«Il problema è convincere il mondo che il futuro è importante quanto il presente»

Onu, la decarbonizzazione delle economie sviluppate è possibile

«Ecco i tre pilastri per non superare un aumento di 2 gradi delle temperature mondiali»

[11 luglio 2014]

L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite dimostra come i principali Paesi emettitori di gas serra potrebbero  ridurre le loro emissioni di CO2 entro la metà del secolo, consentendo così di non imboccare la strada verso un cambiamento climatico catastrofico.

Il report Deep Decarbonization Pathways Project (Ddpp), realizzato insieme da 30 istituti di ricerca di 15 Paesi (Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Giappone Germania, India, Indonesia, Messico, Russia, Sudafrica, Regno Unito e Usa; non l’Italia), è il primo programma di cooperazione globale per individuare percorsi concreti verso un’economia low carbon, ed è stato presentato sia al segretario generale dell’Onun Ban Ki-moon sia al governo francese che ospiterà nel 2015 la Conferenza delle parti dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc), che dovrebbe definire le politiche climatiche ed il taglio delle emissioni di gas serra post-protocollo di Kyoto. Il rapporto intermedio Ddpp sarà uno dei documenti base del  vertice sul clima dell’Onu che si terrà il  23 settembre, mentre il rapporto Ddpp completo sarà presentato nella primavera del 2015.

Ban Ki-moon  ha detto che «il Deep Decarbonization Pathways Project report è un tentativo di dimostrare come i Paesi possono contribuire a raggiungere un obiettivo concordato a livello mondiale per  limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto di 2 gradi. Un’ambiziosa azione nazionale è fondamentale per scongiurare un pericoloso cambiamento climatico. Questo rapporto dimostra che la cosa è possibile».

Il rapporto, al quale hanno contribuito anche l’International energy agency (Iea) e il World business council on sustainable development (Wbcsd), punta ad aiutare i Paesi «a stabilire obiettivi audaci mentre parteciperanno ai negoziati sul clima del prossimo anno». Lo studio fa parte delle attività del Sustainable development solutions network, un’iniziativa di Earth Institute della Columbia University per l’Onu e dell’Institute for sustainable development and international relations, un istituto di ricerca politica senza scopo di lucro con sede a Parigi.

Jeffrey Sachs, che dirige l’Sdsn e l’Earth Institute della Columbia University, ha ricordato che «il mondo si è impegnato a limitare il riscaldamento al di sotto dei 2 gradi °C, ma non si è impegnato sui modi concreti per raggiungere questo obiettivo. Questo rapporto è interamente dedicato gli aspetti pratici. Sarà duro avere successo. La trasformazione necessaria è enorme, ma è fattibile, ed è necessaria per far in modo che il mondo resti sicuro per noi e per le generazioni future. Il messaggio chiave è quello di investire nello sviluppo delle tecnologie low carbon, che possono fare la differenza».

Il Sustainable development solutions network fa però notare che, «nonostante l’impegno a mantenere il global warming  sotto i 2 gradi, il mondo è attualmente sulla traiettoria di un aumento di 4 gradi o più. Secondo il rapporto 2014 dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), un tale aumento porrebbe pericoli che potrebbero superare la capacità delle società di adattarsi, compresi cattivi raccolti, un drastico innalzamento del livello del mare, la migrazione delle malattie e l’estinzione di ecosistemi».

Secondo alcuni importanti scienziati climatici, come James Hansen, per lungo tempo chief climate scientist della Nasa e ora alla Columbia University, «anche lo stress di un aumento di 2 gradi porrebbe grandi pericoli e dovremmo puntare a meno. Ma rimanere entro il limite di 2 gradi è essenziale per mantenere il cambiamento climatico entro i confini dei rischi gestibili».

Il capo economista dell’Iea, Fatih Birol, evidenzia che «il problema è quello di convincere il mondo che il futuro è importante quanto il presente. Parigi 2015 potrebbe essere la nostra ultima speranza».

I 15 percorsi nazionali individuati dal report suggeriscono tutti l’importanza di tre pilastri per una profonda decarbonizzazione dei sistemi energetici, ma non tutti soddisferanno in pieno agli ambientalisti: «1. Un notevolmente aumento dell’efficienza energetica e del risparmio energetico in tutti i settori di utilizzo finale dell’energia (tra cui edifici, trasporti e industria); 2. la decarbonizzazione dell’energia elettrica, ottenuta sfruttando fonti di energia rinnovabili come l’eolico e il solare, così come l’energia nucleare, e/o la cattura e sequestro delle emissioni di carbonio provenienti dalla combustione di combustibili fossili; 3. Rimpiazzare le fonti fossili che mandano avanti i trasporti, il riscaldamento e processi industriali con un mix di elettricità low-carbon, biocarburanti sostenibili e idrogeno».

Per ottenere una forte decarbonizzazione,  i 15 Paesi presi in esame dal rapporto hanno diverse opzioni che si basano sulla differenza delle risorse disponibili e sulle preferenze dell’opinione pubblica, «eppure – evidenzia la pubblicazione – i tre pilastri sono la piattaforma comune per la costruzione della profonda decarbonizzazione dei sistemi energetici in ogni Paese».

Per Emmanuel Guerin, direttore associato dell’Sdsn e senior project manager del Ddpp, «questi percorsi, e la discussione sui loro risultati e ipotesi, sono uno strumento essenziale per la conoscenza e la risoluzione dei problemi. Sono essenziali per delineare le visioni a lungo termine di una profonda decarbonizzazione e quali siano le aspettative dei Paesi, delle imprese e degli investitori riguardo alle future opportunità di sviluppo socio-economico».

Il fondatore dell’Iddri, Laurence Tubiana, che è il rappresentante speciale del governo francese alla Cop Unfccc del 2015, conclude: «La mia speranza è che questo interim report e il rapporto completo che sarà pubblicato la prossima primavera diano un contributo utile alla struttura ed ai contenuti del dibattito, stimolando la progettazione e la comparazione internazionale dei Ddp nazionali e promuovendo la cooperazione globale per raggiungerli».