Naomi Klein: «Il capitalismo contro il clima». L’ipocrisia “verde” del Big Business

[23 settembre 2014]

Vi proponiamo un estratto di “This Changes Everything: Capitalism vs The Climate” l’ultimo libro di Naomi Klein, appena uscito nei Paesi di lingua inglese, che sta già facendo discutere molto. Questa è la versione tradotta del sunto apparso su The Guardian ed altri giornali.

Ho negato il cambiamento climatico più a lungo di quanto mi piaccia ammettere. Sicuro, sapevo che stesse accadendo, ma ero rimasta  piuttosto vaga sui dettagli ed avevo solo scremato la maggior parte delle notizie. Mi sono detta che la scienza era troppo complicata e che era una cosa da ambientalisti. E ho continuato a comportarmi come se non ci fosse niente di sbagliato nella shiny card nel mio portafoglio che attesta il mio stato di frequent-flyer “elite”.

Molti di noi sono impegnati in questo tipo di rifiuto. Diamo uno sguardo per una frazione di secondo e poi guardiamo lontano. O forse guardiamo davvero, ma poi ce ne dimentichiamo. Ci impegniamo in questa strana forma di amnesia ecologica “on-again-off-again” per motivi perfettamente razionali. Neghiamo perché temiamo che prendendo atto della piena realtà di questa crisi cambierà tutto.

E abbiamo ragione. Se continuiamo sulla nostra attuale strada di permettere alle emissioni di crescere anno dopo anno, le principali città annegheranno, antiche culture saranno inghiottite dai mari; i nostri figli trascorreranno gran parte della loro vita in fuga ed a recuperare dalle tempeste feroci e dalle siccità estreme. Eppure continuiamo uguale a prima

Cosa c’è di sbagliato in noi? Penso che la risposta sia molto più semplice di quanto molti ci hanno portato a credere: non abbiamo fatto le cose necessarie per ridurre le emissioni, perché quelle cose sono fondamentalmente in conflitto con il capitalismo deregolamentato, l’ideologia regnante per l’intero periodo nel quale abbiamo faticato a trovare una via d’uscita di questa crisi. Siamo bloccati, perché le azioni che ci darebbero la migliore possibilità di evitare la catastrofe – e di beneficio per la stragrande maggioranza – minacciano una elite minoritaria che ha una stretta mortale sulla nostra economia, sul processo politico e mediatico.

Questo problema avrebbe potuto non essere stato insormontabile se si fosse stata presentata ad un altro punto della nostra storia. Ma è la nostra disgrazia collettiva che i governi e gli scienziati hanno cominciato a parlare seriamente di tagli radicali alle emissioni di gas serra nel 1988: l’anno esatto che ha segnato l’alba della  “globalizzazione”. I numeri sono impressionanti: negli anni ’90, il progetto di integrazione del mercato era rampante, le emissioni globali salivano in media dell’1% all’anno; dagli anni 2000, con “mercati emergenti” come la Cina pienamente integrati nell’economia mondiale, la crescita delle emissioni ha accelerato disastrosamente, raggiungendo il 3,4% all’anno. Questo rapido tasso di crescita ha continuato, interrotto solo brevemente, nel 2009 dalla crisi finanziaria mondiale. Quello di cui ha bisogno ora il clima è una contrazione dell’utilizzo delle risorse da parte dell’umanità; ma quello che richiede il nostro modello economico è una sua sfrenata espansione. Solo uno di questi insiemi di regole può essere cambiato e non sono le leggi della natura.

