Il Piemonte brucia e soffoca nella “nuova normalità” del cambiamento climatico

Landi (ex Cfs) e Verdi: colpa anche della riforma Madia che ha abolito la Forestale

[30 ottobre 2017]

Mentre il forte vento e la pioggia che non arriva hanno  riattizzato gli incendi che soffocano la Valsusa e  Torino (e alcune aree della Lombardia), mentre le associazioni ambientaliste e animaliste continuano a chiedere (inascoltate) la sospensione o la chiusura della caccia per consentire di sopravvivere alla selvaggina stremata da una siccità interminabile e che vede il suo habitat distrutto dalle  fiamme, la politica sembra finalmente interrogarsi sulle cause di una catastrofe annunciata che sembra una tempesta perfetta, nata dal concatenarsi di cause che hanno al centro il cambiamento climatico di origine antropica.

Intervistato da La Repubblica, il presidente della Regione Piemonte, Seggio Chiamparino, dice che le cause degli incendi sono probabilmente dovute più all’incuria che al dolo,  ma  conclude: «Da tre autunni sono presidente della Regione e ho già vissuto due alluvioni e quest’anno i roghi. Questa per me era la stagione più bella dell’anno, ma per colpa dei cambiamenti climatici sta diventando una stagione maledetta».

E il cambiamento climatico – praticamente ignorato dall’astruso e autoreferenziale  dibattito di una politica ormai sulla pista elettorale – sui territori significa già Paesi evacuati, danni ingenti, canadair che arrivano a darci una mano dalla Croazia, centinaia di volontari che tentano di arginare fronti di incedi mai visti in questa stagione, spinti da venti inusualmente forti.

Sembra di essere in California o in Portogallo… Sembra di essere in quel mondo del riscaldamento globale, nell’Antropocene, che un Trump può negare nel nome della cieca ideologia del negazionismo climatico ma che può essere ugualmente negato mettendo in coda ai problemi di un Paese fragile come l’Italia quello più urgente: la prevenzione e il recupero in un territorio fin troppo abusato. E gli incendi che stanno divorando la Valsusa della Tav, di un progetto tanto faraonico e dispendioso quanto di dubbia utilità e non certo prioritario, sono paradigmatici di come – e con che diversi investimenti e politiche – si sia affrontato il tema dei territori  (e della loro sicurezza) nel nostro Paese.

«La situazione è molto critica — dice Chiamparino — il vento complica le operazioni di canadair ed elicotteri». Ma questa situazione non è più un’emergenza eccezionale: è destinata a diventare la nuova normalità, come avvertono da anni gli scienziati, come è scritto sui rapporti dell’Ipcc, come si può leggere nei documenti dell’Unfccc approvati e sottoscritti dai nostri governi.  E della nuova normalità faranno sempre più  parte i mega-incendi e il prolungamento della stagione degli incendi boschivi, soprattutto nella regione mediterranea, che è la frontiera avanzata (quanto ignorata dai decisori politici) del cambiamento climatico che avanza verso nord.

Di fronte a quanto sta succedendo è difficile dar torto  a Silvano Landi, generale del corpo forestale di Stato in pensione, ex direttore della Scuola di Cittaducale (Rieti) ed ex  docente universitario di lotta agli incendi, che in un’intervista a La Stampa ricorda che: «Quest’estate in Abruzzo i boschi del monte Morrone sono bruciati per venti giorni consecutivi, altrettanti al monte Giano, ora in Val di Susa. Ritengo che in parte la colpa dipenda dalla riforma Madia, con il passaggio di consegne dal Corpo forestale agli altri corpi, i carabinieri e i vigili del fuoco, la cui specificità erano fino a poco tempo fa le città e gli edifici, non i boschi. Ogni giorno ricevo lettere di ex forestali, transitati nei pompieri, che non vengono impiegati per gli incendi boschivi. Tra loro ci sono anche piloti. E, per problemi burocratici, una parte degli elicotteri passata ai vigili del fuoco non si è alzata in volo. Problemi che probabilmente si risolveranno, ma non si deve perdere tempo».

