Germania 22esima per il carbone, Cina (41°) e Usa (56°) nelle retrovie. Arabia saudita ultima

Rapporto Germanwatch 2017: Italia 16esima, ma crescono le emissioni di CO2

Presentato alla Cop23 Unfccc il report sulle performance climatiche dei principali Paesi

[15 novembre 2017]

Dal rapporto annuale di Germanwatch arriva la conferma che «La strada per contrastare in maniera efficace i cambiamenti climatici e contribuire a mantenere e rendere concreti gli impegni presi con gli Accordi di Parigi è ancora in salita, nonostante alcuni timidi passi avanti».

Germanwatch 2017, realizzato in collaborazione con Climate action network (Can) e NewClimate Institute e per l’Italia con Legambiente, prende in considerazione la performance climatica di 56 Paesi e, per la prima volta, dell’Unione Europea, che rappresentano oltre il 90% delle emissioni globali.

Legambiente e Germanwatch  sottolineano che anche quest’anno nella classifica del Rapporto, presentato oggi alla Cop23 Unfccc in corso, «Nessun paese si attesta in una delle prime tre posizioni, in quanto nessuno di questi ha raggiunto la performance necessaria per mantenere le emissioni globali ben al di sotto della soglia critica dei 2° C, secondo quanto previsto dall’Accordo sul clima di Parigi».

Non essendo stati assegnati i primi tre posti apre la classifica la Svezia, quarta grazie a «un’ottima performance nella riduzione delle emissioni pro-capite nel periodo 2010-2015, consentendole così di essere sulla buona strada per rispettare gli obiettivi di Parigi». Segue la Lituania (5ª) con un livello di emissioni  in linea con Parigi, ma che negli ultimi anni ha registrato un preoccupante aumento delle emissioni. Sesto è il Marocco «che consolida la sua leadership in Africa, grazie ai considerevoli investimenti nelle rinnovabili e agli ambiziosi impegni assunti (riduzione del 32% del trend attuale delle sue emissioni entro il 2030) nell’ambito dell’Accordo di Parigi». Seguono Norvegia, Gran Bretagna, Finlandia e Lettonia. Svizzera, Croazia e, sorprendentemente, l’India – visto anche quel che scriviamo oggi su greereport,it – che si piazza al 14esimo posto grazie ad una buona performance climatica dovuta alle basse emissioni pro-capite e al considerevole sviluppo delle rinnovabili, da sostenere ancor più per essere in linea con gli obiettivi di Parigi.

Per trovare l’Italia bisogna scendere a un onorevole 16esimo posto (dopo la Francia) che conferma la posizione dell’anno scorso «grazie alla buona performance nelle rinnovabili – spiaga Legambiente – dovuta all’onda lunga degli investimenti degli anni precedenti, arrestatasi purtroppo nel 2014, e dal contributo dell’efficienza energetica. Un risultato raggiunto nonostante l’assenza di una politica climatica nazionale adeguata agli obiettivi di Parigi. Un’assenza che tuttavia si fa sentire sempre più: le emissioni in Italia sono continuate a crescere anche nel 2016 dello 0.4% rispetto all’anno precedente e dopo il 2% del 2015, invertendo la tendenza positiva degli anni scorsi che ha consentito alla Penisola una consistente riduzione delle emissioni attestatasi nel 2016 al 16.4% rispetto al 1990».

Per quanto riguarda la new entry nella graduatoria di Germanwatch , l’Unione Europea si posiziona solo al 21° posto per la divergente performance dei suoi Stati membri. Legambiente ricorda che «L’Europa, sulla base delle raccomandazioni dell’Unep, deve aumentare il suo obiettivo di riduzione delle emissioni al 55% per contribuire a mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2°C ed almeno al 58% per cercare di limitarne l’aumento non oltre l’1.5°C. Obiettivo ambizioso ma possibile. Se si guarda, infatti, alla traiettoria delle emissioni in Europa dal 2008 – inizio degli impegni del Protocollo di Kyoto – al 2015 le emissioni sono diminuite del 2% circa l’anno. Solo continuando con lo stesso tasso di riduzione annua nel 2030 si raggiungerebbe una riduzione del 50-58%».