Quello che mi preoccupa soprattutto non sono gli studi spaventosi sullo scioglimento dei ghiacciai, che sono tra quelli che solitamente ho evitato. Si tratta dei libri che ho letto al mio bambino di due anni. Looking For A Moose è uno dei suoi preferiti. Tratta di un gruppo di ragazzi che vogliono davvero vedere un alce. Cercano su e giù, attraverso una foresta, una palude, nei cespugli, nel Brambly e su una montagna. (Lo scherzo è che ci sono alci che si nascondono in ogni pagina.) Alla fine, gli animali escono tutti e i ragazzi estasiati esclamano: “Non abbiamo mai visto così tanti alci!” Circa alla 75esima volta che lo leggevo,  improvvisamente mi ha colpito una cosa: lui  potrebbe non  vedere mai un alce. Sono andata al mio computer e cominciai a scrivere dei miei tempi nord Alberta, in Canada, il paese delle sabbie bituminose, dove i membri della Beaver Lake Cree Nation  mi hanno raccontato come erano cambiate le alci. Una donna ne aveva ucciso una in  una battuta di caccia, solo per scoprire che la carne era diventata  verde. Ho sentito parlare molto di tumori strani, che i locali presumono abbiano a che fare con gli animali e l’acqua potabile contaminata dalle tossine delle tar sand. Ma soprattutto ho sentito parlare di come le alci fossero  semplicemente sparite. E non solo nell’Alberta.  “I rapidi cambiamenti stanno trasformando i North Woods in un cimitero per alci” si leggeva in un titolo del maggio 2012  su Scientific American. Un anno e mezzo dopo, il New York Times riportava che una delle due popolazioni di alci del Minnesota era scesa da 4.000 degli anni ’90 ad appena 100. Il mio figlio potrà mai vedere un alce?

Nel nostro desiderio di affrontare il cambiamento climatico senza mettere in discussione la logica della crescita, siamo stati ansiosi di guardare come salvatori sia alla tecnologia che al  mercato. E i celebri miliardari di tutto il mondo sono stati felici di fare la loro parte.

Nella sua autobiografia/manifesto della business new age, Screw It, Let’s Do It, Richard Branson  ha condiviso la sua storia interiore lungo la via di Damasco della conversione alla lotta contro il cambiamento climatico. Era il 2006 e Al Gore, in tour con  An Inconvenient Truth  è andato a  casa del miliardario per far colpo su di lui i pericoli del global warming. “E ‘stata una bella esperienza . scrive Branson – Mentre ascoltavo Gore, ho visto che stavamo guardando l’Armageddon”.

Raccontato questo, dice che la sua prima mossa fu quella di convocare Will Whitehorn, allora direttore corporate e  brand development  del Virgin Group.”Abbiamo preso la decisione di cambiare il modo in cui Virgin opera a livello aziendale e globale. Abbiamo chiamato questo nuovo approccio Gaia Capitalism in onore di James Lovelock e della sua rivoluzionaria visione scientifica “(quella che la Terra è” un unico grande organismo vivente”). Non solo Gaia Capitalism “aiuterà la Virgin a fare una reale differenza nel prossimo decennio ed a  non vergognarsi di fare soldi allo stesso tempo”, ma Branson crede di poter arrivare ad “un nuovo modo di fare business a livello globale”.

Prima della fine dell’anno era sulla piazza, era pronto a fare la sua grande entrata in scena green (e lui sa come fare un ingresso: con il paracadute, in  jetski, un Kitesail con una modella nuda aggrappata alla sua schiena). Al metting annuale della Clinton Global Initiative del 2006 a New York, l’evento alla massima potenza nel calendario filantropico, Branson promise di spendere 3 miliardi di dollari nel successivo decennio per sviluppare biocarburanti come alternativa al petrolio e al gas ed altre tecnologie per combattere il cambiamento climatico . La somma da sola era sconcertante, ma la parte più elegante era il luogo dove il denaro sarebbe arrivato: Branson avrebbe dirottato i fondi prodotti dal combustibile fossile bruciato dalle linee di trasporto della Virgin. In breve, voleva volontariamente fare esattamente ciò che i nostri governi sono stati disposti a legiferare: incanalare i profitti guadagnati dal riscaldamento del pianeta nella costosa transizione per allontanarsi da queste fonti di energia pericolose. Bill Clinton rimase abbagliato, definendolo “ground-breaking”. Ma Branson non aveva finito: un anno dopo, se ne uscì di nuovo con la  Virgin Earth Challenge, un premio di 25 milioni di dollari per il primo inventore che riuscisse a capire come sequestrare un miliardo di tonnellate di carbonio all’anno dall’aria “senza compensazione deglieffetti nocivi”. E la parte migliore, disse, è che se questi geni concorrenti decifreranno il codice di carbonio, lo scenario “‘morte e distruzione’ svanirà e potremo continuare a vivere la nostra vita in un modo abbastanza normale. Saremo in grado di guidare le nostre auto, volare sui nostri aeroplani”.  L’idea è che si possa risolvere la crisi climatica senza dover cambiare i nostri stili di vita – non certo prendendo un minor numero di voli Virgin – sembrava il presupposto di fondo di tutte le iniziative di Branson. Nel 2009, ha lanciato la Carbon War Room, un gruppo industriale alla ricerca di modi in cui diversi settori potrebbero ridurre volontariamente le loro emissioni, e risparmiare denaro nel procedimento. Per molti verdi mainstream, Branson sembrava un sogno che si avvera: uno caro ai media che mostra al mondo che le fossil fuel-intensive companies possono aprire la strada verso un futuro verde, con il profitto come strumento più potente.

