Per avere una minore impronta climatica, la dieta vegetariana batte quella a km zero

Studio sulle emissioni di gas serra del cibo consumato in Europa: diversificare le nostre diete per ridurre la quota di carne e latticini

[24 ottobre 2018]

Il nuovo studio The role of trade in the greenhouse gas footprints of EU diets” pubblicato su Global Food Security  da un team di ricercatori finlandesi, austriaci, tedeschi e australiani fornisce la contabilità più completa delle emissioni di gas serra dell’Unione europea derivanti dalle diete alimentari e conferma che la carne e i prodotti caseari sono i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra prodotte da quello di cui ci cibiamo.

All’Ecosystem services and management program dell’International institute for applied aystems analysis (Iiasa) spiegano che «Se si tiene conto delle emissioni derivanti dalla produzione, dal cambiamento di utilizzo del suolo e dai trasporti internazionali, il cittadino medio dell’Ue ha un’impronta alimentare di 1070 kg di CO2 equivalente all’anno», si tratta della stessa quantità di emissioni procapite causate dalla guida di un’auto per 6.000 km e di circa un terzo in più rispetto alle stime delle emissioni di gas serra della produzione di base dei prodotti alimentari.

Lo studio evidenzia che «Carne e latticini rappresentano oltre il 75% dell’impatto delle diete dell’Ue. Questo perché la produzione di carne e prodotti lattiero-caseari non solo provoca emissioni dirette provenienti dalla produzione animale, ma contribuisce anche alla deforestazione dall’espansione dei terreni coltivati ​​per i mangimi, che spesso vengono prodotti al di fuori dell’Ue«. Ma, abbastanza sorprendentemente, lo studio ha rilevato che «Le emissioni relative al commercio internazionale sono marginali rispetto ad altre fonti».

La principale autrice dello studio, Vilma Sandström dell’Iiasa e dell’Helsinki institute of sustainability science (Helsus) dell’università di Helsinki, fa notare che «Monitorare le emissioni di gas serra della produzione alimentare è estremamente complicato e per farlo abbiamo bisogno di metodi migliori. L’obiettivo del nostro studio era capire meglio l’impatto sul clima delle diete europee e il modo in cui il commercio internazionale influenza contabilizzazione di queste emissioni».

La produzione di cibo potrebbe sembrare solo una piccola parte dell’impatto climatico dell’Europa: nell’Ue  rappresenta meno del 5% delle emissioni globali del settore agricolo e dell’uso del suolo, ma dato che gli europei mangiano anche prodotti importati da tutto il mondo, la contabilizzazione delle emissioni alimentari dell’Ue che si basano solo sulla produzione di cibo nell’Unione europea escludono un pezzo importante del puzzle climatico.

All’ Iiasa ricordano che «Tracciare l’origine degli alimenti nella contabilizzazione dei gas serra è complesso e molti studi precedenti non tracciavano le importazioni o utilizzavano queste stime solo per pochi prodotti o regioni. Il nuovo studio mira a bilanciarne profondità e scala, fornendo un approccio sistematico».

Il team internazionale di ricercatori ha confrontato un gran numero di Paesi, vari prodotti agricoli di diversa origine e integrato varie fonti di gas serra ed è convinto che «Questo metodo potrebbe essere applicabile anche in altri paesi e regioni. Il nuovo studio potrebbe essere utile per decision makers  che puntano a quantificare più accuratamente le emissioni di gas serra. Inoltre, sottolinea la necessità di un migliore monitoraggio degli impatti dei prodotti alimentari importati. In particolare, questo studio evidenzia l’impatto del mangime per animali importato».

La ricerca fornisce anche maggiori informazioni per i consumatori attenti al clima, sostenendo con ulteriori dati gli studi precedenti che avevano già dimostrato che mangiare meno carne e latticini è una delle azioni chiave che i singoli individui possono fare per ridurre la loro impronta climatica.

Uno degli autori dello studio, Hugo Valin dell’Iiasa, conclude: «Le persone tendono a pensare che consumare localmente sia la soluzione ai cambiamenti climatici, ma per l’impatto complessivo è risultato  che il tipo di prodotto che mangiamo è molto più importante. Gli europei sono culturalmente legati al consumo di carne e di prodotti lattiero-caseari. Ridurre la nostra impronta climatica non richiede necessariamente di smettere di mangiare questi prodotti alimentari, ma piuttosto di diversificare ulteriormente le nostre diete per ridurne la loro quota».