Picco del petrolio, sì o no? Un po’ di chiarezza in un mare di confusione

[15 luglio 2013]

Quando pubblicava il suo romanzo Il mondo nuovo nel 1932, Aldous Huxley era preoccupato di un futuro in cui il potere non si sarebbe più preoccupato di nascondere la verità, semplicemente l’avrebbe resa irrilevante in un mare di banalità. Huxley ha avuto ragione su molti punti, e uno di questi è il diluvio di dati che ci arrivano addosso quotidianamente e che rendono quasi impossibile farsi un’idea di quello che sta veramente succedendo; a meno che uno non abbia speso tempo e studio per capire bene come funziona un particolare settore.

Questo è quello che si sta verificando per il picco del petrolio, con il pubblico che si trova a essere sommerso da un diluvio di dati contraddittori: picco sì, picco no; America importa, America esporta, c’è la rivoluzione del gas di shale, no c’è la bolla finanziaria del gas di shale. Un ulteriore contributo a questo diluvio di dati arriva in questi giorni con un rapporto scritto da Adam Brandt e altri, del quale anche greenreport.it si è già occupato.

Brandt è un ricercatore serio e competente, che si occupa di picco del petrolio da molti anni. Qui, tuttavia, devo dire che lui e i suoi collaboratori sono riusciti ad aumentare ulteriormente, e non di poco, la confusione imperante. Infatti, si sono messi a parlare di “picco della domanda” che molti lettori hanno inteso come qualcosa di diverso dal picco del petrolio. Ma che cos’è esattamente questo “picco della domanda”?

Come misuri la “domanda” indipendentemente dall’offerta? Tenendo conto che una delle prime cose che impari al primo anno del corso di economia è che il mercato rende la domanda uguale all’offerta. In realtà, l’unica cosa che si può misurare e la produzione e, alla fine dei conti, Brandt e i suoi colleghi stanno dicendo che ci sarà un picco di produzione; parliamo sempre della stessa cosa.

Quello che Brandt e i suoi hanno cercato di spiegare è che il picco del petrolio non è dovuto all’esaurimento fisico del petrolio, ma alla riduzione della domanda, causata principalmente da prezzi crescenti che ci costringono a risparmiare e ad essere efficienti per consumarne di meno. Ma dovrebbe essere ovvio che è soltanto la riduzione della domanda che genera il picco del petrolio (come io e il collega Alessandro Lavacchi abbiamo già cercato di spiegare in un articolo di qualche anno fa). Non potrebbe essere altrimenti: se non ci fosse l’effetto effetto dovuto all’aumento progressivo dei costi di estrazione non ci sarebbe nessun picco, continueremmo a estrarre a ritmi crescenti fino a trovarci a guardare nel buco del pozzo e esclamare: “uh-oh! Non ce n’è più!”

D’altra parte, è anche vero che non pochi “picchisti” hanno capito la questione del picco proprio in questo modo sbagliato; ovvero come se fosse correlata all’esaurimento fisico del petrolio e non al suo graduale aumento di costo. Insomma, questa cosa del picco del petrolio non va giù perché è una tacca più complicata del semplice sì/no, c’è petrolio/non c’è petrolio. La reazione di non pochi commentatori all’articolo di Brandt e compagni dà ragione a James Schlesinger quando diceva che gli esseri umani hanno soltanto due modi operativi: irresponsabilità e panico.

Quindi, per tirarci fuori dalla confusione, lasciamo perdere le sottigliezze sulla domanda e l’offerta e diciamo soltanto due cose: 1) Il petrolio non è infinito e quindi finirà per esserci un picco, che molto probabilmente sta avvenendo proprio in questi anni. 2) Anche se il petrolio non è infinito, ce n’è abbastanza per farci dei danni spaventosi in termini di inquinamento e di cambiamento climatico.

di Ugo Bardi, fondatore della sezione italiana di Aspo (Association for the Study of Peak Oil and Gas) per greenreport.it