Anche Bill Gates e l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg hanno utilizzato la loro filantropia aggressiva per modellare le soluzioni climatiche, l’ultimo con grandi donazioni a gruppi verdi come l’Environmental Defense Fun, e con le politiche climatiche presumibilmente illuminate che ha introdotto come sindaco. Ma mentre parlava di  good game con carbon bubbles e stranded assets,  Bloomberg non ha fatto alcun tentativo visibile di gestire la sua  grande ricchezza in un modo che riflettesse queste preoccupazioni. In realtà, ha contribuito a mettere su la Willett Advisors, una società specializzata in assets  di petrolio e gas, sia con le sue proprietà personali che filantropiche. Questi gas assets sono aumentati di valore come risultato delle sue donazioni ambientali, quelle con le quali, per esempio, difendendo il gas ha fatto rimpiazzare il carbone a Edf. Forse non c’è alcun collegamento tra le sue priorità filantropiche e la sua decisione di affidare la sua fortuna al settore petrolifero e gasiero. Ma queste scelte di investimento sollevano domande scomode sul suo status di eroe climatico, così come sulla sua  nomina nel 2014 a inviato speciale dell’Onu per le città e il cambiamento climatico (domande alle quali Bloomberg non ha risposto, nonostante le mie ripetute richieste).

Gates ha un firewall simile tra la bocca e il denaro. Sebbene professi una grande preoccupazione per il cambiamento climatico, la Gates Foundation  a partire dal dicembre 2013 ha investito  almeno 1,2 miliardi di dollari nei giganti del petrolio BP e ExxonMobil, e questi sono solo l’inizio delle sue partecipazioni ai combustibili fossili. Quando ha avuto la sua epifania sul cambiamento climatico, anche lui, ha iniziato la corsa verso una pallottola d’argento tecno-fix, senza fermarsi a pensare se fosse praticabile, se fosse economicamente impegnativo, rispondere qui e ora. In Ted talks, op-eds, interviste e nelle sue lettere annuali, Gates ripete il suo appello ai governi perché aumentino massicciamente la spesa in ricerca e sviluppo, con l’obiettivo di scoprire “miracoli energetici”. Per i miracoli, intende reattori nucleari che devono ancora essere inventati (è un importante investitore e presidente della startup nucleate TerraPowewer) macchine per risucchiare il carbonio dall’atmosfera (è uil principale investitore in almeno uno di questi prototipi) e la manipolazione diretta del cima (Gates ha speso milioni di finanziamento della ricerca in sistemi per bloccare il sole, e il suo nome è su diversi brevetti hurricane-suppression). Allo stesso tempo, è stato sprezzante sul potenziale delle tecnologie rinnovabili esistenti, ha liquidato soluzioni energetiche come l’energia solare sul tetto come “carine” e “non economiche” (queste tecnologie simpatiche  forniscono già il 25% dell’elettricità in Germania).

