Con spreco alimentare dimezzato e dieta adeguata, impronta ecologica - 22% e overshoot day ritardato di 42 giorni

Earth overshoot day: da oggi la bilancia della Terra è in negativo

Cambiare abitudini per salvare il pianeta

[2 agosto 2017]

Oggi, 2 agosto, è l’Earth overshoot day, la giornata del superamento delle risorse della terra, in cui l’umanità ha utilizzato ’intero “budget” annuale di risorse naturali. Secondo il lGlobal Footprint Network, «Per soddisfare il nostro fabbisogno attuale di risorse naturali avremmo bisogno di 1,7 Pianeti Terra».

Il 60% delle risorse consumate dagli esseri umani sono “richiesta di natura” necessaria per assorbire le emissioni di CO2. «E pensare  – dicono alla Fondazione Barilla – che tutti noi potremmo fare qualcosa per migliorare la situazione se solo cambiassimo le nostre abitudini alimentari, magari partendo dalla lotta agli sprechi alimentari. Lo spreco alimentare infatti – oltre a essere una grave piaga sociale – rappresenta anche un danno per l’ambiente: se fosse un Paese sarebbe il terzo principale produttore di anidride carbonica al mondo, dopo Stati Uniti e Cina. In Italia sprechiamo il 35% dei prodotti freschi (latticini, carne, pesce), il 19% del pane e il 16% di frutta e verdura prodotti. Ma l’impatto sulla terra che viene generato da questo spreco non si ferma alla produzione di anidride carbonica, perché determina anche una perdita di 1.226 milioni di m3 l’anno di acqua (pari al 2,5% dell’intera portata annua del fiume Po) e produce l’immissione nell’ambiente di 24,5 milioni di tonnellate CO2 l’anno, di cui 14,3 milioni dovuti agli sprechi domestici. L’assorbimento della sola CO2 prodotta dallo spreco domestico in Italia richiede una superficie boschiva maggiore di quella presente in Lombardia».

Marta Antonelli, research programme manager della Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition, spiega come cambiando le nostre scelte alimentari , potremmo aiutare il Pianeta: «Da quando è stato calcolato, ogni anno l’Overshoot Day è caduto in anticipo sul calendario. E mai, prima di oggi, era caduto così presto. Questo vuol dire che dobbiamo tutti fare molto di più per invertire questa tendenza. Come? Partendo da quello che mettiamo nel piatto, perché il cibo, da solo, produce il 26% dell’impronta ecologica globale. Se dimezzassimo lo spreco alimentare, mangiassimo alimenti a basso contenuto proteico e seguissimo una dieta adeguata in termini di calorie assunte potremmo ridurre l’impronta ecologica globale del 22%, riuscendo così a spostare la data del prossimo overshoot day di ben 42 giorni».

Ma non c’è solo lo spreco alimentare: da sola l’agricoltura produce il 24% dei gas serra del mond, più dell’industriale dei trasporti  e quasi il 40% delle terre emerse sono utilizzate a fini agricoli e zootecnici, con una quantità di suolo adatta alla coltivazione pari a 4,4 miliardi di ettari: 146 volte l’Italia. L’agricoltura consuma il 70% dell’acqua dolce utilizzata dagli uomin.

«Insomma – dicono alla Fondazione Barilla – la sfida che siamo chiamati a combattere da qui ai prossimi anni è chiara: riuscire a spostare in avanti il giorno dell’Overshoot Day tenendo conto anche di “come” il cibo viene prodotto a 360°».

E il Food Sustainability Index, che analizza 25 Paesi rappresentanti oltre i 2/3 della popolazione mondiale e l’87% del Pil  globale si concentra proprio sul “come” il cibo viene prodotto. Secondo l’Index creato da Fondazione Barilla e The Economist Intelligence Unit, «E’ la Francia, soprattutto grazie alle sue innovative politiche contro lo spreco e per l’approccio equilibrato all’alimentazione, il Paese al mondo che produce il “cibo più buono” sulla base di 3 elementi: agricoltura sostenibile; alimentazione; spreco alimentare. A seguire il Paese Transalpino sono il Giappone e il Canada, grazie alle loro politiche in tema di agricoltura sostenibile e nella diffusione di regimi alimentari corretti ed equilibrati».

Il Food Sustainability Report di Fondazione Barilla center for food and nutrition (Bcfn) e Milan center for food Law and policy evidenzia  come «il fenomeno delle “migrazioni sia strettamente legato – ben oltre la percezione che abbiamo – alla carenza di cibo»Il Report analizza lo studio del World food programme (Wfp) Onu secondo il quale «Ogni punto percentuale di aumento dell’insicurezza alimentare costringe l’1,9% della popolazione (per mille abitanti) a migrare, mentre un ulteriore 0,4% (per mille abitanti) fugge per ogni anno di guerra». E Bcfn e Milan center concludono: «Tra le cause di insicurezza alimentare ci sono, senza ombra di dubbio, i cambiamenti climatici che stanno colpendo il Pianeta (che a loro volta sono ampiamente influenzati anche dal modo in cui produciamo proprio quel cibo)».