Pacchetto clima energia: Confindustria contro gli obiettivi Ue e il ministro dell’Ambiente

Associazioni e Ecodem: sì ad ambiziosi tagli di CO2 e a più rinnovabili e efficienza energetica

[16 gennaio 2014]

Il Sole 24 Ore riporta il disperato pressing del presidente di Confindustria per condizionare il governo italiano in previsione del Consiglio europeo del 22 gennaio. Giorgio Squinzi (nella foto) è lapidario  sugli obiettivi per l’aggiornamento del pacchetto clima-energia dell’Ue al 2030, che a suo parere possono penalizzare il sistema produttivo italiano. In una lettera inviata al presidente del Consiglio  Enrico Letta,  Squinzi  attacca direttamente  il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando: «Riteniamo  che la presa di posizione contenuta nella lettera congiunta inviata da alcuni ministri europei dell’Ambiente, tra i quali quello italiano, alla Commissione europea a sostegno di un ambizioso obiettivo vincolante di riduzioni di emissioni di gas serra del 40% a livello domestico, non possa rappresentare la posizione del governo italiano».

Confindustria fa un gran parlare di innovazione e competitività ma, fin dai tempi della ben più accomodante ministra Stefania Prestigiacomo,  quando c‘è da praticarla invoca la possibile penalizzazione delle imprese italiane, e per Squinzi i nuovi obiettivi previsti da Paesi Ue più virtuosi, per la riduzione delle emissioni di gas serra e l’aumento di energie rinnovabili ed efficienza energetica, rischiano proprio di «penalizzare ulteriormente le imprese italiane. Imprese già danneggiate dagli impatti diretti e indiretti del Pacchetto 20-20-20». E questo «a fronte della perdurante assenza di un accordo globale vincolante che stabilisca condizioni paritarie tra le industrie concorrenti a livello internazionale».

Squinzi si mette dunque l’elmetto ecoscettico ed entra nelle trincea del “Patto di Varsavia” dei Paesi ex-comunisti dell’Ue, capitanati da Polonia e Gran Bretagna e avverte Letta: «Auspichiamo che le decisioni che saranno assunte in sede europea in merito, diano un segnale di sostegno alla competitività dell’industria e non penalizzino il sistema produttivo italiano».  Non manca il ricatto finale, con Squinzi che ricorda che «saranno ridiscusse alcune misure di protezione per i settori sottoposti all’Emissions Trading Scheme che competono a livello globale e sono maggiormente esposti al rischio odi delocalizzazione. Una revisione che in un momento di instabilità economica destabilizzerà gravemente gli investimenti già effettuati dalle imprese e aumenterà i costi complessivi di queste politiche. E tutto questo a fronte di un prezzo e costo dell’energia molto più elevato rispetto alle altre aree economiche del mondo».

A Squinzi rispondono Greenpeace, Legambiente, Wwf e il  Coordinamento Free con un’altra lettera inviata oggi a  Letta, Orlando e al ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato, ribadendo «pieno sostegno alla necessità di fissare obiettivi ambiziosi e vincolanti non solo sul taglio della CO2 ma anche sulle fonti di energia rinnovabile e sull’efficienza energetica. Proprio il pacchetto 20-20-20 ha infatti mostrato come quasi la metà della riduzione delle emissioni di CO2 in UE sia stata ottenuta proprio grazie allo sviluppo del settore delle fonti rinnovabili». Le Associazioni ricordano che «otto ministri europei, tra cui il ministro Orlando, e importanti settori del sindacato hanno annunciato il loro sostegno alla proposta di fissare obiettivi vincolanti e ambiziosi».

