Putin e il cambiamento climatico. Si è davvero convertito alla Cop21?

Putin promette tagli delle emissioni già avvenuti dopo il crollo dell’industria pesante dell’URSS

[4 dicembre 2015]

Putin COP21

Mentre in Italia sta facendo scalpore la presa di posizione di Famiglia Cristianaa a favore di Putin nella sua disputa con Erdogan e l’Occidente, alla COP21 Unfccc di Parigi hanno fatto ancora più scalpore i buoni propositi ambientali del presidente russo, che fino ad ora era stato, giustamente, annoverato tra gli eco-scettici e che aveva detto che dal riscaldamento globale la Russia ha solo da guadagnare, sia per l’ampliamento dei terreni agricoli, sia perché libererà dai ghiacci l’Oceano Artico, consentendo alle navi russe di arrivare più rapidamente in Asia e alle piattaforme di trivellare petrolio e gas in fondali finora inaccessibili. E’ famosa la frase detta da Putin alla World Climate Change Conference del 2003 che il riscaldamento globale farebbe risparmiare ai russi i rubli spesi per comprare pellicce.

Però, mentre la presenza dell’ex presidente russo Dmitry Medvedev alla COP Unfccc di Copenaghen passò quasi ignorata sui media russi, il discorso di Putin a Parigi ha avuto l’apertura delle notizie alla televisione di Stato russa ti ambientali Centro Bellona in St Petersburg.

Yelena Kobets, che è alla COP21 in rappresentanza delll’Environmental Rights Center di Bellona di San Pietroburgo, sottolinea che attualmente la Russia, con 2 miliardi di CO2 equivalente all’anno, è il quarto maggiore emettitore di gas serra del mondo dopo Cina, Usa e India, «Quindi mi sembra Putin che Putin dovesse dire qualcosa».  Secondo lo Shift Project Data Portal, un aggregatore di statistiche sul cambiamento climatico, la Russia è uno dei Paesi a più alta intensità di carbonio del mondo, mentre Cina, India e Usa  non sono ancora nella top 20, per questo Putin, impegnato a rilanciare l’immagine della Russia in tutti i campi, deve fare qualcosa. Secondo molti osservatori russi, intervenendo alla COP21 di Parigi, Putin a dimostrato di voler cooperare con gli altri leader mondiali per combattere il cambiamento climatico, altri, compresi gli ambientalisti russi, sono molto scettici sulle sue motivazioni. La Kobets ha attribuito l’evidente voltafaccia di Putin alle devastazioni prodotte dai cambiamenti climatici in Russia e anche Alexei Kokorin, responsabile energia del Wwf Russia, sottolinea: «Impatti nella Russia settentrionale, eventi meteorologici catastrofici mai visti prima, incendi boschivi, scioglimento del permafrost,  è impossibile non vedere questi effetti. Non è una svolta a 180 gradi del presidente sul cambiamento climatico, ma è più vicina ad una svolta di 90 gradi. La scienza sta dimostrando che è più negativo che positivo per la Russia, ma [il piano di Putin] non mostra gli enormi tagli alle emissioni di cui abbiamo bisogno». Vladimir Slivyak, co-presidente del gruppo anti-nucleare russo  Ecodefense della Russia, è più critico nei confronti di Putin: «Non credo che abbia cambiato idea. E’ solo un altro tentativo di comprarsi la simpatia dell’Occidente parlando lo stesso linguaggio: ‘esperienza dimostra che è difficile credere alle promesse di Putin».

Nel suo discorso dalla tribuna della COP21 di Parigi, Putin ha addirittura detto che le iniziative climatiche della Russia hanno contribuito a «Ritardare il riscaldamento globale di quasi un anno». Poi ha annunciato l’arrivo di nuove tecnologie innovative per limitare le emissioni di gas serra e che nel prossimo futuro la Russia sarà all’avanguardia nello sviluppo a basso consumo energetico: «La Russia ha contribuito attivamente ad affrontare il riscaldamento globale:  il nostro Paese è in prima linea».

Putin alla COP21  ha presentato le sue cifre: nell’ambito del protocollo di Kyoto, adottato nel 1997 ma dal quale la Russia si era successivamente sganciata, la Russia ha ridotto le sue emissioni di gas serra di 40 miliardi di tonnellate rispetto ai livelli del 1990 e Putin ha promesso che la  Federazione russa ridurrà del 70% i livelli di gas serra entro il 2030. Cosa che potrebbe essere ottenuta con un nuovo accordo che sottolinei il ruolo svolto delle enormi foreste russe, russe si estendono su 2 miliardi di ettari, nello stoccaggio di CO2. Una delle misure su cui insistono i negoziatori russi alla COP21..