Anche il coordinatore dei Verdi, Angelo Bonelli, è convinto che «Il disastro ambientale nella Val di Susa, di proporzioni gigantesche, è la diretta conseguenza di due fattori: un sistema di prevenzione non adeguato che ha consentito che per otto giorni le Alpi bruciassero e che le esperienze e le capacità dell’ex corpo forestale andassero disperse a causa dell’inutile dannosa riforma Madia; il secondo è che la siccità ed in particolare la scomparsa dalle montagne di sorgenti e il prosciugamento delle falde superficiali hanno reso i boschi delle Alpi delle vere e proprie micce pronte ad esplodere. A questo bisogna aggiungere che politiche decennali di vero e proprio assalto al territorio hanno trasformato le montagne della Val di Susa in una terra senza acqua. I lavori della Tav hanno prosciugato le sorgenti; per sparare la neve artificiale in alta quota si pompa acqua dolce a grande quantità dalle falde; per non parlare delle altre infrastrutture che hanno alterato la rete idrografica di quell’area. Se oggi di fronte a questi incendi dolosi, e quindi criminali, ci fosse stata l’acqua, con le sorgenti disponibili per difendere le popolazioni, non ci troveremmo di fronte ad un disastro di queste proporzioni».

Bonelli evidenzia che «Sino a oggi in Italia sono andati a fuoco 140 mila ettari il record storico degli ultimi 10 anni e chi governa pensa ancora che la prevenzione passi attraverso i Canadair che ci costano la bellezza di 60 milioni di euro l’anno, mentre con l’eliminazione del Corpo Forestale, si sono risparmiati solo 30 milioni di euro, ma smantellando così tutta la rete di prevenzione in capo ai Forestali. Lo abbiamo visto con gli incendi, ma anche con la siccità e il rischio desertificazione: la politica, il governo e le istituzioni non sono capaci di affrontare le emergenze ambientali. Come Verdi presenteremo un esposto all’autorità giudiziaria affinché apra un’indagine per verificare se nella scomparsa di sorgenti e falde, dovute alla realizzazione degli impianti per le infrastrutture, si sia indebolita la montagna e i suoi naturali meccanismi di difesa. Non possiamo non registrare ancora una volta un grande assente: il ministro del Non-Ambiente».

Della nuova normalità  dell’Antropocene italiano e globale fa parte anche il mix letale di particolato di incendi e di inquinamento urbano da fonti fossili che soffoca Torino e il Piemonte. Ma ben prima dell’emergenza incendi, il 17 ottobre, il presidente regionale di Legambiente,  Fabio Dovana, denunciava: «E’ inaccettabile che la politica si sia fatta trovare ancora una volta impreparata di fronte a un problema cronico come lo smog. Il Piemonte insieme alla Lombardia, all’Emilia Romagna e al Veneto, ha firmato a giugno il protocollo interregionale antismog. Siamo quasi a fine ottobre e la delibera per recepirlo è ancora ferma in Commissione Ambiente. Non si hanno neanche notizie del nuovo Piano regionale antismog, in gestazione da ben 3 anni, la cui fase di osservazioni si è conclusa a metà agosto. Un insulto alla salute dei piemontesi che sono stufi di dover assistere ad atteggiamenti lassisti da parte di una classe politica che reputa non prioritario il tema della qualità dell’aria. Nessun alibi neanche per i Comuni che avrebbero potuto e dovuto anticipare le misure, già blande, previste dal protocollo interregionale. Quest’anno il picco di polveri sottili nell’aria non ha aspettato il rigido inverno, anzi è arrivato con largo anticipo, prima in primavera e poi in autunno, complici i cambiamenti climatici e poi la mancanza di interventi strutturali da parte di regioni e sindaci per arginare il problema. Con un autunno quasi estivo e l’assenza di piogge, da gennaio a metà ottobre sono già 5 su 8 i capoluoghi piemontesi ad aver superato il limite di 35 giorni con una media giornaliera oltre i 50 microgrammi per metro cubo previsto per le polveri sottili (PM10)».

Poi sono arrivati gli incendi trasformando Torino e altre città  in qualcosa di più simile a Pechino e New Delhi che ad aree urbane dell’Unione europea.