Una dura replica a Confindustria arriva anche dal presidente degli Ecologisti Democratici, Fabrizio Vigni: «Squinzi sbaglia, da obiettivi europei ancora più coraggiosi in materia di clima e energia possono venire stimoli positivi per l’economia e per le imprese. E fa bene il ministro dell’Ambiente Orlando a sostenere l’obiettivo di una riduzione delle emissioni del 40 per cento al 2030. La sfida dell’innovazione ecologica e dello sviluppo di una economia a basso contenuto di carbonio aiuta la competività; delle imprese, non è vero che le penalizza lo dimostra il fatto che già oggi le imprese che hanno scommesso sulla green economy sono quelle più innovative, più competitive, più capaci di creare lavoro. Certo, è un processo da sviluppare con realismo e con politiche adeguate, ma la strada per il futuro è questa. D’altra parte, non è stata proprio Confindustria a proporre un piano per l’efficienza energetica con obiettivi molto ambiziosi, con la finalità di produrre investimenti, occupazione e competitività?».

Cosa ci sia dietro l’atteggiamento confindustriale lo svelano Anev e Coordinamento Free che dicono che se il 2013 è stato un anno nero per gli investimenti globali nelle fonti rinnovabili e nelle tecnologie energetiche intelligenti, scesi del 12% rispetto all’anno precedente, a 254 miliardi di dollari, i rapporto annuale  Bloomberg New Energy Finance (Bnef) dice che l’Italia ha avuto il peggior risultato a livello mondiale: 4,1 miliardi di dollari, il 73% in meno rispetto ai 15,2 miliardi del 2012.

Anev, che unisce le imprese dell’eolico, aveva già denunciato la grave situazione: «L’industria del vento negli ultimi 2 anni ha perso tra i 3 e i 4 mila posti lavoro e ciò a causa delle novità introdotte dalle aste e delle norme retroattive di taglio degli incentivi. Il sistema delle aste ha dimostrato tutto il suo fallimento con un crollo del 60% delle nuove installazioni. Solo 400 i MW aggiudicati nel 2013, contro i 1200 MW installati nell’anno precedente. Si tratta di un crollo che si è inserito in una situazione di cui stanno soffrendo già gli impianti esistenti a causa di norme retroattive come ad esempio il taglio del 22% degli incentivi e la Robin Tax». Dati che collimano con quelli del Bnef, secondo i quali il calo degli investimenti globali deriva da due fattori principali: la forte riduzione del costo degli impianti fotovoltaici e l’impatto sulla fiducia degli investitori dei mutamenti delle politiche per le energie rinnovabili nell’Ue e negli Usa. E’ chiaro che la ricetta di Squinzi sarebbe letale. .

Anev e Free spiegano che «a livello mondiale, gli investimenti sono scesi sia in Cina (-3,8% a 61,3 m.di $) che negli Usa (-8,4% a 48,4 m.di $), ma è l’Europa ad aver scontato il calo più drastico: -41% a 57,8 m.di $. Il risultato è stato influenzato negativamente dai crolli di Italia, Germania (-46,1% a 14,1 m.di $, il livello più basso dal 2006), Spagna (-64,5% a 1,1 m.di $) e Francia (-33,8% a 4,1 m.di $), mentre il Regno Unito ha limitato le perdite con un -8,4% a 13,1 m.di $. Male anche Australia (-3,6% a 5,4 m.di $), Sud Africa (-14% a 4,9 m.di $) e America Latina, dove la crescita degli investimenti in Cile, Messico e Uruguay (tutti al di sopra di 1 m.do $) è stata annullata da una contrazione del 52,1% del Brasile (che non è andato oltre i 3,4 m.di $). Segni positivi si sono registrati soltanto in Giappone (+55% a 35,4 m.di $), Canada (+31,6% a 7,5 m.di $) e India (+2,6% a 7,8 m.di $)».

Anev aveva annunciato questa  grave situazione italiana e,  di fronte della crisi attuale delle aziende, dei licenziamenti e della chiusura delle fabbriche, prevede «uno scenario futuro ancora più nefasto per un settore che andrebbe incoraggiato, ma che continua a subire i colpi di provvedimenti ingiusti, come il “Destinazione Italia”, che invece di favorire la crescita del settore, lo affosserà ulteriormente se non verrà corretta la previsione che vieta gli interventi sugli impianti degli operatori che non accetteranno di ridursi ulteriormente gli incentivi».