Parigi val bene una messa (da Requiem per Kyoto)

Imparare dagli errori del passato per raggiungere un accordo efficace sul clima

[11 dicembre 2015]

cop21 parigi torre eiffel

In questi giorni tutti i media sono focalizzati sulla tanto attesa Cop21 di Parigi. Dopo il sostanziale fallimento delle Cop precedenti, in questi anni si è aspettato Parigi come il crocevia decisivo per raggiungere un accordo internazionale sul cambiamento climatico. Una lunga attesa in cui a tratti è sembrato di aspettare Godot. Adesso l’attesa è finita, è arrivato il momento di andare a scoprire le carte che metteranno sul tavolo i delegati dei vari paesi per capire chi bluffa e chi fa sul serio. A poche ore dalla conclusione del negoziato, che il presidente Laurent Fabius prevede concluso per domani, è giusto chiedersi se il mondo possa mancare anche questo appuntamento. Le difficoltà economiche potrebbero indurre a rinviare anche questa volta le politiche di decarbonizzazione necessarie a frenare il cambiamento climatico?

Non possiamo sottovalutare il rischio che prevalga la paura: il timore che la decarbonizzazione costi troppo, che non ce la possiamo permettere, almeno non ora con lo spettro della recessione che facciamo fatica a scacciare. In questa delicata partita a scacchi tra i delegati dei paesi, c’è da augurarsi che l’Italia possa giocare un ruolo cruciale a favore di un nuovo accordo, per l’importanza che esso ha non solo per il futuro del pianeta, ma anche per quello del nostro paese.

I dati pubblicati di recente nel report “Pathways to Deep Decarbonization in Italy”, a cui ho avuto modo di contribuire mostrano che i costi economici della decarbonizzazione sono limitati: in presenza di intense politiche di riduzione delle emissioni di gas serra, il tasso di crescita italiano potrebbe risultare inferiore di una percentuale assai contenuta (tra lo 0.18% e lo 0.35%) rispetto a quello atteso (1.17%-1.25%) per il periodo 2010-2050.

Costi economici cui dovremmo contrapporre benefici che, nel nostro Paese, sarebbero particolarmente elevati. In primo luogo, in termini di indipendenza energetica, perché con opportune politiche di decarbonizzazione l’Italia potrebbe ridurre la propria dipendenza dalle importazioni di energia dall’attuale 77% (ben oltre la media europea del 58%) fino al 30%-35%, riducendo così anche la vulnerabilità dell’offerta di energia. In secondo luogo, in termini di eco-innovazione, una voce che ha visto l’Italia perdere terreno dal 2004 facendoci scendere sotto la media Eu28 per brevetti in campo ambientale. Senza considerare i benefici alla salute e quindi anche alla produttività dei lavoratori che potrebbero derivare più in generale da una riduzione delle emissioni inquinanti.

Insomma, la storia che la decarbonizzazione costa e che non abbiamo sufficienti risorse economiche per potercela permettere è un argomento ormai logoro e non convincente. Vale la pena accettare un sacrificio peraltro molto limitato nel breve periodo per ottenere benefici molto maggiori in termini di salute e competitività nel medio-lungo periodo.

In questo senso, riprendendo l’antico motto di Enrico IV di Borbone quando decise di rinunciare alla fede protestante pur di farsi incoronare re di Francia, oggi più che mai potremmo dire “Parigi val bene una messa”. Ma quella da celebrare deve essere una messa da Requiem che seppellisca una volta per tutte le incongruenze del Protocollo di Kyoto, tanto entusiasmante all’inizio nel fissare per la prima volta obiettivi quantitativi, quanto deludente alla fine per il grave ritardo con cui fu fatto entrare in vigore solo nel 2005, quando ormai era già a metà del suo percorso, così da renderlo di fatto inoffensivo. Quella lunga attesa e la mancata partecipazione al Protocollo di Kyoto dei paesi in via di sviluppo hanno vanificato gli sforzi dei paesi Annex I e nemmeno la crisi economica di questi anni ha potuto frenare l’incremento delle emissioni globali, che tra il 1990 ed il 2010 sono salite di oltre il 30%.

Il nostro augurio è che nelle prossime ore si possa dunque celebrare la messa da Requiem per Kyoto e ancor più per Kyoto 2, un sequel che come accade talora nei remake cinematografici è risultato più sbiadito dell’originale. Ma affinché questa celebrazione abbia senso è necessario che questa volta si fissino obiettivi credibili e soprattutto vincolanti. Solo così potremo trasformare la messa da Requiem per Kyoto in un battesimo per Parigi, che veda la nascita di una politica ambientale internazionale veramente nuova ed efficace.