gas serra esistono già

[13 novembre 2018]

Inondare un deserto grande la metà del Sahara utilizzando più di 900 trilioni di litri di acqua dell’oceano desalinizzata per creare milioni di micro-serbatoi da 1  acro quadrato (meno di mezzo ettaro) per far crescere abbastanza alghe da assorbire tutta la CO2 che sta provocando il cambiamento climatico, poi utilizzare la stessa acqua e le alghe morte come fertilizzante per far crescere una vasta nuova foresta di alberi che produca ossigeno. E’ il progetto di Y Combinator, una società di venture capital della Silicon Valley che vuole allagare il deserto ed è solo uno dei quattro scenari “moonshot” di geooignegneria che spera che vengano esplorati come potenziali rimedi a un riscaldamento globale catastrofico.

James Rainey su NBC News si chiede: «Ma funzionerebbe? E dovrebbe anche essere testrato?» A Y Combinator rispondono  che con un capitale illimitato e la volontà politica (che per ora non ci sono) questo fantascientifico e preoccupante programma «avrebbe la possibilità di ridurre i pericolosi livelli di gas serra».  Ormai la crisi climatica è diventata abbastanza grave da far sembrare ragionevoli le opzioni estreme, ma gli scienziati mettono in guardia contro progetti che potrebbero creare tanti (o più) problemi di quanti ne risolvono.

Greg Rau, un climatologo dell’università della California – Santa Cruz che fa parte del team che ha aiutato Y Combinator a creare le 4 proposte “moonshot”, tranquillizza: «Non vogliamo che ciò avvenga esclusivamente a scopo di lucro. Stiamo cercando di aiutare il pianeta, non solo per fare soldi. Quindi, prima abbiamo bisogno di questo tipo di ricerca e sviluppo, ma poi di supervisione e governance su come tutto ciò verrà implementato».

La proposta di Y Combinator nasce da una convinzione condivisa dalla maggioranza degli scienziati: oltre a tagliare le emissioni di CO2 dobbiamo cominciare a rimuovere dall’atmosfera i gas serra che hanno raggiunto già livelli pericolosi. Ma la stessa società di venture capital che sta cercando fondi per allagare il deserto e per altri 3 piani di geoingegneria estrema per ridurre i gas serra ammette che si tratta di una “soluzione” «rischiosa, non dimostrata e che è persino improbabile che funzioni».

Nonostante questo, il 33enne Sam Altman, presidente della Y Combinator – che si è rifiutato di dire quanti hanno deciso di finanziare il progetto di allagamento del deserto – prevede che nel 2019 la sua impresa finanzierà tre società che perseguiranno le soluzioni climatiche del “Pian B”.

Molti scienziati che studiano gli ecosistemi. i cambiamenti climatici e la bioingegneria  dicono che ulteriori studi sulla materia sono giustificati, ma aggiungono che ci sono  molte ragioni per cui le inondazioni del deserto non hanno probabilità di successo.

Y Combinator punta a riempire 1,7 milioni di acri di territori aridi con stagni profondi 2 metri  e lo presenta come «Il più grande progetto infrastrutturale mai intrapreso«. Solo per pompare l’acqua dell’oceano nell’entroterra statunitense e desalinizzarla richiederebbe una rete elettrica molto più estesa di quella che attualmente ricopre l’intero pianeta. Lynn Fenstermaker, del Desert Research Institute del Nevada, non nasconde la sua preoccupazione: «E’ un deserto per una ragione. Inondare il deserto e poi mantenere l’acqua lì, in un’area già povera di acqua, con tutta quell’evaporazione, è difficile da immaginare»

Y Combinator non nega l’entità della sfida. « Le economie di scala e le innovazioni nella scienza dei materiali e nelle tecnologie di costruzione saranno tutte necessarie per il suo successo».

Il problema è che per dar vita a questo sogno o incubo  ci vogliono almeno 50 trilioni di dollari, più o meno la metà di quanto produce economicamente il mondo in un anno e lo stesso Altman ha ammesso in un’intervista che perché il progetto possa diventare più realistico dovrebbe scendere a miliardi di dollari, allora anche i governi saranno disposti a pagare.