Quasi un decennio dopo l’epifania di Branson, mi sembra un buon momento per fare un check-in della  ​​crociata “win-win”. Cominciamo con il suo “fermo impegno” a spendere 3 miliardi di dollari in più di un decennio per lo sviluppo di un carburante miracolo. Con la prima tranche di denaro che ha dirottato dalle sue divisioni di trasporto ha lanciato la Virgin Fuels (successivamente sostituita dalla società private equity Virgin Green Fund ). Ha iniziato investendo in vari bisiness di agrocombustibili, inclusa una scommessa da 130 milioni di dollari sull’etanolo di mais. Virgin ha attaccato il suo nome a diversi progetti pilota di biocarburanti:  uno per estrarre carburante dagli  alberi di eucalipto, un altro dai gas di fermentazione dei rifiut, anche se non lo ha fatto in qualità di investitore. Ma Branson ammette il carburante miracoloso “non è stato ancora inventato” e il fondo da allora ha spostato la sua attenzione su una grab-bag di prodotti tinti di verdi. Diversificare le sue partecipazioni per ottenere un pezzo al green market difficilmente sembrerebbe meritare la fanfara ispirata dall’annuncio originale di Branson, tanto più che gli investimenti sono stati così insignificanti. Se avesse voluto realizzare il suo impegno da 3 miliardi di dollari entro il 2016, a questo punto avrebbe dovuto aver già speso almeno 2 miliardi. Non ci è nemmeno andato vicino. Secondo il partner di Virgin Green Fund Evan Lovell, Virgin ha messo sul piatto solo con circa 100 milioni di dollari, sopra all’investimento iniziale sull’etanolo, il che porta l’investimento di Branson ad un totale di circa 230 milioni di dollari. (Lovell ha confermato che “noi siamo il principale veicolo” per la promessa di Branson).

Branson si è rifiutato di rispondere alle mie domande dirette su quanto aveva speso, scrivendomi che “è molto difficile quantificare l’importo totale … di tutto il Gruppo”. Ora si riferisce al suo originario “impegno”,  come ad un “gesto”. Nel 2009, ha detto alla rivista Wired, “in un certo senso, che si tratti di 2 miliardi di dollari, 3 miliardi di dollari o 4 miliardi non è particolarmente rilevante”. Quando la deadline stava arrivando, mi ha detto, “ho il sospetto che attualmente sarà meno di un miliardo di dollari” e ha dato la colpa del deficit un po’ a tutto, dai prezzi elevati del petrolio alla crisi finanziaria globale: “Il mondo era molto diverso nel 2006 … Negli In ultimi otto anni, le nostre compagnie aeree hanno perso centinaia di milioni di dollari”.

Alla luce delle spiegazioni di questo fallimento, vale la pena di guardare ad alcune delle cose per le quali Branson non è riuscito a trovare i soldi. Nel 2007, un anno dopo aver visto la luce climatica, ha lanciato la compagnia aerea nazionale Virgin America. Da 40 voli al giorno per cinque destinazioni nel suo primo anno, ha raggiunto 177 voli al giorno verso 23 destinazioni nel 2013. Nello stesso periodo, i passeggeri delle compagnie aeree australiane della Virgin sono passati o da 15 milioni nel 2007 a 19 milioni nel 2012. Nel 2009, Branson ha lanciato una nuova compagnia aerea a lungo raggio, Virgin Australia; nell’aprile 2013 è arrivata Little Red, una compagnia aerea nazionale britannica. Quindi, questo è ciò che ha fatto dopo il suo impegno sul cambiamento climatico: ha avviato una baldoria di appalti  che hanno visto le emissioni di gas serra delle sue compagnie aeree salire di circa il 40%. E non ci sono solo gli aerei: Branson ha presentato la Virgin Racing per competere in Formula Uno, ( ha sostenuto di essere entrato nello sport solo perché ha visto l’opportunità di renderlo più verde, ma presto ha perso interesse) ed ha investito pesantemente nella Virgin Galactic, il suo sogno di lanciare i voli commerciali nello spazio, per 250.000 a passeggero. Secondo Fortune, entro l’inizio del 2013 Branson aveva speso “più di 200 milioni di dollari” in questo vanitoso progetto. Si può sostenere – e alcuni lo fanno – che il salvatore personale del pianeta Branson sia un tentativo elaborato per evitare il tipo di intervento normativo dura che era all’orizzonte quando ha avuto la sua conversione verde. Nel 2006, la preoccupazione dell’opinione pubblica per il cambiamento climatico stava crescendo drammaticamente, soprattutto nel Regno Unito, dove i giovani attivisti facevano coraggiose azioni dirette per opporsi ai nuovi aeroporti, così come alla nuova pista proposto a Heathrow. Allo stesso tempo, il governo britannico stava prendendo in considerazione una grossa legge che avrebbe colpito il settore delle linee aeree; Gordon Brown, allora cancelliere, aveva cercato di scoraggiare i voli con un aumento marginale delle tasse sui passeggeri. Queste misure rappresentavano una minaccia significativa per i margini di profitto di Branson.

