Ondate di caldo marine sempre più calde, più lunghe e più frequenti

Aumentate nell’ultimo secolo a casa del riscaldamento degli oceani, con impatti significativi su biodiversità, pesca, turismo e acquacoltura

[11 aprile 2018]

Un team internazionale di ricercatori ha pubblicato su Nature Communications  lo studio “Longer and more frequent marine heatwaves over the past century” che rivela che «a livello globale le ondate di caldo marino sono aumentati nel corso del secolo scorso per frequenza, lunghezza e intensità, come risultato diretto del riscaldamento degli oceani.

Lo studio  evidenzia che nel periodo 1925 – 2016, le ondate di caldo marine sono aumentate in media del 34% e che il periodo di ciascuna ondata di calore è aumentato del 17%. Due dati che, messi insieme, hanno portato ad un aumento del 54% del numero di giorni di ondate di caldo marino all’anno.

Il principale autore dello studio, il canadese Eric Oliver del Dipartimento di oceanografia della Dalhousie University, sottolinea che «La nostra ricerca ha anche rilevato che dal 1982 c’è stata una notevole accelerazione della tendenza nelle ondate di caldo marine. “Mentre alcuni di noi possono godere delle acque più calde quando andiamo a nuotare, queste ondate di caldo hanno un impatto significativo sugli ecosistemi, la biodiversità, la pesca, il turismo e l’acquacoltura. Spesso ci sono conseguenze economiche profonde che vanno di pari passo con questi eventi».

All’università del New South Wales, che ha partecipato allo studio, fanno alcuni esempi di quanto possano essere significative le ricadute delle ondate di caldo marine: nel 2011, l’Australia Occidentale ha subito un’ondata di caldo marino che ha trasformato gli ecosistemi dominati dal kelp in ambienti dominati dalle alghe che sono rimaste predominanti anche dopo che le temperature dell’acqua sono tornate alla normalità. Nel 2012, nel Golfo del Maine un’ondata di caldo marino ha portato ad un aumento delle aragoste, ma a  un crollo dei prezzi che ha danneggiato seriamente i profitti della pesca. Il persistere di acqua calda persistente nel Pacifico settentrionale dal 2014-2016 ha portato a chiusure di attività di pesca, spiaggiamenti di massa di mammiferi marini e fioriture algali nocive lungo le coste. Quella ondata di caldo ha persino cambiato i modelli meteorologici su larga scala nel Pacifico nord-occidentale. Più recentemente ancora, l’intensa ondata di caldo marino che ha colpito la Tasmania nel 2016 ha provocato epidemie e rallentamento dei tassi di crescita nelle industrie dell’acquacoltura.

Per capire il trend all’aumento delle ondate di calore marine, i ricercatori hanno utilizzato una serie di dataset osservativi, combinando i dati satellitari con una serie di dati raccolti in secolo da navi e da diverse stazioni di misurazione terrestri. Per scoprire la tendenza di fondo hanno poi escluso le influenze della variabilità naturale causate dall’El Nño Southern Oscillation, dalla Pacific Decadal Oscillation e dall’Atlantic Multidecadal Oscillation.

Uno degli autori dello studio, Neil Holbrook dell’Institute for marine and antarctic studies dell’università della Tasmania, conclude: «C’era una chiara relazione tra l’aumento delle temperature medie globali della superficie del mare e l’aumento delle ondate di calore marine, più o meno come vediamo aumenti degli eventi di caldo estremo correlati all’aumento delle temperature medie globali. Con oltre il 90% del calore di origine antropica che ha causato il riscaldamento globale in corso nei nostri oceani, è probabile che le ondate di caldo marine continueranno ad aumentare. La fase chiave successiva per la nostra ricerca è quella di quantificare esattamente quanto possono cambiare. I risultati di queste proiezioni potrebbero avere implicazioni significative su come il nostro ambiente e le nostre economie si adatteranno a questo mondo che cambia».