Tutto quello che avreste voluto sapere sul Polar Vortex

Perché il freddo “marziano” degli Usa non smentisce il cambiamento climatico

[8 gennaio 2014]

Quasi la metà dei Lower 48, gli stati continentali “contigui” degli Usa, è nella morsa di un freddo definito “marziano” che ieri ha fissato innumerevoli record, raggiungendo i 50 gradi sotto zero, «eppure niente di tutto questo significa qualcosa riguardo l’esistenza del cambiamento climatico, la sua gravità o delle sue conseguenze», scrive il meteorologo Janson Sameon del Washington Post.

Mentre frotte di eccitati eco-scettici, praticamente gli stessi che quando uscì il film The Day After Tomorrow gridarono alla manipolazione dell’opinione pubblica attraverso il catastrofismo climatico, dicono che l’ondata di freddo estremo è la dimostrazione che le temperature in realtà stanno calando e che il global warming non esiste, la realtà secondo Sameon e tutti i suoi colleghi  un’altra: il Polar Vortex che si è incuneato nel nord degli Usa è «un evento casuale risultante da una disposizione fortuita dei sistemi meteorologici. In breve, il flusso in senso orario attorno alle gigantesche  aree di alta pressione sopra l’Alaska e l’ovest della Groenlandia hanno costretto le “steering currents” dell’atmosfera a spingere il vortice negli Usa del nord. E’ successo prima che l’uomo scaricasse miliardi di tonnellate di anidride carbonica in atmosfera e accadrà di nuovo».

Quello che le nostre televisioni globalizzate ci presentano come un evento apocalittico non ha niente a che vedere col Day After del cambiamento climatico: questa intromissione del vortice polare è un singolo evento atmosferico che colpisce direttamente circa il 2% del mondo, mentre come spiega Sameon del Washington Post, «Il cambiamento climatico si misura  valutando a livello continentale le tendenze globali del  tempo meteorologico nel corso dei decenni , non gli eventi che accadono in pochi giorni in una piccola regione. Per questo motivo, un’ondata fugace di freddo (o tempesta di neve) su una parte di un continente non dovrebbero mai essere utilizzata come prova a favore o contro il cambiamento climatico».

Invece, i dati degli ultimi decenni dimostrano che  in tutto l’emisfero settentrionale le temperature invernali sono aumentate notevolmente e Sameon continua: «In breve, il cambiamento climatico in media ha ridotto l’intensità/frequenza degli estremi di freddo nel corso del tempo. Ma questo non significa che siano stati superati o che sono stati eliminati. Eventi come il freddo record in Europa nel 2011  e questo evento del vortice polare sono chiari esempi di un tempo eccezionale di freddo estremo in un mondo in riscaldamento». Il meteorologo del Washington Post, che ha lauree e master in scienze atmosferiche alle università della Virginia e del  Wisconsin-Madison, è convinto che «Se non fosse per l’accumulo di gas serra provocato dall’uomo nell’atmosfera,  credo che gli eventi di freddo estremo ai quali  assistiamo ora sarebbero ancora più freddi. In altre parole,  se si prendesse questi stessi focolai di aria fredda e li si proiettasse sul clima del 1800, sarebbero più gravi. Avremmo bisogno di un modello per poterlo verificare, ma è un’ipotesi. La verità è che l’aumento dei gas serra agisce per riscaldare il globo e, in media nel corso del tempo, dovrebbe prevalere sul freddo. Ma il pianeta è davvero un posto grande e complicato e il tempo atmosferico cambia velocemente e in modo casuale. Viceversa, il clima cambia molto gradualmente». Insomma, il freddo marziano negli Usa non dovrebbe essere così scioccate e nessuno dovrebbe usarlo per negare il global warming.

Quindi la domanda che circola insistentemente in questi giorni anche sui giornali e le televisioni italiana – “se il cambiamento climatico esiste, allora perché fa così freddo?” – in realtà si  basa su idee sbagliate e convinzioni comuni su come il clima freddo si sposta in tutto il pianeta. Greg Laden, un bioantropologo  che scrive per  ScienceBlog del National Geographic, in un articolo intitolato ironicamente “Go home, Arctic, You’re Drunk”, risponde:  «Il riscaldamento globale è reale. L’apparente contrasto tra freddo estremo e riscaldamento globale è in realtà un’illusione. Se guardiamo il meteo locale in molte parti degli Usa vediamo un blob gigante di fredda “aria artica” in movimento verso sud che inghiottire i nostri umili borghi e città, come se l’Arctic Coldness che sappiamo se ne sta in cima del nostro pianeta, come un gigantesco cappello gelido, sta crescendo in dimensioni. Come può accadere una cosa del genere con il global warming?»

