Parigi, verso una Cop 21 blindata? Valls: dubbi sulla marcia per il clima del 29 novembre

Anche i cambiamenti climatici dietro il caos siriano: sono un problema di sicurezza nazionale, come il terrorismo

[16 novembre 2015]

manuel valls cop 21

La Cop 21, la più attesa Conferenza Onu sul clima, si terrà e si terrà a Parigi. La conferma è arrivata questa mattina direttamente dal premier francese, Manuel Valls (nella foto), che hai microfoni della francese Rtl ha affermato come nessun capo di stato abbia chiesto di rinviare l’evento. «Tutti vogliono esserci – ha proseguito Valls – La Cop 21 è un appuntamento fondamentale per il futuro del pianeta, per quello dell’umanità. Alla fine del mese il 29 novembre tutti i capi di Stato e di governo saranno qui a Parigi, e apporteranno un messaggio di sostegno e solidarietà alla Francia, non solo per l’incontro sul clima, ma anche in rapporto agli avvenimenti che abbiamo subito».

Gli attentati subiti venerdì 13 e che hanno portato a 129 il computo dei morti, avranno però ripercussioni sull’organizzazione della Conferenza, un evento di per sé ciclopico. A Parigi confluiranno circa 3mila giornalisti, 7mila delegati da 196 Paesi, 10mila osservatori. In tutto, circa 40mila persone saranno in qualche modo ospiti di questa Cop 21, senza tener di conto delle iniziative collaterali: in primis la grande marcia per il clima in programma il 29 novembre.

La Cop 21 rappresenta un evento di portata storica, che dovrà essere posto sotto stretta sorveglianza. La mobilitazione delle forze di sicurezza sarà ai massimi, ha assicurato Valls, ma adducendo ragioni di sicurezza potranno esserci tagli al programma. Le parole del primo ministro francese mettono in bilico addirittura la marcia del 29 novembre, un appuntamento dall’eco mondiale: «Non voglio anticipare troppo – ha anticipato il primo ministro Manuel Valls –, ma la questione dell’organizzazione di questa manifestazione dovrà essere per forza affrontata. Se dobbiamo realizzare questo grande incontro, le forze di sicurezza devono concentrarsi sull’essenziale».

L’auspicio è che possa essere trovata la quadratura necessaria per lo svolgimento della marcia, un appuntamento che vede convoglia grandi forze delle società civile, manifestanti in difesa del clima. Se così non fosse, se la Cop 21 si tramutasse davvero in un evento blindato, il terrorismo un risultato lo avrebbe già ottenuto: ridurre gli spazi di democrazia, protesta e confronto, e a fare le spese saranno soprattutto i Paesi in via di sviluppo, quelli africani e i piccoli stati insulari che avevano sempre trovato un forte sostegno alle loro psizioni nelle manifestazioni e nelle iniziative di ambientalisti e Ong; dobbiamo molto alle manifestazioni e ai contro-summit della società civile se le precedenti Cop non sono state un completo fallimento.

È importante ricordare, anche alla luce dei vigliacchi attentati del 13, che alzarsi dal tavolo dei negoziati della Cop 21 (negoziati che, assicurano oggi da Parigi, si terranno regolarmente) con una risposta forte e univoca contro i cambiamenti climatici, vorrebbe dire riuscire a minare anche una delle basi che ha permesso all’Isis di prosperare.

Come ha recentemente dichiarato il presidente Obama in un’intervista a Rolling Stones, poi tradotta dal Corriere della Sera, il cambiamento climatico è un problema di sicurezza nazionale al pari del terrorismo: «Sappiamo che l’aumento della siccità e delle alluvioni e l’erosione delle coste avranno un impatto sull’agricoltura e faranno aumentare la carestia in alcune zone del mondo e questo porterà alla migrazione di un gran numero di persone. Per esempio, quello che sta succedendo in Siria è in parte il risultato di una terribile carestia che ha portato grandi fette di popolazione a spostarsi dalle campagne alle città, creando il clima politico adatto a scatenare le proteste contro Assad, che a sua volta ha risposto nel modo più malvagio possibile. Questo è il tipo di minaccia alla sicurezza nazionale che può essere provocata dal cambio climatico. Si manifesterà in modi diversi, ma quello che abbiamo imparato dalla storia è che, quando le popolazioni sono messe alle strette e vivono in condizioni difficili, reagiscono male. Si esprime sotto forma di nazionalismo, guerra, xenofobia, terrorismo».

Non fare niente, o non fare il necessario per combattere i cambiamenti climatici significa dunque continuare ad alimentare la miccia del terrorismo. Questa oggi è una certezza diffusa, non più un’accusa sui generis. Tra due settimane dal vertice di Parigi dovrà arrivare una risposta dai leader internazionali: le soluzioni sono a portata di mano, e dobbiamo avere il coraggio di afferrarle a Parigi.