Baranes: «Sulle fonti rinnovabili è arrivato tardi e male»

Qual è il ruolo di Eni nella lotta ai cambiamenti climatici? Banca etica: «Lontani da piano B»

Per restare entro i +2 °C un terzo delle attuali riserve di petrolio, metà di quelle di gas e ben l’80% delle riserve di carbone dovranno rimanere sottoterra

[14 aprile 2017]

Come si comporta il colosso Eni, la più grande impresa italiana (controllata al 30,10% dal ministero del Tesoro) con interessi che spaziano dal petrolio al gas, dalla chimica all’ingegneria, di fronte alla duplice sfida di assicurare adeguati approvvigionamenti energetici e contrastare l’avanzata dei cambiamenti climatici? La Fondazione finanza etica – parte del sistema Banca etica – ha posto il tema direttamente nel corso dell’assemblea degli azionisti del cane a sei zampe, svoltasi ieri.

«Nel 2007 abbiamo comprato 80 azioni di Eni – spiega Andrea Baranes, presidente della Fondazione – Da allora interveniamo alle assemblee in collaborazione con organizzazioni non governative e associazioni. Facciamo domande sui rischi ambientali e sociali dell’estrazione di petrolio, sulle indagini per presunta corruzione internazionale che vedono coinvolta la società e sulla sua presenza nei paradisi fiscali».

Prima dell’assemblea, Ffe ha inviato oltre 50 domande ad Eni, in collaborazione con le associazioni Re:Common, Global Witness, Corner House, Friends of the Earth Europe e ShareAction UK, domande che riguardano principalmente l’inchiesta per corruzione internazionale sul giacimento OPL 245 in Nigeria e gli interessi della società nella Repubblica del Congo; dopo l’assemblea, come ogni anno, la Fondazione finanza etica si incontrerà con Eni per discutere le risposte e presentare nuove domande.

Ieri, la Fondazione ha invece preferito concentrarsi in particolare sul piano rinnovabili 2017-2020 di Eni. Passi avanti ci sono stati: durante il 2015, ad esempio, l’azienda ha creato la nuova direzione Energy solutions alle dirette dipendenze dell’amministratore delegato, mentre «nel corso del 2016 – spiega Eni – abbiamo aggiornato la nostra strategia integrata per fornire il nostro contributo nella transizione energetica verso un futuro low carbon, promuovendo lo sviluppo di energie rinnovabili, supportandone la diffusione nei Paesi di nostra presenza e stimolando la ricerca tecnologica sulle nuove fonti».

Non abbastanza, però. «Sulle fonti rinnovabili Eni è arrivato tardi e male – commenta Baranes – La società prevede di installare pannelli solari in terreni di proprietà del gruppo per un totale di 463 MW in quattro anni. È troppo poco, anche perché ci si limiterà ad acquistare pannelli prodotti da altre imprese. Siamo lontani da un reale “piano B” che permetta gradualmente di acquisire competenze interne per diversificare sempre di più la produzione a favore di fonti di energia rinnovabile, come richiesto dagli accordi internazionali sul clima, cui l’Italia ha aderito».

Come recentemente spiegato in una ricerca pubblicata su Nature, per rispettare tali accordi (dalla COP21 di Parigi è scaturito l’obbligo di mantenere il riscaldamento globale entro +2°C) si stima che l’umanità dovrà lasciare sottoterra un terzo delle attuali riserve di petrolio, metà di quelle di gas e ben l’80% delle riserve di carbone. Intervenendo nei mesi scorsi a Firenze Giuseppe Ricci, vicepresidente esecutivo della direzione Health, safety, environment & quality di Eni, ha mostrato come la multinazionale abbia ben presente la portata della sfida della de carbonizzazione – definita come «un processo lungo, lastricato di sangue e morti» –, ma sul ruolo della multinazionale italiana in questo contesto d’urgenza evidentemente rimane ancora molto da lavorare.

L. A.