Oggi è l’indifferenza a fare più danni

Nuova agenda per la lotta al cambiamento climatico: concentrarsi sui “negazionisti nascosti”

Parlarne con il 65% di “stealth deniers” e non con il 20% che non crede al global warming

[18 dicembre 2013]

Secondo il nuovo rapporto “A New Agenda on Climate Change: Facing up to Stealth Denial and Winding down on Fossil Fuels” della Royal Society of Arts (Rsa) britannica, «la risposta umana al cambiamento climatico si sta svolgendo come una tragedia politica, perché la conoscenza scientifica e la forza economica puntano in direzioni diverse. La conoscenza della realtà, le cause e le implicazioni del cambiamento climatico antropogenico crea un imperativo morale ad agire, ma questo imperativo è diluito ad ogni livello da problemi di azione collettiva che sembrano essere oltre la nostra capacità esistente di poterli risolvere». A questa sfida si aggiunge il fatto che, collettivamente, il problema climatico viene visto come una questione esclusivamente ambientale, piuttosto che come una minaccia sistemica più ampia per il sistema finanziario globale, la sanità pubblica e la sicurezza nazionale».

Il rapporto, che si occupa della Gran Bretagna (ma può essere esteso per le sue conclusioni a tutti i Paesi sviluppati, Italia compresa), dice che il Regno Unito potrebbe «Assumere un ruolo guida nell’affrontare il problema del clima globale, basato su una nuova agenda» che parta da quella che i ricercatori della Rsa chiamano «la pervasiva “stealth denial”» e «sulla necessità di concentrarsi su come mantenere i combustibili fossili sotto terra».

L’Rsa sottolinea che «i nostri dati indicano che circa due terzi della popolazione intellettualmente accetta la realtà del cambiamento climatico antropogenico, ma “negano” alcune o tutte le responsabilità e le azioni che sono necessarie per affrontarlo. Si sostiene che questo “negazionismo nascosto” possa essere quello che perpetua il doppio pensiero di cercare di ridurre al minimo le emissioni di carbonio massimizzando la produzione di combustibili fossili, e anche che ci aspettiamo troppo dai recuperi di efficienza energetica».

Il rapporto sostiene che gli ambientalisti, gli scienziati e i politici che si battono contro il cambiamento climatico dovrebbero concentrarsi meno sui negazionisti che mettono in dubbio il consenso scientifico, ad oggi ritenuti l’ostacolo principale per intraprendere  azioni significative contro il global warming e per ridurre le emissioni climalteranti. Uno degli autori del rapporto, Jonathan Rowson, ha scritto sul blog della Rsa: «Coloro che negano la realtà del cambiamento climatico antropogenico non sono affatto utili, ma almeno sono coerenti» e l’organizzazione sottolinea che, il fenomeno dello “stealth denial” dovrebbe preoccupare n molto di più chi accetta pienamente l’imperativo morale di agire, ma che invece si comporta come se non ci fosse una massa prevalente di “indifferenti” climatici che non ritengono di dover far qualcosa.

Solo meno del 20% delle persone intervistate per realizzare il rapporto non sono convinte che sia in corso un cambiamento climatico, mentre quasi il 64% dice di riconoscere la realtà del cambiamento climatico antropogenico, ma ancora non si sentono nessuna responsabilità personale per affrontarlo.

Quindi, secondo gli  autori del rapporto, il modo migliore per combattere il global warming non è quello di concentrarsi sulla minoranza di persone che, nonostante il 97% degli scienziati climatici la pensi diversamente,  negano la realtà del cambiamento climatico causato dall’uomo, ma bisognerebbe rivolgersi più efficacemente alla grande maggioranza delle persone che, a torto, credono che non ci sia nulla che possano fare per cambiare le cose e lottare contro il cambiamento climatico.

Di quel 64% che il rapporto chiama “stealth deniers”, il 47% sono negazionisti “emotivi”, nel senso che non si sentono personalmente a disagio per il  cambiamento climatico. Il 26% sono negazionisti “personali”, cioè  che credono che le loro azioni quotidiane non siano parte del problema, mentre il 65% degli  “stealth deniers” sono  negazionisti “pratici”, cioè credono che letteralmente non ci sia «Niente che posso fare personalmente che avrà alcun significativo effetto per  limitare il cambiamento climatico». Solo un piccolo gruppo degli intervistati, il 14,5% ha detto di ritenere di vivere in un modo coerente con la loro comprensione del problema del global warming.

I risultati hanno indotto la Rsa, un istituzione multidisciplinare fondata nel XVIII secolo, a presentare un’agenda il 8 punti per combattere la “stealth denial” e ridurre il consumo di combustibili fossili. Tra questi c’è proprio  la necessità di sviluppare una strategia di comunicazione multimediale che non è più essere incentrata sul dibattito se il cambiamento climatico esiste. Invece, le comunicazioni del cambiamento climatico dovrebbero esclusivamente concentrarsi sulle idee e le soluzioni per combatterlo. Il rapporto dice: «Allo stato attuale, i dibattiti pubblici si concentrano attorno alla domanda: credi nel cambiamento climatico? Invece noi vogliamo che chiedere: “Cosa pensi che dovremmo fare per i cambiamenti climatici”». Gli autori sostengono anche l’attuazione di una “national emissions measurement”, l’aumento degli investimenti nelle tecnologie rinnovabili ed una “revenue-neutral carbon tax”, ma affermano anche che «niente di tutto questo può avvenire se non c’è una maggiore comunicazione civile. Cioè, convincere le persone a parlare tra di loro sui cambiamenti climatici per più di cinque minuti».

Il rapporto conclude: «La stealth denial è in parte causata dal non riuscire a provare sentimenti commisurati alla sfida climatica ed anche dall’assenza di indicatori sociali che il cambiamento climatico è una cosa socialmente accettabile per parlarne in una compagnia educata. Coloro investono  il loro tempo per parlare di cambiamento climatico possono facilmente sentirsi sopraffatti dalla sfida, ma rendendo le responsabilità proporzionate e mostrando che il progresso è possibile, aiuterà le persone a sentirsi come parte della soluzione piuttosto che parte del problema, creando la speranza, la costruzione di volontà politica e portando a riduzioni tangibili nella impronte di carbonio personali».