Multinazionali e clima, an inconvenient truth: fanno grandi promesse ma non le mantengono

«Fondamentalmente, il capitalismo sostenibile è un ossimoro»

[29 novembre 2017]

In soli due secoli di sviluppo industriale, abbiamo cambiato la chimica dell’atmosfera e degli oceani, con conseguenze che potranno essere – e in parte lo sono già – devastanti e il cambiamento climatico è ormai diventato la più grande delle sfide che l’umanità deve affrontare. Anche alla recente 23esima Conferenza delle parti Unfcccc di Bonn le grandi imprese sono state al centro di questa sfida, visto che sono loro sia a   produrre gran parte delle emissioni di gas serra che le tecnologie che servono a de carbonizzare le nostre economie intossicate da un modello di sviluppo e consumi in gran parte imposto da multinazionali, banche e miliardari.

Ora lo studio “An Inconvenient Truth: How Organizations Translate Climate Change into Business as Usual”, pubblicato sull’Academy of Management Journal dall’australiano Christopher Wright dell’università di Sydney e dal britannico Daniel Nyberg dell’università di Newcastle esamina come le imprese rispondono ai cambiamenti climatici partendo da  5 studi approfonditi sulle principali compagnie australiane per un periodo di 10 anni (2005 – 2015). Wright e Nyberg hanno sviluppato un modello solido che spiega come l’importazione rivoluzionaria delle grandi sfide climatiche, ambientali e sociali venga  trasformata in preoccupazioni banali e confortevoli di “business as usual”.

Insomma, la nuova e tanto strombazzata era del capitalismo sostenibile che promette progressi risolutivi nelle energie rinnovabili e la nascita di una generazione di magnati socialmente consapevoli che cambieranno radicalmente un sistema economico dipendente dai combustibili fossili è molta propaganda e poca realtà, Secondo lo studio,diverse big companies che avevano annunciato ambiziosi obiettivi di sostenibilità hanno fatto marcia indietro appena i loro profitti o sono cambiati i top executives che avevano preso quegli impegni.

Lo studio ha monitorato 5 grandi imprese australiane che operano nei settori dell’energia, manufatturiero, finanza, assicurazioni e media, con forza lavoro che varia dai 1.500 a 36.000 dipendenti, esaminando report aziendali, comunicati stampa e dichiarazioni politiche e intervistando più di 70 senior manager, ne è venuto fuori che durante questo decennio queste imprese .hanno adottato con molto clamore mediatico delle politiche climatiche progressive, per poi ridimensionare fortemente questi sforzi negli anni successivi.

Dai risultati dello studio emerge che non si può fare affidamento sulle forze del mercato per combattere i cambiamenti climatici e che i pericoli legati al fatto che la politica climatica delle compagnie risponde prima di tutto agli interessi finanziari degli azionisti. Quindi, i cambiamenti sistemici dei quali, secondo gli scienziati, c’è bisogno per evitare i peggiori effetti del global warming richiederanno un massiccio intervento pubblico e forti normative imposte dai governi. Wright, che insegna  all’ University of Sydney Business School, ha spiegato: «C’è così tanta pubblicità sulle buone azioni delle corporations, le corporations ci salveranno. Questo è così in disaccordo con la realtà da essere  piuttosto spaventoso».

Wright e Nyberg hanno identificato tre fasi distinte comuni a tutte le imprese che hanno studiato: inquadrare , localizzare e normalizzazione,  nella prima fase, le aziende definiscono il quadro o il business case per l’azione climatica. Nel farlo, annunciano iniziative audaci utilizzando parole come “innovazione”, “opportunità”, “leadership” e “risultati vantaggiosi per entrambe le parti”, evitando termini più negativi come “regolamentazione” e “sacrifici”. Le nuove politiche previste includono schemi di carbon pricing interni, investimenti nelle energie rinnovabili o l’avvio di iniziative per ridurre le emissioni di gas serra.

La seconda fase prevede la localizzazione del problema con misure per ridurre il consumo energetico, iniziare a utilizzare prodotti e servizi “verdi” e promuovere la necessità di un’azione climatica. Il che comprende, all’interno dell’impresa, impianti di retrofitting con illuminazione a risparmio energetico e la creazione di nuove figure professionali come il responsabile della sostenibilità per controllare i progressi fatti.  Sono programmi come questi ad aver spinto grandi multinazionali, come i giganti del petrolio Exxon Mobil e Shell, che per anni avevano negato l’esistenza del cambiamento climatico, a sostenere nel 2015 l’Accordo di Parigi sul clima.

Ma nella terza fase questi progressi e belle intenzioni cominciano a sgretolarsi e si passa alla normalizzazione: le iniziative sui cambiamenti climatici svengono concluse e ad avere nuovamente la priorità sono le preoccupazioni di mercato. Durante questo periodo, azionisti, analisti finanziari o manager  fanno pressioni sulla compagnia perché riduca le “costose” iniziative climatiche e persegua le nuove opportunità commerciali legate ai combustibili fossili, come il fracking o il greggio delle sabbie bituminose.  Ma anche la politica ha svolto un ruolo negativo: i governi conservatori australiani hanno rottamato le politiche di laburisti e verdi di lotta ai cambiamenti climatici e sono passati a quelle a favore di una maggiore estrazione di combustibili fossili. Lo studio fa notare che questa inversione tendenza delle grandi compagnie assume spesso l’aspetto di un uovo amministratore delegato che promuove il “ritorno ai principi fondamentali”. In un’intervista, un senior manager di una compagnia assicurativa  riassume così questo fenomeno: «Guarda, è stata una cosa carina avere un buon tempo, ma ora siamo in momenti difficili. Torniamo alle cose fondamentali».