Quindi, la reinvenzione di Branson, da demolitore del pianeta a volontario con sensi di colpa per risolvere la crisi climatica, è stata poco più di un cinico stratagemma? Tutto ad un tratto, si poteva stare bene e volare di nuovo: dopo tutto, i profitti di quel biglietto per Barbados stavano aiutando  a scoprire un miracoloso combustibile verde. Era un detergente della coscienza ancora più efficace della compensazione del carbonio (anche se Virgin ha venduto anche quelle). Per quanto riguarda i regolamenti e le tasse, chi vorrebbe ostacolare una compagnia aerea che sta sostenendo una buona causa? Questo è sempre stato l’argomento di Branson: “Se tiene fuori l’industria, come nazione non ce la faremo, non hanno risorse per arrivare alle soluzioni di energia pulita delle quali abbiamo bisogno”. È interessante notare che il discorso green si è fatto meno loquace da quando David Cameron è salito al potere e ha chiarito che le imprese basate su combustibili fossili non affronteranno  nessuna seria minaccia di regolamenti climatici.

C’è una interpretazione più caritatevole su ciò che è andato storto. Questo garantirebbe a Branson il suo amore per la natura (sia di guardare gli uccelli tropicali sulla sua isola privata o in mongolfiera sopra il Himalaya) e lo accrediterebbe come uno che sta veramente cercando di capire il modo di conciliare la corsa del carbon-intensive businesses con il desiderio di aiutare rallentare l’estinzione delle specie ed a scongiurare il caos climatico. Si tratterebbe di riconoscere anche che ha ideato alcuni meccanismi creativi per cercare profitti da incanalare in progetti che potrebbero aiutare a mantenere il pianeta freddo. Ma se gli concediamo questi buoni propositi, poi il  fatto che tutti questi progetti non sono riusciti a produrre risultati è molto  più rilevante. E’ partito per sfruttare il profitto per risolvere la crisi ma, più e più volte, le esigenze di costruire  un impero di successo ha sostituito l’imperativo climatico

L’idea che solo il capitalismo possa salvare il mondo da una crisi che ha creato non è più una teoria astratta; si tratta di un’ipotesi che è stato testata nel mondo reale. Possiamo ora guardare con durezza ai risultati: i prodotti verdi spostati sul retro degli scaffali dei supermercati ai primi segni di recessione; i venture capitalist che avrebbero dovuto finanziare la parata dell’innovazione, ma sono andati poco lontano; il boom-and-bust del carbon market infestato dalle frodi e che non è riuscito a ridurre le emissioni. E, soprattutto, i  miliardari che dovevano inventare una nuova forma di capitalismo illuminato, ma hanno deciso, ripensandoci, che il vecchio era troppo redditizio per arrendersi.