Ma gli ambientalisti fanno notare che c’è il trucco: Putin si è impegnato a tagliare le emissioni del 30% rispetto ai livelli del 1990, l’anno di riferimento del Protocollo di Kyoto, mentre molti altri Paesi si sono impegnati a ridurre le loro emissioni rispetto ai livelli del 2005, in linea con quanto fissato dall’Accordo di  Copenhagen del 2009. Quello che inoltre non dice Putin è che il 1990 è l’anno in cui le emissioni dell’Unione Sovietica raggiunsero il picco, prima di scendere in picchiata dopo il crollo del regime comunista e della sua inquinante industria pesante. Quindi, il punto di riferimento del 1990 falsa i risultati e come spiega la US Energy Information Agency (IEA), un taglio del 30% rispetto al 1990 in realtà si tradurrebbe entro il 2030 in un aumento del 40% delle attuali emissioni di gas serra russe. Ma Kokorin del Wwf dice che «Un tale picco prima del 2030 è improbabile, perché le emissioni della Russia si sono stabilizzate rispetto ai livelli presentati dall’IEA. La Russia è attualmente intorno al target, con  una riduzione dei gas serra di circa il 28 – 29%. Il piano generale, resta un po’ dispersivo e non sta offrendo un  progresso riguardo ai maggiori step e standard del piano quinquennale di epoca sovietica Per ora, il plateau delle emissioni è abbastanza buono, ma la situazione attuale rappresenta solo un 1% di deviazione dal [30% della Russia] business as usual. La chiave di volta è mantenere la Russia su questo costante plateau. E per questo Putin ha enfatizzato l’efficienza energetica, principalmente attraverso la produzione di automobili migliori, più piccole, aerei meno emissions-intensive e la costruzione di edifici più efficienti per sostituire il la famigerato architettura diroccata piena di spifferi del Paese. Il governo si aspetta che questo lavoro duri circa 15 anni. Poi, magari dopo che ci sarà qualche mossa sulle energie rinnovabili e il CCS [carbon capture and storage], insieme al gas. Entro il 2050, migliori case scenario plans del governo russo avrebbero un mix energetico che trae il 20% della sua energia da nucleare, un altro 30% da fonti rinnovabili e il 50% dal gas con l’uso di tecnologie CCS. E’ così che la vedono ora, ma sembra che sia sotto costante revisione».

Slivyak di Ecodefense fa notare che «Un 20% di dipendenza dal nucleare entro il 2050 sarebbe quasi impossibile da raggiungere. Oggi L’energia nucleare rappresenta circa il 16% del mix della Russia. Un 20% di dipendenza richiederebbe un nuovo parco di reattori per sostituire le unità obsolete della Russia e costerebbe miliardi e richiederebbe troppo tempo per raggiungere gli obiettivi entro il 2050». Infatti, invece di costruire nuovi reattori, attualmente la Russia si affida molto di più a prolungare la durata di vita delle vecchie centrali sovietiche e ad aumentarne la potenza, un “giochino” molto pericoloso e che probabilmente non supererebbe gli stress test dell’Unione europea sulle centrali nucleari.

Slivyak  non è per niente ottimista sul fatto che Putin intenda davvero incrementare l’energia rinnovabile e Secondo la Kobets «​​Uno dei punti critici per una distribuzione più ampia dell’energia rinnovabile è la mancanza di leggi russe che la sostengano. C’è un vuoto legislativo che deve essere affrontato dal legislatore russo per rendere possibile più solare, eolico e altre energie pulite. I posti dove le rinnovabili stanno avendo un boom sono nelle comunità e nelle regioni dove i governi locali si sono stancati di aspettare il via libera da Mosca. Per esempio, la regione di Murmansk ha acquistato una nuova linea di autobus con filtri delle emissioni più efficaci, in sostituzione di una parte della sua flotta traballante e con tubi di scappamento obsoleti. Altre aree, come  Rostov sul Don e la Regione di Krasnodar stanno ripensando modi di bruciare rifiuti domestici ed altri rifiuti. E Murmansk nel corso degli ultimi anni ha visto una crescita di unità di produzione di energia low carbon in piccoli villaggi che si basano su pannelli solari e un minimo uso di generatori diesel per l’energia elettrica 24 ore su 24». Ma Kokorin sottolinea che «Purtroppo Mosca presta raramente attenzione a qusti sforzi locali,  in quanto sono soprattutto finanziati da piccole e medie imprese. C’è un grande divario tra l’attenzione del governo per le piccole imprese e per quello che fanno  Gazprom o  Rosneft», le due gigantesche compagnie p gasiera e petrolifera dello Stato-mercato russo.

A questo proposito, Slivyak evidenzia che «Spingere le enormi aziende statali ad impegnarsi nelle tecnologie dell’energia rinnovabile richiederebbe una enorme quantità di pressione internazionale. Questo vale anche per i politici. Le fonti rinnovabili e l’efficienza potrebbero svolgere un ruolo importante – conclude l’ambientalista russo –  ma perché ciò avvenga, ci devono essere cambiamenti politici per i quali la Russia al momento non è pronta. A causa di questo, ci sarà un gap energetico, una mancanza di energia che dovrà essere colmata dai combustibili fossili. Penso che, purtroppo, la Russia finirà per fare affidamento su combustibili fossili, perché per i poteri forti il combustibile fossile è meno spaventoso del cambiamento politico».