Quale politica per lo sviluppo sostenibile? La parola agli economisti dell’ambiente

Si è chiusa a Bologna la quarta conferenza annuale dell’Aiear, un’occasione di confronto che sarebbe un delitto sprecare

[15 febbraio 2016]

economia circolare green economy

La quarta conferenza annuale dell’Aiear, l’Associazione italiana degli economisti dell’ambiente e delle risorse naturali, appena conclusasi a Bologna, si è offerta come testa di ponte tra la ricerca accademica e le sue concrete declinazioni per uno sviluppo sostenibile. La presentazione di 59 studi di diversi autori, molti dei quali giovani (con lo Iaere young environmental economist award 2016 che è stato assegnato a Hélia Costa), la presenza di due plenary keynote lectures con relatori d’eccezione – Jeroen van den Bergh e Matthieu Glachant – e una plenary policy session centrata sulle possibilità di una “Riforma fiscale ecologica” sono la dimostrazione plastica di una realtà a due facce: da una parte i vertici d’eccellenza raggiunti dall’economia ambientale anche nel nostro Paese, e dall’altra le opportunità date da un suo più stringente impiego nella definizione delle politiche di governance, sia aziendale sia – soprattutto – pubblica.

Da questo punto di vista, le occasioni di confronto non sono mancate nella due giorni bolognese. Durante la plenary policy session, Aldo Ravazzi Douvan – economista al ministero dell’Ambiente – ha portato al tavolo del dibattito i provvedimenti maturati dal dicastero in tema di riforma fiscale ecologica, moderando al contempo un’analisi animata da Carlo Carraro (università Ca’ Foscari Venezia), Edoardo Croci (Iefe, università Bocconi), Alberto Majocchi (università di Pavia) e dal presidente dell’Aiear Massimiliano Mazzanti (università di Ferrara).

Nel corso delle plenary keynote lectures, Glachant si è soffermato sugli sviluppi della Responsabilità sociale d’impresa, mentre l’intervento di van den Bergh si è inserito nella scia tracciata dall’accordo sul clima raggiunto a Parigi durante la Cop21: accordo che l’economista definisce ancora «insufficiente» (si fonda su impegni volontari che, ad oggi, porterebbero a un incremento della temperatura media globale di 2.5-3 °C rispetto all’era preindustriale), e che proprio per questo necessità di ulteriori interventi per rafforzare la lotta ai cambiamenti climatici.

Nel pacchetto d’interventi presentati dall’economista il tema del carbon pricing (prezzo del carbonio, ndr) rimane in primo piano. Uno strumento purtroppo «negletto», come lo definisce van den Bergh, ma sul quale gli economisti dell’ambiente puntano con forza per i suoi molteplici pregi, non ultimo quello di limitare il cosiddetto “effetto rebound”, o effetto rimbalzo. Come noto in letteratura economica – e come ampiamente dimostrato nella pratica quotidiana – non sempre l’introduzione di tecnologie migliori, o di standard più efficienti, contribuisce a contenere l’utilizzo di una risorsa. Ad esempio, da quando nel 2009 l’Unione europea ha iniziato la graduale eliminazione delle lampadine a incandescenza, favorendo la diffusione degli assai più efficienti led, questi sono stati utilizzati così estesamente da ridurre gli auspicati risparmi di energia.

L’effetto rebound – sottolinea van den Bergh – è frequentemente sottovalutato, e proprio per questo doppiamente pericoloso: l’introduzione di un solido sistema di carbon pricing è un utile antidoto, e non c’è momento migliore di adesso per metterlo in piedi: i prezzi del petrolio ai minimi offrono un trampolino di lancio ideale per una sua introduzione a livello globale, incoraggiandone al contempo la fattibilità politica. Sempre che la politica, una volta tanto, voglia decidersi ad ascoltare.