Ad un certo punto circa 7 anni fa, ho realizzato di essere convinta che eravamo diretti verso un triste collasso ecologico e che stavo perdendo la mia capacità di godermi il tempo nella natura. L’esperienza più bella è che mi sentii a lutto per questa perdita, come qualcuna che non è grado di essere completamente innamorata perché non può smettere di immaginare l’inevitabile crepacuore. Affacciata sulla Sunshine Coast della British Columbia, in una baia dell’oceano brulicante di vita, me la sono immaginata improvvisamente sterile:  aquile, aironi, foche e lontre, tutto finito. E’ peggiorato dopo che ho coperto lo sversamento della BP del 2010 nel Golfo del Messico: dopo, per due anni, non riuscivo a guardare in qualsiasi specchio d’acqua senza  immaginarlo coperto di petroli.

Questo tipo di disperazione ecologica è stata una grande parte del motivo per cui ho resistito ad avere figli fino alla mia fine dei miei 30 anni. E ‘stato nel periodo in cui ho cominciato a lavorare al  mio libro che il mio atteggiamento è cominciato a cambiare. Qualcuna,  senza dubbio, erano le domande negative standard (che importa  fare un altro figlio?). Ma era dovuto al fatto che immergendomi nel movimento internazionale sul clima mi aveva aiutato a immaginare vari futuri che erano decisamente meno desolanti. E sono stata fortunata: incinta al primo mese che abbiamo iniziato a provarci.  . Ma poi, altrettanto velocemente, la mia fortuna se n’è andata. Un aborto spontaneo. Un tumore ovarico. La paura del cancro. Chirurgia. Mese dopo mese di deludenti singole linee rosa sui test di gravidanza. Un altro aborto spontaneo.

E così è successo che i cinque anni che ci sono voluti per scrivere il mio libro sono stati gli stessi anni in cui la mia vita personale è stata occupata da interventi farmaceutici e tecnologici falliti e, all’ultimo, dalla gravidanza e dalla nuova maternità. Ho provato, in un primo momento, a mantenere separati questi percorsi  paralleli, ma non ha funzionato sempre. La parte peggiore era l’invocazione incessante delle nostre responsabilità per i “nostri figli”. Sapevo che queste espressioni erano sentite e non volevano essere escludenti, ma non ho potuto fare a meno sentirmi  chiusa fuori. Ma lungo la strada, quella sensazione cambiata. Non è che sono entrata in contatto con la mia Madre Terra interiore; è che ho iniziato a notare che se la Terra è davvero nostra madre, poi è una madre che è di fronte a un gran numero di sfide di per la sua fertilità. Non avevo idea di essere incinta quando sono andato in Louisiana per coprire lo sversamento della BP. Però, pochi giorni dopo sono tornata a casa, potevo  dire che qualcosa non andava e ho fatto un test di gravidanza. Due linee questa volta, ma la seconda stranamente debole. “Non si può essere solo un po’ incinta”, dice il proverbio. Eppure questo era ciò che mi sembrava di essere. Dopo altri test, il mio medico mi ha detto che i miei livelli ormonali erano troppo bassi e probabilmente era meglio abortire, per la terza volta. La mia mente tornò al Golfo: I fumi tossici che avevo inalato per giorni e l’acqua contaminata che avevo guadato. Ho fatto ricerche sulle sostanze chimiche che la BP stava usando in quantità enormi, e ho trovato mucchi di  online chatter  che le collegano agli aborti spontanei. Qualunque cosa stesse succedendo, non avevo dubbi che fosse opera mia. Dopo una settimana di monitoraggio, mi hanno diagnosticato una gravidanza extrauterina: l’embrione si era impiantato al di fuori dell’utero, più probabilmente in  una tuba di Falloppio. Sono stata ricoverata al pronto soccorso. Il trattamento abbastanza inquietante è a base di iniezioni di metotrexato, un farmaco usato in chemioterapia per arrestare lo sviluppo delle cellule (e che porta molti degli effetti collaterali). Una volta che lo sviluppo fetale si è fermato, la gravidanza può interrompersi, ma può richiedere settimane. E ‘stata una dura, estenuante perdita per me e mio marito. Ma era anche un sollievo apprendere che l’aborto spontaneo non aveva nulla a che fare con il Golfo. Sapendolo però mi ha fatto pensare un po’ diversamente sul  periodo in cui ho coperto  la fuoriuscita.  Mentre aspettavo di “risolvere” la gravidanza, ho pensato, in particolare, durante una lunga giornata trascorsa sulla Flounder Pounder, una barca che un gruppo di noi aveva noleggiato per cercare le prove che il petrolio era penetrato nelle paludi.