Henry Sun, un microbiologo del Desert Research Center, è terrorizzato dalle ricadute di questo progetto: «Molte specie sarebbero spazzate via da massicce alluvioni artificiali dei deserti – ha detto a NBC News – “La gente pensa che non ci sia nulla di valido nei deserti, ma questo è lontano dalla verità. Ci sono molte specie diverse e hanno bisogno del  deserto per sopravvivere. La maggior parte dei paesi del mondo metterebbero un limite prima di distruggere un habitat».

Anche Katherine Mackey, una climatologa dell’università della California – Irvine, mette in guardia: «Interferire con la natura può avere conseguenze inaspettate. L’Australia ha tempo fa tentato, e fallito, di combattere la sovrappopolazione delle specie autoctone introducendo creature alloctone» e porta il fomoso esempio dei rospi delle canne (Rhinella marina): «Furono introdotti nel 1935 per tenere sotto controllo i coleotteri  della canna da zucchero. Ma i rospi non potevano arrampicarsi sulle canne da zucchero. Così i coleotteri prosperarono, insieme ai loro nuovi vicini: una popolazione di rospi fuori controllo. Si dice che siamo intervenuti e abbiamo creato un problema con il riscaldamento globale, quindi interveniamo ulteriormente. Non è questa la cosa da fare. Non è così che risolvi il problema, sostituendolo con un altro problema».

Gli scienziati del clima sono convinti che gran parte delle soluzioni necessarie per limitare le nuove emissioni di gas serra e ridurre le attuali concentrazioni di CO2 esistano già: l’ecologista, imprenditore e giornalista Paul Hawken le ha catalogate nel suo progetto Drawdown e dice che «Prese tutte insieme, ridurrebbero le emissioni e sequestrerebbero abbastanza carbonio da andare oltre gli obiettivi stabiliti dai leader mondiali nell’Accordo di Parigi sul clima del 2015».

Tra i progetti di assorbimento di carbonio che richiederebbero poca o nessuna nuova tecnologia ci sono: creare nuove foreste in pascoli degradati, fattorie e altri terreni abbandonati; piantare alberi nei terreni coltivati e a pascolo per creare area per la silvopastorizia  terreni che assorbono molto più carbonio dei campi aperti; salvaguardare e ripristinare le torbiere e le zone umide che stoccano il carbonio a un tasso doppio di quello degli oceani.

Mathis Wackernagel, presidente del Global Footprint Network, un think tank californiano per lo sviluppo sostenibile, fa notare: «Ad esempio, penso che sia molto più facile rendere le nostre case meglio isolate e alimentate ad energia solare, piuttosto che allagare i deserti. Inoltre, da un punto di vista temporale, quanto rapidamente questa tecnologia sarà disponibile su vasta scala? Se vogliamo risolvere il problema del clima, perché non scommettere sulle cose facili?»

Altman ribatte che lui e Y Combinator sostengono e finanziano già companies della green energy. «Ma grandi riduzioni dei gas delle serre sono ancora necessarie e non sembrano arrivare abbastanza in fretta». Secondo la società di venture capital inondare i deserti potrebbe essere meno rischioso di un’altra soluzione sulla sua lista di proposte “moonshot”: fertilizzare gli oceani con enormi quantità di ferro o altri nutrienti per stimolare la crescita del fitoplancton mangia-CO2. «Rispetto alla semina del fitoplancton oceanico – dicono a Y Combinator . farlo in dei  bacini del deserto riduce il rischio sistemico e l’esposizione dell’ecosistema marino alla nostra diffusa ingerenza. La finestra per soluzioni semplici è già chiusa. Non fare nulla è un suicidio garantito». Altman aggiunge: «Tutta questa roba è spaventosa. Tuttavia, anche il riscaldamento globale in corsa lungo una strada dove tutti moriremo è piuttosto spaventoso … Niente di tutto questo è dove vorremmo essere. Ma eccoci qui».

Gli ambientalisti e gli scienziati intervistati da NBC News hanno detto che è giustificato studiare soluzioni di vasta portata, almeno fino a che governi e finanziatori non si concentreranno su altre soluzioni. Armond Cohen, direttore esecutivo della Clean Air Task Force, un think tank che fa lobbyng per l’energia pulita, conclude: «La mia preoccupazione è che Silicon Valley sia molto entusiasta di questi moonshots, quando forse quello di cui abbiamo bisogno è uno stormo di Boeing 737. E di farlo in un ciclo di sviluppo di 10 – 15 anni, non uno che richiede 30 anni».