Quando la scienza fa il gioco degli ecoscettici. Il caso dello “scioglimento” del permafrost siberiano

[3 febbraio 2015]

Un serissimo studio (Long-term winter warming trend in the Siberian Arctic during the mid- to late Holocene), pubblicato su Nature Geoscience da un team dell’Helmholtz Centre for Polar and Marine Research dell’Alfred Wegener Institute e dell’università statale di Mosca, è servito a scatenare la solita canea ecoscettica che ha subito cercato di dire che il global warming nell’Artico c’è sempre stato, e che è un fenomeno naturale.

Eppure gli stessi ricercatori tedeschi e russi, presentando lo studio, sottolineano che «rispetto agli ultimi 2000 anni, la regione artica si è riscaldata in modo significativo nel corso degli ultimi decenni», ma poi aggiungono che «l’evoluzione delle temperature artiche durante il resto dell’Olocene è meno chiaro. Ricostruzioni proxy suggeriscono una tendenza di raffreddamento a lungo termine dalla metà al termine dell’Olocene, considerando che le simulazioni di modelli climatici mostrano solo cambiamenti minori o addirittura riscaldamento».

Lo studio che ha suscitato l’interesse degli ecoscettici presenta i dati della composizione isotopica dell’ossigeno dei cunei di ghiaccio del permafrost dal delta del fiume Lena, nella Siberia artica, e sottolinea che «i valori degli isotopi, che riflettono le temperature stagionali invernali, sono diventati progressivamente più arricchiti nel corso degli ultimi 7.000 anni, raggiungendo livelli senza precedenti negli ultimi cinque decenni. Questa tendenza al riscaldamento durante la metà e la fine dell’Olocene è in opposizione al raffreddamento visto in altri proxy record. Tuttavia, la maggior parte di questi proxy record esistenti sono sbilanciati verso le temperature estive».  Gli scienziati sostengono che «i trend opposti sono legati alla stagionalità dei diversi forcing orbitali in questo intervallo. Inoltre, il nostro trend così ricostruito, così come il recente massimo, sono coerenti con il forcing dei gas serra e le simulazioni di modelli climatici, quindi conciliano le diverse stime di Artico delle alte latitudini a nord con l’evoluzione delle temperature durante l’Olocene».

Il principale autore ello studio, Hanno Meyer dell’Helmholtz Centre spiega perché nel delta del Lena, diversamente dall’Antartide o dalla Groenlandia, non ci sono ghiacciai: «Nella tundra siberiana il ghiaccio non si forma in superficie sulle colline o sugli altipiani. Piuttosto, si forma direttamente sottoterra come cunei di ghiaccio. I cunei di ghiaccio sono una caratteristica tipica delle regioni dl permafrost», a causa delle fratturazioni e del riscaldamento/raffreddamento del terreno. Queste strutture, che raggiungono una profondità di  40 metri, a volte sono vecchie più di 100.000 anni e contengono informazioni climatiche preziose per gli scienziati. E’ così che il team russo-tedesco ha tracciato un trend chiaro nella regione siberiana del permafrost: «Nel corso degli ultimi 7000 anni, gli inverni del delta del fiume Lena sono stati costantemente più caldi, una tendenza che non abbiamo visto in quasi qualsiasi altro archivio climatico artico – dice  Meyer – Fino a oggi, per ricostruire il clima artico del passato sono stati utilizzati soprattutto il polline fossilizzato, le diatomee e gli anelli degli alberi. Ma sono per lo più informazioni sui dati della temperatura estiva, quando le piante crescono e fioriscono. I cunei di ghiaccio sono tra i pochi archivi che possono registrare esclusivamente i dati invernali».

I ricercatori tengono a sottolineare che non possono ancora determinare esattamente di quanti gradi siano più caldi gli inverni artici e, come spiega Thomas Opel, anche lui dell’Helmholtz Centre, «i risultati delle analisi degli isotopi dell’ossigeno possono solo dirci se e come la composizione isotopica sia cambiata. Se si alza, indica un riscaldamento. Ma l’esatta misura del riscaldamento è qualcosa sulla quale non possiamo ancora fare una dichiarazione».