La nostra guida era Jonathan Henderson di Gulf Restoration Network, un’eroica organizzazione locale dedita a riparare il danno fatto alle zone umide dall’industria petrolifera e del gas. Mentre navigavamo negli stretti rami paludosi del Delta del Mississippi, Henderson si sporse molto su un lato per guardare meglio l’erba verde. La cosa che lo preoccupava di più non era quello che stavamo vedendo tutti: il pesce che saltava nell’acqua sporca, le canne di Roseau coperte di petrolio, ma qualcosa di molto più difficile da rilevare, senza un microscopio e provette. La primavera sulla costa del Golfo è l’inizio della stagione riproduttiva e Henderson sapeva che queste paludi pullulavano di zooplancton quasi invisibile e di minuscole larve che si sarebbe sviluppata in gamberetti, ostriche, granchi e pesci adulti. In queste settimane fragili, l’erba di palude funge da incubatore acquatico, fornendo sostanze nutritive e protezione dai predatori. “Tutto è nato in queste zone umide”, ha detto.

Le prospettive per queste creature microscopiche non erano buone. Ogni onda portava più petrolio e disperdenti, facendo schizzare in alto i livelli degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) cancerogeni. E questo stava accadendo nel momento peggiore possibile del  calendario biologico: non solo frutti di mare, ma anche tonno rosso, cernie, dentici, sgombri, marlin e pesci spada avevano deposto tutti le delle uova. In mezzo al mare aperto, le nuvole fluttuanti di proto-vita traslucida erano solo in attesa che  uno degli innumerevoli pennacchi di petrolio e disperdenti le attraversasse come un angelo della morte. A differenza dei pellicani e delle tartarughe marine rivestite di petrolio, queste morti non attiravano nessuna attenzione dei media, proprio come andavano conteggiate nelle valutazioni ufficiali dei danni della fuoriuscita. Se una certa specie di larva entra nella fase di scomparsa, allora probabilmente non la troveremo  più per anni, e poi, invece che qualche camera pronta sul die-off, ci sarebbe essere solo… niente. L’assenza. Un buco nel ciclo di vita.

Mentre la nostra barca dondolava in quel terribile posto – il cielo brulicante di elicotteri Black Hawk e di egrette bianche come la neve – ho avuto la netta sensazione che eravamo sospesi non nell’acqua ma nel liquido amniotico, immersi in una massiccio aborto multi-specie. Quando ho saputo che anch’io, ero nelle prime fasi della creazione di un embrione sfortunato, ho iniziato a pensare a quel tempo nella palude come il mio aborto spontaneo all’interno di un aborto spontaneo. E’ stato allora che ho abbandonato l’idea che l’infertilità mi avesse dato una sorta di esilio dalla natura, ed cominciai a sentire quella che posso solo descrivere come una parentela con l’infertile.

Pochi mesi dopo che ho smesso di andare alla clinica della fertilità, un amico ci ha consigliato un medico naturopata. Questo praticante aveva le sue teorie sul perché così tante donne, senza una ragione medica evidente, stavano avendo problemi a concepire. Portare avanti un bambino è uno dei compiti fisici più difficili che possiamo chiedere a noi stessi, ha detto, e se i nostri corpi declinano il compito, è spesso un segno che si trovano ad affrontare anche molte altre esigenze – lavoro ad alto stress, o lo stress fisico di dover metabolizzare tossine, o solo lo stress della vita moderna. La maggior parte delle cliniche della fertilità fanno uso di droghe e della tecnologia per ignorarlo e lavorano con un sacco di gente. Ma se non lo fanno (e spesso non lo fanno), le donne sono spesso restano ancora più stressati, buttano fuori ancora più ormoni. Il naturopata mi ha proposto l’approccio opposto: cercare di capire cosa potrebbe aver sovraccaricato il mio sistema, e quindi rimuovere quelle cose. Dopo una serie di test, mi è stata diagnosticata una marea di allergie che non sapevo di  avere, così come insufficienza surrenale e bassi livelli di  cortisolo. Il dottore mi ha fatto  un sacco di domande, tra le quali quante ore avevo passato in aria  aperta nel corso dell’ultimo anno. “Perché?” Ho chiesto con circospezione. “A causa delle radiazioni. Ci sono stati alcuni studi fatti sugli assistenti di volo che dimostrano potrebbe non essere buono per la fertilità».”