E i dati recenti sembrano confermare i risultati dello studio: nel 2017 le emissioni di CO2 da combustibili fossili hanno raggiunto il massimo storico dopo tre anni di stallo e sono in  aumento anche le emissioni di metano e protossido di azoto,  gas serra da 30 e 300 volte più potenti della CO2. Uno studio pubblicato a ottobre da CDP, un investitore verde non profit, ha scoperto che intanto le grandi compagnie stanno facendo solo il  31% di quel che sarebbe davvero necessario per ridurre le loro emissioni e per contribuire a impedire al riscaldamento globale di oltrepassare il punto in cui il cambiamento climatico diventerà ingestibile.  Wright spiega impietosamente: «Sono di fronte a cambiamenti economici sistemici. Quindi, data questa scala, forse  non sorprende che ci sia stata così poca azione. Infatti, affrontare i cambiamenti climatici richiederebbe  un ripensamento completo delle teorie economiche che per decenni che hanno dominato la politica nei Paesi sviluppati per decenni. Negli anni ’80, i governi conservatori guidati dal presidente Ronald Reagan e dal primo ministro britannico Margaret Thatcher hanno spinto per una deregulation aggressiva con l’auspicio che, liberate dalle alte tasse e dai lacci del  dominio della burocrazia, le companies e le persone facoltose avrebbero diffuso le loro fortune sotto forma di creazione di posti di lavoro e investimenti. Un decennio dopo, negli anni ’90, il presidente Bill Clinton, un democratico, adottò uno scetticismo simile sul ruolo dello stato. Il concetto, che favorisce un intervento statale limitato e una privatizzazione diffusa, è chiamato neoliberismo. Dobbiamo ripensare l’intero modo in cui stiamo consegnando il futuro delle nostre società ai mercati e alle corporations. Alla fine degli anni ’80 e ’90,  c’era un consenso sul fatto che si dovesse fare così. Sfortunatamente è l’esatto opposto».

Eppure gli interessi delle multinazionali hanno un grande spazio e una grande audience alle Cop Unfccc: a Bonn l’Ucraina ha  presentato  una proposta per fare in modo che alcuni dei più grandi inquinatori del mondo partecipino alle definizione dell’applicazione dell’Accordo di Parigi e gli Usa di Trump – che dall’Accordo di Parigi vogliono uscire – hanno chiesto un aumento del consumo di carbone e combustibili fossili e hanno sostenuto  la proposta dell’Ucraina scritta sotto dettatura delle multinazionali fossili.

A marzo, i Paesi in via di sviluppo, che comprendono le nazioni più vulnerabili all’innalzamento del livello del mare, avevano chiesto un nuovo regolamento delle Cop Unfccc per limitare l’influenza dei lobbisti delle multinazionali sulle delegazioni dei Paesi ricchi e Chebet Maikut, un delegato dell’Uganda alla Cop23 Unfccc di Bonn aveva detto al New York Times:  »Queste corporation sono così potenti. Abbiamo bisogno di un regolamento più forte».

Ma regole più forti sono il contrario della rivoluzione neoliberista e questa contraddizione riguarda anche  colossi che puntano a essere più ecocompatibili come  Walmart che a febbraio ha dichiarato di «essere  sulla buona strada per combattere i cambiamenti climatici, Ma, come fa notare
Alexander C. Kaufman, redattore business & environment dell’HuffPost, «Eppure il gigante del commercio si rifiuta di aggiungere un ambientalista al suo consiglio di amministrazione, insistendo sul fatto che la fondazione del patriarcale e miliardaria famiglia Walton lo qualifica come esperto. Applle – che ha assunto Lisa Jackson come responsabile della sostenibilità dopo che aveva lavorato come amministratrice dell’ Environmental protection agency durante il primo mandato del presidente Barack Obama – a giugno ha emesso un prestito di 1 miliardo di dollari, promettendo di diventare una delle corporations più verdi. Ma, battendosi per  vietare ai suoi clienti di riparare i loro dispositivi, il produttore dell’iPhone contribuisce al problema per i rifiuti elettronici in continua crescita. Questo mese, i titani finanziari JPMorgan Chase e BlackRock hanno partecipato ai colloqui [della Cop23 Unfccc]  per chiedere un’azione più aggressiva sui cambiamenti climatici, ma continuano a finanziare le trivellazioni petrolifere nella foresta pluviale amazzonica» e aggiunge: «Fondamentalmente, il capitalismo sostenibile è un ossimoro»

Wright conclude: «Il messaggio delle multinazionali sembra essere quello di ribattere il tamburo dei mercati e della tecnologia e di non fare certamente menzione di regolamenti coercitivi o di leggi che limitino quello che fanno. Se mai, si tratterebbe di dar loro spazio per autoregolarsi, il che si adatta di nuovo alla fede  neoliberista. Sono pessimista per il futuro».