Laden invita a immaginare uno scenario un po’diverso: il gigantesco hula-hoop di caldo dei tropici che improvvisamente si espande per sommergere  per più o meno una settimana a nord gli Usa, l’Europa, l’Asia e  a sud il meridione del  Sud America, l’Africa australe, l’Australia… per poi ritirarsi, »Come potrebbe  accadere? – chiede Laden – Dove sarebbe tutto il calore necessario perché questo possa avvenire? Dato che sembra essere una violazione di alcune leggi fondamentali della fisica. Ora, il freddo non è una cosa a sé,  è l’assenza di caldo, ma lo stesso problema emerge quando immaginiamo il cappello gelido gigante di aria artica che semplicemente  diventa molte centinaia di volte percentualmente più grande da poter sommergere le regioni temperate del pianeta. Così, se può essere facile immaginare una cosa del genere, date le immagini che vediamo sulle mappe meteo regionali, è nei fatti impossibile. La fisica semplicemente non funziona in questo modo. Quello che sta accadendo è invece la massa d’aria fredda che di solito stazione sulla regione artica durante l’inverno nordico  si è mossa,  si è abbassata, spostata, andato fuori centro, per inghiottire parte della regione temperata». La cosa singolare è che mentre negli Usa centrali ed orientali fa un freddo marziano, più ci si sposta verso nord e più fa “caldo”  e che attualmente il Polo Nord e l’Alaska hanno temperature più miti che nel Minnesota.

Il grafico dell’European Centre for Medium-Range Weather Forecasts che pubblichiamo mostra bene quel che sta accadendo. Il Polar Vortex, un enorme sistema di aria turbinante che normalmente contiene l’aria fredda polare, si è spostato dalla sua abituale collocazione sul Polo, non stiamo quindi assistendo ad un ampliamento del freddo, al principio di una nuova era glaciale o ad un fenomeno anti-global warming, si tratta solo della solita aria polare fredda “in gita”. «Quindi – conferma  anche Laden – questo freddo che stiamo avendo non smentisce il global warming. In realtà, l’ondata di freddo che stiamo vivendo nel bel mezzo degli Usa e nel contiguo Canada potrebbe essere causata del riscaldamento globale. Il vortice polare può andare fuori centro ogni inverno, ma nel corso degli ultimi abbiamo avuto diverse strane attività meteorologiche, il che si pensa possa essere collegato al global warming e che possa aver contribuito a questo particolare evento atmosferico. Tutto questo potrebbe essere un effetto di queste stranezze, anche se è probabilmente troppo presto per poter dare un giudizio su questo particolare evento atmosferico».

In effetti, non solo il film eco-catastrofico che tanto aveva fatto arrabbiare gli eco-scettici pronti oggi a giurare su una nuova era glaciale in arrivo,  prevedeva che l’afflusso di freddo estremo sia alimentato  dagli effetti del cambiamento climatico, ci sono anche scienziati come Jennifer Francis, ricercatrice e professoressa all’Institute of Marine and Coastal Science della Rutgers University, che  ha detto a ClimateProgress: «Non è l’Artico ad essere ubriaco: è la corrente a getto». La Francis studia soprattutto i collegamenti dei vistosi cambiamenti in corso nell’Artico i con i modelli climatici globali e ha detto che «In altri luoghi, si può  vedere che sono i tropici ad essere ubriachi. Il riscaldamento dell’Artico sta causando cambiamenti  di temperatura meno drastici tra i climi settentrionali e meridionali, portando all’indebolimento dei venti occidentali verso est e, in ultima analisi, ad una regressione della corrente a getto. La recente “ondulazione” del flusso ha portato al raffreddamento degli Usa temperati, lasciando l’Alaska e l’Artico relativamente al caldo. La stessa cosa sta accadendo in altri Paesi. Le tempeste invernali stanno martellando il Regno Unito, mentre la Scandinavia sta avendo un inverno molto caldo. Questo tipo di modello sarà sempre più probabile, ed è già più probabile. Gli estremi su entrambi i lati sono un sintomo.  Con temperature selvagge e insolite ad entrambi gli estremi, sia più calde che più fredde».

Ma le teorie della Francis non convincono molti scienziati come Kevin E. Trenberth,  del National Center for Atmospheric Research, che ha detto a ClimateProgress di essere molto scettico sulle conclusioni alle quali è arrivata la sua collega: «Il lavoro di Jennifer mostra una correlazione, ma la correlazione non è causalità. Infatti, è molto più probabile che lavori al contrario». Secondo Trenberth non sarebbe il riscaldamento dell’Artico a  spostare la corrente a getto ma lo stesso  Jet Stream a spostarsi, portando ad un Artico caldo: «Infatti, la teoria di Francis potrebbe funzionare se l’Artico fosse stato, particolarmente caldo e carente di ghiaccio,  al momento, in inverno, l’Artico è più fresco e gelido. Non sto dicendo che non ci sia l’influenza del cambiamento climatico, ma in pieno inverno l’energia in queste grandi tempeste è enorme ed è impossibile trovare statisticamente un’influenza del cambiamento climatico. Quindi dobbiamo ripiegare sulla comprensione dei processi e dei meccanismi».

Trenberth, dopo aver fatto notare che negli Usa ci sono anche posti come Boulder, in Colorado, dove la copertura nevosa è un terzo della norma e le temperature sono molto più alte della media, sottolinea che una sua recente ricerca ha dimostrato che la maggiore umidità e caldo innescati dal  cambiamento climatico hanno un effetto sugli eventi meteorologici e conclude: «La risposta alla domanda, che spesso mi viene posta, se un evento sia causato dal cambiamento climatico, è che la domanda è sbagliata. I cambiamenti climatici hanno effetti su tutti gli eventi meteorologici, perché l’ambiente in cui si verificano è più caldo e più umido di quanto non lo fosse prima».