Ammetto che ero tutt’altro che convinta che questo approccio avesse dei risultati per una gravidanza, o anche che la scienza che c’era dietro fosse  del tutto sana. Ma alla fine, la cosa peggiore che poteva succedermi è che sarei tornata sana. Così ho fatto tutto. Lo yoga, la meditazione, i cambiamenti nella dieta (le solite guerre di frumento, glutine, latte e zucchero, nonché parti più esoteriche e fini). Sono andata all’agopuntura ed ho bevuto erbe cinesi amare; il mio bancone della cucina è diventata una galleria di polveri e integratori. Ho lasciato Toronto e mi sono trasferita nella rurale British Columbia. Questa è la parte del mondo dove vivono i miei genitori, dove sono sepolti i miei nonni. A poco a poco, ho imparato a identificare una mezza dozzina di uccelli dai richiami e i mammiferi marini dalle increspature sulla superficie dell’acqua. Il mio status di frequent flyer è scaduto per la prima volta in dieci anni, ed ero contenta.

Per i primi mesi, la parte più difficile della gravidanza era credere che tutto fosse normale. Non importa quanti test dessero risultati rassicuranti, restavo preparata alla tragedia. La cosa che mi ha aiutato di più è stato il trekking e, durante le ansiose settimane ansiosi finali, avrei voluto calmare i miei nervi a piedi il più a lungo di quanto i miei fianchi doloranti mi avrebbero lasciato fare su un sentiero lungo un torrente incontaminato. Guardavo ad occhi spalancati i giovani salmoni argentati che intraprendevano il loro viaggio verso il mare dopo mesi di incubazione in estuari poco profondi. Ed immaginavo  le cohos, rosa ed i loro  compagni che combattevano le rapide e cascate, decisi a raggiungere le zone di riproduzione dove erano  nati. Questa era la volontà di mio figlio, mi dicevo. Era chiaramente un combattente, era riuscito a fare a modo suo con me, nonostante le probabilità; avrebbe trovato anche un modo per nascere in sicurezza. .

Non so perché questa gravidanza sia riuscita più di quanto so perché le gravidanze precedenti sono fallite, e non lo sanno nemmeno i miei medici. L’infertilità è solo uno dei tanti settori in cui noi esseri umani ci  confrontiamo con gli oceani della nostra ignoranza. Così, per lo più, mi sento fortunata. E suppongo che una parte di me sia ancora in quella palude piena di petrolio della Louisiana, che galleggia in un mare di larve e di embrioni avvelenati, con il mio embrione sfortunato dentro di me. Non è l’autocommiserazione che mi fa tornare in quel triste luogo. E’ la convinzione che ci sia qualcosa di prezioso nella memoria del corpo nello  sbattere contro un limite biologico – di rimanere a corto di possibilità – qualcosa che tutti abbiamo bisogno di imparare. Siamo costruiti per sopravvivere, dotati di adrenalina ed embedded con molteplici ridondanze  biologiche che ci permettono il lusso di una seconda, terza e quarta possibilità. Così sono i nostri oceani. Così è l’atmosfera. Ma sopravvivere non è lo stesso che essere fiorente, non è lo stesso di vivere bene. Per un gran numero di specie, non è lo stesso di essere in grado di allevare e produrre nuova vita. Con una cura adeguata, la allunghiamo e la pieghiamo incredibilmente bene. Ma noi spezziamo, troppo, sia i nostri corpi individuali, così come le comunità e gli ecosistemi che ci sostengono.