L’Italia solo 15esima e gli Usa di Trump si disimpegnano. Pesa la campagna diffamatoria contro le ONG

Quali risorse per rispondere alle emergenze umanitarie: il valore dell’aiuto

65,6 milioni di sfollati, 411 milioni colpiti da catastrofi naturali, 24 milioni di sfollati ambientali

[20 febbraio 2018]

Il rapporto  “Il Valore dell’Aiuto. Risorse per la risposta alle emergenze umanitarie” presentato da Agire,  network di 9 tra le più autorevoli ONG umanitarie, evidenzia che «La cifra record di 27,2 miliardi di dollari per gli aiuti umanitari globali (+6% rispetto all’anno precedente), a prima vista di grande impatto, è in realtà largamente insufficiente a coprire l’enormità dei bisogni delle popolazioni colpite da conflitti e catastrofi naturali, che restano per oltre il 40% senza risposta. La somma è ben lontana dalla spesa militare mondiale, che ha raggiunto i 1.686 miliardi di dollari annui, oltre 60 volte il valore dell’assistenza umanitaria».  Inoltre «Gli aiuti globali sono destinati però a calare di fronte alla decisione di Trump di tagliare gli stanziamenti USA, primo donatore al mondo, per i prossimi anni».

L’ottavo rapporto di Agire fotografa lo stato dell’assistenza umanitaria a livello globale e nazionale, evidenziando la localizzazione geografica degli interventi, l’effettiva copertura dei bisogni umanitari, il ruolo dei donatori pubblici e privati.

Secondo il rapporto le principali crisi nel 2016 sono state i conflitti in Siria, Yemen, Iraq e Sud Sudan  che «hanno causato le maggiori sofferenze su larga scala, creando crisi regionali di profughi in fuga dalla violenza». I fenomeni naturali estremi causati da El Niño e di La Niña hanno provocato in tutto il mondo siccità e inondazioni e «Il numero di persone sfollate ha raggiunto il picco attuale di 65,6 milioni di persone, mentre sono 411 milioni le persone colpite da catastrofi naturali ed è salito fino a 24 milioni il numero degli sfollati ambientali».

In un pianeta sempre più turbolento, tra il 2012 e il 2016 l’aiuto pubblico allo sviluppo è cresciuto progressivamente, raggiungendo i 124 miliardi di dollari, a cui si aggiungono 20,3 miliardi di assistenza umanitaria stanziata dai governi (13% del totale degli aiuti). Il rapporto fa notare che «Il 97% dell’assistenza umanitaria nel 2016 proviene dai governi di 20 stati. Gli Stati Uniti dell’era pre-Trump, da soli, hanno coperto il 31% dell’assistenza umanitaria totale, dato che è destinato a crollare per il futuro a fronte dei tagli drastici proposti nei giorni scorsi dall’amministrazione Usa al budget degli aiuti ai Paesi poveri». Tra i donatori più generosi dopo gli Stati Uniti, troviamo la Turchia, il Regno Unito, l’Unione Europea e la Germania, mentre il contributo italiano in relazione al Pil è inferiore alla media degli altri Paesi.

E’ in crescita il ruolo dei donatori privati (individui, fondazioni e aziende), che è aumentato del 5% rispetto al 2015, raggiungendo i 6,9 miliardi di dollari. Agire sottolinea che «n Italia il loro contributo è stato fondamentale: qui le ONG nel 2016 hanno ricavato in media il 56,4% dei fondi complessivi a loro disposizione dal settore privato (individui, 5×1000, aziende e fondazioni). Il 32% deriva invece da contributi di organizzazioni internazionali (Ue compresa) e solo il 5% da istituzioni pubbliche italiane».

E il nostro Paese – quello dove anche in campagna elettorale va per la maggiore l’aiutiamoli a casa loro – non ne esce bene: l’Italia e ancora fuori dalla Top 10 e «si posiziona al 15° posto nella classifica dei donatori globali, ma i 420 milioni di dollari complessivi stanziati per l’assistenza umanitaria nel 2016, anche se in aumento, risultano ancora insufficienti – evidenzia il rapporto – Soprattutto rispetto all’ 1,65 miliardi di dollari stanziati per l’accoglienza interna ai rifugiati e conteggiati come aiuto allo sviluppo (APS) che arriva a toccare così i 4,8 miliardi di dollari. Una tendenza globale, quella di unire alla contabilità delle emergenze anche i fondi per assistere i profughi nel proprio territorio nazionale, che ha portato a 16 miliardi la spesa dei paesi Ocse-Dac per questa singola voce nel 2016 (+ 28% in un anno), facendo lievitare le cifre delle risorse stanziate per l’umanitario in modo artificiale».