E’ qui che si sono inseriti gli ecoscettici, per dire che lo studio sul permafrost artico dimostra che il riscaldamento climatico di origine antropica è una bufala. E non è servito a niente il fatto che lo stesso Meyer, informatosi di quello che stava succedendo, abbia precisato sul sito dell’Alfred Wegener Institute: «La curva mostra un partizionamento chiaro. Fino agli albori dell’industrializzazione intorno al 1850, possiamo attribuire lo sviluppo ai cambiamenti della posizione della terra rispetto al sole. In altre parole, la durata e l’intensità della radiazione solare è aumentata di inverno in inverno, causando un aumento delle temperature. Ma con l’industrializzazione e il forte aumento delle emissioni di gas serra come l’anidride carbonica, è stato completato dall’effetto serra di origine antropica. A partire da questo punto, la curva di dati indica un notevole aumento che si differenzia nettamente dal progressivo riscaldamento nella fase precedente».

Ma ormai era partita l’opera di disinformazione del famigerato negazionista climatico  Anthony Watts  che, estrapolando brani dello studio, con un articolo sul suo sito  Watts Up With That, subito rilanciato da un altro noto ecoscettico, Michael Bastasch – che pubblica un sito di disinformazione climatica chiamato Daily Caller – ha scritto che «la radiazione solare sta sciogliendo il ghiaccio siberiano da 7.000 anni. E’ la prova che il riscaldamento globale non è una novità».

Il problema è che la ricerca pubblicata su Nature Geoscience non dice questo, anzi dice che gli effetti del cambiamento climatico provocati dall’uomo stanno provocando unoscioglimento veloce del ermafrost.

Intervistato da ThinkProgress, l’atro ricercatore dell’Helmholtz Centre che ha partcipato allo studio, Thomas Laepple ha detto che le estrapolazioni fatte dagli ecoscettici somigliano molto a quanto scritto nello studio, «ma sono stati fatti sottili cambiamenti per far sembrare che il clima si è sempre riscaldato e quindi l’impatto umano non sarebbe importante. Questo non riflette certamente quel che è stato pubblicato del nostro lavoro». Quello che ha fatto più arrabbiare  Laepple e i suoi colleghi è che i siti ecoscettici abbiano titolato: “Solar radiation has been melting Siberian ice for 7,000 years”.Prima di tutto perché il permsafrost è ancora in gran parte congelato, oi perché è proprio il riscaldamento globale di origine antropica a provocarne un rapido riscaldamento e «alla fine si scioglierà a causa degli alti livelli di gas serra che intrappolano il calore nell’atmosfera. Ma questo non è stato il tema della nostra ricerca. C’è una differenza tra il progressivo riscaldamento della Siberia negli ultimi 7000 anni e il rapido riscaldamento di tutta la Terra negli ultimi 200 anni». Per questo, dice Laepple, «l’affermazione del Daily Caller  che “il riscaldamento globale non è una novità” è fuorviante, dato che tenta di equiparare un fenomeno globale a uno  regionale, ad un andamento stagionale di lungo periodo. In realtà le emissioni di gas serra di origine antropica causano il riscaldamento globale n tutte le stagioni ad un ritmo che è più veloce di qualsiasi cosa abbiamo sperimentato durante gli ultimi millenni».

Vale anche la pena sottolineare che gli scienziati climatici avevano già previsto che gli inverni artici fossero stati gradualmente più caldi negli ultimi 7000 anni e che la stessa cosa viene ricordata nello studio. Ma gli ecoscettici scrivono che la ricerca russo-tedesca dimostra che la fusione del permafrost è causata semplicemente dalla “radiazione solare”, e che questo «sosterrebbe gli argomenti che il sole gioca un ruolo importante nella storia del clima della terra» (sarebbe strano sostenere il contrario…).

Ma il fatto che gli scienziati debbano spiegare i loro studi di fronte agli attacchi di manipolatori ecoscettici riscopre un nervo scoperto: gli scienziati fanno poca divulgazione scientifica e spesso  rifuggono dal contatto con l’opinione pubblica. Un dossier del Pew Research Center  dimostra che su 8 delle 13 questioni scientifiche più importanti i pareri dell’opinione pubblica statunitense e dell’American Association for the Advancement of Science sono separati da 20 punti percentuali o da un divario ancora più alto. Un qualcosa di cui cominciano a preoccuparsi anche i ricercatori, visto che, come fa notare Think Progress, l’84% degli scienziati ha detto che è un problema importante che «l’opinione pubblica non sappia molto della scienza».

Gli ecoscettici di Daily Caller fanno il loro mestiere, ma pubblicare studi che lasciano spazio a strampalate interpretazioni ecoscettiche di ricerche serissime, non aiuta certo. E correre a tappare le falle lasciate nemmeno. Abbiamo bisogno di una scienza che parli alla gente, tutti i giorni e chiaramente.