Troppe crisi, l’Onu non ce la fa: chi salverà il sistema umanitario internazionale?

12,9 miliardi di dollari per far fronte a guerre, cambiamenti climatici e catastrofi naturali

[3 gennaio 2014]

«Il 2013 ha davvero messo alla prova il sistema umanitario internazionale e niente lascia presagire che nel 2014 sarà diverso». A dirlo durante una conferenza stampa a New York è stata Valerie Amos (nella foto), segretaria aggiunta dell’Onu per gli affari umanitari, che ha anche sottolineato che il 2013 si è chiuso con tre emergenze di “livello 3”, quello di più grave crisi umanitaria, in Siria, Repubblica Centrafricana e Filippine, dove 40 milioni di persone sono state colpite dal super-tifone Haiyan.

Il 2014 inizia con alter numerose crisi in diverse parti del mondo ma con risorse e capacità di reazione che hanno raggiunto il limite. Nell’anno che è appena finito l’Onu aveva lanciato appelli per raccogliere aiuti per un totale di 12,9 miliardi di dollari da destinare a 52 milioni di persone in 17 Paesi, poi a questa lista di decine di migliaia di persone nella Repubblica Centrafricana (Rca) e nel Sud Sudan sconvolti dalla guerra civile/tribale.

Nella Rca, dove ormai lo Stato non esiste più, la popolazione deve far fronte, oltre che all’eterna povertà,  alla violenza delle bande armate degli ammutinati islamici della Séléka e delle squadracce di autodifesa cristiane,  un centrafricano su 6 è profugo e circa 500.000 persone patiscono la fame.

Nel Sud Sudan, lo Stato più giovane del mondo, gli scontri tra le due fazioni del partito al potere L’Spla, hanno costretto 194.000 persone ad abbandonare le loro case e 57.000 di queste hanno trovato rifugio nelle basi dell’United Nations Mission in the Republic of South Sudan (Unmiss). La Amos ha sottolineato: «Ritrovarsi in una situazione in cui migliaia di persone hanno immediato bisogno di protezione, di cibo e di riparo non è certo l’ideale. D’altronde, più un Paese è grande più le infrastrutture mancano».

L’Onu non è ancora riuscita a dispiegare tutti gli effettivi previsti della Unmiss, ma spera  di poter aiutare più di 600.000 persone nel primo trimestre del 2014. La Amos, che è anche la coordinatrice dei soccorsi di urgenza dell’Onu, è molto preoccupata per le notizie che arrivano dagli Stati sud-sudanesi dove sono in corso scontri tra lealisti e ribelli che parlano di gravi violazioni dei diritti umani.

Per la Siria sarebbero necessari fondi per almeno 6,5 miliardi di dollari si tratta della richiesta di finanziamento più alta mai lanciata per una sola crisi e la Amos ha precisato che «Questa somma servirà ad intervenire nei Paesi vicini che accolgono rifugiati siriani. Sono preoccupata per la situazione nel campo dei rifugiati palestinesi di Al Yarmouk, vicino a Damasco, dove le agenzie umanitarie non arrivano più da circa 4 mesi». Il 15 gennaio il segretario generale dell’Onu, Ban Ki.moon, presiederà la conferenza per gli aiuti ed i contributi in favore della Siria che si terrà in Kuwaït.

La Amos ha anche ricordato i grossi problemi per l’accesso degli aiuti umanitari in Sudan e la situazione della Repubblica democratica del Congo con i suoi 2,7 milioni di sfollati nelle province orientali, dove continuano i combattimenti tra esercito regolare e milizie armate che sempre più spesso coinvolgono i caschi blu dell’Onu.

Ma è la Somalia, con la capitale Mogadiscio nuovamente insanguinata da una serie di attentati omicidi rivendicati a dagli integralisti musulmani di  Xarakada Mujaahidiinta Alshabaab, che presenta la situazione più incerta e pericolosa per la comunità umanitaria internazionale: attualmente 3,2 milioni di somali hanno bisogno di aiuti e, secondo le stime delle agenzie Onu, nel 2014 almeno 570.000 bambini sotto i 5 anni soffriranno di malnutrizione acuta, cosa ce, se gli andrà bene, comprometterà il loro sviluppo fisico ed intellettuale.

Infine, la Amos ha spiegato che nel Mali “liberato” dall’intervento francese contro gli integralisti vicini ad Al Qaeda, 2,7 milioni dio persone hanno bisogno di aiuti alimentari e che «Nel Sahel sono in tutto 16 milioni  di persone che rischiano di soffrire la fame a causa dei conflitti, delle condizioni climatiche estreme e della crescita demografica. In questa regione, l’Onu ha adottato un approccio in due tempi che punta a fornire un aiuto alimentare rafforzando allo stesso tempo la resilienza delle persone agli shock e alle conseguenze della siccità».