Non c’è pace per Bikini: i profughi atomici diventano profughi climatici

I bikiniani hanno chiesto di trasferirsi negli Usa: il mare sommerge la loro nuova patria

[28 ottobre 2015]

BIkini

Non c’è pace per il popolo di Bikini, l’atollo che ha dato il nome al costume da bagno a due pezzi e da dove dal 1946 vennero sfollati centinaia di isolani per realizzare 23 test nucleari, compreso quello della bomba all’idrogeno “Bravo”.  I bikiniani persero così la loro patria, un atollo paradisiaco sperduto nell’Oceano Pacifico e nel 1948 il governo statunitense trovò loro un’altra casa a Kili, un atollo delle Isole Marshall, allora sotto amministrazione fiduciaria Usa e diventate indipendenti nel 1979, pur conservando uno strettissimo legame con Washington attraverso la Compact of Free Association.

Ma dopo 67 anni anche la nuova patria dei profughi nucleari di Bikini è in pericolo: Kili  rischia di essere sommersa da enormi maree ed è ripetutamente colpita da tempeste sempre più violente. I bikiniani si apprestano a ridiventare profughi, ma questa profughi ambientali, vittime del cambiamento climatico.

Gli isolani che i test nucleari statunitensi degli anni ’40 hanno privato della loro patria chiedono ora a  Washington di modificare i termini di un fondo fiduciario per consentire loro stabilirsi negli Stati Uniti. Infatti, grazie ad un accordo con gli Usa, frutto di diverse azioni legali intentate dai bikiniani, è stato istituito un nuovo resettlement trust fund che permette agli isolani di costruirsi abitazioni sicure nelle Marshall. Ma ora i bikiniani dicono che le loro case di Kiki vengono sommerse dal mare durante le maree sempre più alte. L’atollo dei profughi nucleari è finito sott’acqua nel 2011 e di nuovo quest’anno e il cuneo salino ha raggiunto il cuore di Kili, minacciando l’agricoltura e le già scarse riserve idriche. Nei primi mesi del 2015 la pista dell’aeroporto dell’isola è stato completamente sommersa, interrompendo i collegamenti con il resto del mondo

Il  ministro degli esteri della Isole Marshall, Tony de Brum, ha spiegato a BBC News: «Il popolo di Bikini è venuto di nuovo a noi e ci ha chiesto di presentare questa proposta agli Stati Uniti, per richiedere che il fondo fiduciario di reinsediamento sia utilizzato per insediare persone negli Usa, non solo nelle Isole Marshall. Non abbiamo visto il testo finale della legislazione, ma la richiesta avanzata è stata fatta sulla base del fatto che Kili sta diventando inabitabile a causa del cambiamento climatico».

La buona notizia è che questa volta il Dipartimento degli interni Usa sostiene la richiesta dei bikiniani e che sta proponendo al Congresso una legge che cambierebbe i termini del resettlement trust. In base ad un accordo tra l’Aolepān Aorōkin M̧ajeļ (la Repubblica delle Isole Marshalls) e gli Stati Uniti d’America,  gli isolani hanno il diritto di vivere, lavorare e studiare negli Usa, senza restrizioni per quanto riguarda la loro permanenza.

Secondo la viceministro degli interni delle Marshall, Esther Kia’aina, «Quello degli Stati Uniti è un piano di azione adeguato, che tiene conto del benessere e della vita del popolo bikiniano, date le condizioni di deterioramento sulle isole Kili e Ejit  delle Isole Marshall: con inabissamenti, diminuzione delle risorse ed  aumento della frequenza di inondazioni a causa dei King Tides sulle loro isole».

L’innalzamento del mare e le grandi tempeste sempre più frequenti stanno mettendo a rischio la sopravvivenza delle persone su molti atolli del Pacifico e l’esistenza stessa di piccoli Paesi insulari come le Isola Marshall, per questo il governo di Majuro dice che «L’esperienza degli isolani di Bikini dimostra la necessità di un nuovo accordo globale sui cambiamenti climatici», che deve essere assolutamente firmato alla Conferenza delle Parti Unfccc di Parigi.

Ma i Piccoli Stati Insulari, che si autodefiniscono i canarini nella miniera di carbone del cambiamento climatico, dicono che l’obiettivo di un aumento di 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali per loro sarebbe comunque devastante e chiedono che l’aumento della temperatura globale sia mantenuto sotto gli 1,5° C. Brum evidenzia che «Dal punto di vista delle piccole isole e degli Stati atollo, 2 gradi non possono rimanere come il limite assoluto per tutto quello che stiamo cercando fare limitare il riscaldamento globale».

Nel 2011 la pensava come lui anche la segretaria dell’Unfccc Christiana Figueres, che allora disse:  «2 gradi non sono sufficienti:  dovremmo pensare ad 1,5°. Se non andiamo verso gli 1,5° C, saremo in grossi guai».

Gli stessi grossi guai che hanno spoerimentato sulla loro pelle i profughi atomici di Bikini diventati i profughi climatici di Kili: esempi viventi di quanto l’uomo sappia farsi del male con la guerra e uno sviluppo insostenibile.