Nel 2016, il ministero degli esteri e della cooperazione internazionale e l’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo hanno deliberato iniziative umanitarie per  99,6 milioni di euro, «un aumento considerevole del 40% rispetto al 2015 – dicono ad Agire – con fondi per l’aiuto umanitario quintuplicati dal 2012 al 2016. Uno sforzo che segna una importante inversione di tendenza: per la prima volta dopo diversi anni, i fondi pubblici per la risposta alle emergenze superano quelli privati messi a disposizione dalle ONG».

Giangi Milesi. vicepresidente di Agire, ricorda che «Secondo una ricerca condotta da Agire, nel 2016 le ONG hanno destinato a interventi di assistenza umanitaria circa 79,52 milioni di euro di donazioni raccolte

esclusivamente da privati. Una cifra di poco più bassa rispetto all’anno precedente, un trend sui bilanci che ancora non risente delle campagne di delegittimazione e attacco alle ONG umanitarie, ma che lancia un campanello d’allarme. Diminuire gli aiuti alle ONG significa solo che dove imperversano guerre e carestia, fame e siccità ci saranno ancora più vittime lasciate sole. I dati relativi al 2017, anche se non ancora consolidati, confermano purtroppo queste preoccupazioni».

La presentazione dei dati salienti del rapporto è stata seguita dalla tavola rotonda “Media ed emergenze, la percezione dei flussi migratori e delle emergenze umanitarie” e Marco De Ponte, segretario generale ActionAid Italia e portavoce Agire, ha confermato che Le nostre organizzazioni sono in prima linea su fronti decisivi per le sorti della nostra democrazia e della stessa convivenza sociale, come accade per i migranti che attraversano il Mediterraneo. I confini non sono solo quelli chiaramente delineati sulla mappa geografica, ma anche quelli meno visibili dell’esclusione sociale e della povertà, che colpisce trasversalmente tutti i Paesi nel Nord e nel Sud del mondo. Il progressivo restringimento dello spazio per gli attori civici è un fenomeno preoccupante, ma anche un richiamo a rimetterci in moto, a rilanciare il ruolo delle organizzazioni della società civile per proiettarle verso una partecipazione sempre più attiva alla vita politica per l’affermazione dei diritti. Vogliamo innescare il cambiamento insieme, facendo rete e andando oltre la mera sostituzione dello Stato nella fornitura di servizi. È questa la risposta più efficace per continuare a proteggere le persone vulnerabili, assistere le vittime di guerre e disastri, lottare contro la povertà e l’esclusione sociale».

Per Roberto Zuccolini, portavoce della Comunità di Sant’Egidio  «Nonostante la percezione che viene diffusa anche dai media, il fenomeno migratorio è marginale per l’Europa se si considerano i numeri reali e gli spostamenti di popolazione a livello globale. Va sfatata anche lo stereotipo che immigrazione e criminalità sono legate, i crimini scendono da oltre 10 anni in Italia e in Europa mentre nello stesso periodo gli stranieri in Italia sono raddoppiati. Il nodo è garantire vie di accesso legali ai migranti e riuscire a realizzare l’integrazione e l’accoglienza in modo realmente efficace, come nel caso dei corridoi umanitari».

Anche Don Antonio Rizzolo, direttore di Famiglia Cristiana, ha sottolineato il ruolo dei media: «I mezzi di informazione sono sempre più importanti nella nostra vita, da quelli tradizionali a quelli digitali. Nel bene e nel male. Anche in tema di emergenze. In senso negativo possono oscurare tragedie umanitarie o dare spazio a false notizie, fake news, gettando discredito su chi si impegna nell’aiuto. Magari per motivi economici o ideologici. Nello stesso tempo, però, in positivo, possono avere una funzione di giusta denuncia degli scandali e spingere verso una doverosa trasparenza. Più ancora possono far conoscere tempestivamente situazioni di difficoltà e di vera e propria emergenza umanitaria, così da aprire lo spazio a interventi adeguati da parte dei diversi Stati, ma anche delle singole persone e dei volontari. Da questo punto di vista da parte della gente c’è molta più generosità e solidarietà di quanto si immagini».

Luca Mattiucci, direttore de Il Paese della Sera, ha concluso esortando «A ripensare – cioè guardare con gli occhi del principiante – ciascuno il proprio ruolo, dai media alle organizzazioni umanitarie, ripensare per trovare risposte nuove ai problemi che indeboliscono il settore umanitario, ma non solo. E’ necessario superare stereotipi e luoghi comuni, divisioni per uscire dalle logiche di ong come mere fornitrici di servizi. Bisogna innovare immaginando di aprire strade nuove, noi lo stiamo facendo con un nuovo quotidiano che cambia e ripensa tutta la filiera editoriale, un po’ come i salmoni che risalgono la corrente contro ogni buon senso».