Secondo Mauro Albrizio, responsabile politiche europee Legambiente, «L’Europa deve dimostrare con i fatti che la sua leadership globale non si limita sola alla diplomazia climatica, ma deve riguardare anche i suoi impegni attuali di riduzione  delle emissioni, rivedendo  gli obiettivi del pacchetto clima-energia 2030 e dando così un segnale forte. Tutti i governi europei sono chiamati a fare la loro parte, Italia compresa. Nel nostro Paese una prima importante risposta è venuta la scorsa settimana con l’adozione della nuova Strategia Energetica Nazionale (Sen) che fissa al 2025 l’abbandono del carbone, ma non è sufficiente. Ora la sfida sta nel portare avanti le scelte con politiche coerenti per tradurre in realtà la promessa di Parigi e accelerare la transizione fondata su efficienza energetica e rinnovabili».

Legambiente rammenta che «Nello scenario tracciato dalla Sen al 2030 le rinnovabili si dovranno fare carico del 55% dei consumi elettrici (rispetto al 33.5% attuale) e solo del 28% (rispetto al 17.5% attuale) dei consumi energetici totali; mentre i combustibili fossili continueranno a fare la parte da leone con il restante 72%, grazie soprattutto al contributo del gas, consentendo una riduzione delle emissioni climalteranti derivanti dai consumi energetici di solo il 39% nel 2030 e del 63% nel 2050. Obiettivi inadeguati a consentire una riduzione di almeno il 95% delle emissioni entro il 2050, in linea con l’Accordo di Parigi. Pertanto questi obiettivi dovranno essere rivisti già nei prossimi mesi con l’adozione del Piano Nazionale Clima-Energia 2030 da presentare entro il 2018 alla Commissione Europea». Albrizio aggiunge: «Un impegno indispensabile non solo per tradurre in realtà la promessa di Parigi, ma soprattutto per accelerare la transizione, fondata su efficienza energetica e rinnovabili, verso la decarbonizzazione dell’economia europea. Solo così sarà possibile vincere la triplice sfida climatica, economica e sociale, creando nuove opportunità per l’occupazione e la competitività delle imprese europee. Una sfida che l’Europa e l’Italia non possono fallire».

Tornando alla classifica di Germanwatch 2017, a deludere è soprattutto la Germania che, dopo molti anni di leadership, cala al 22° posto, confermando un trend negativo dovuto «alla quota ancora considerevole del carbone nel mix energetico nazionale, che non consente la necessaria riduzione delle emissioni in coerenza con Parigi ed indispensabile al raggiungimento dell’ambizioso obiettivo di riduzione entro il 2020 del 40% delle emissioni rispetto al 1990. Nel 2016 si è registrata, infatti, una riduzione del 28% con un trend al 30-32% al 2020».

I due colossi dell’economia mondiale emettitori di gas serra globali, Cina e Usa si piazzano rispettivamente al 41° e 56° posto. Per quanto riguarda la Cina, «nonostante la scarsa performance rispetto agli obiettivi di Parigi, va sottolineata la sua leadership globale nella riduzione del consumo di carbone e lo sviluppo delle rinnovabili, che tuttavia costituiscono ancora una quota limitata del suo mix energetico».

Dopo gli Usa ci sono solo Australia, Corea del sud, Iran e Arabia Saudita, ultima al sessantesimo posto

Gli Usa scivolano in fondo alla classifica  perché «Con Trump sono indietreggiati in quasi tutti gli indicatori compromettendo i passi in avanti degli scorsi anni».  Ma Germanwatch e Legambiente concludono con una nota di ottimismo che riguarda proprio gli Usa: «Nonostante la nuova presidenza, una nuova stagione dell’azione climatica è alle porte grazie ad una inedita Alleanza per il Clima. Oltre 2.500 tra stati, città, imprese nazionali e multinazionali, università e college hanno confermato qui a Bonn la partecipazione statunitense all’Accordo e il mantenimento degli impegni assunti a Parigi attraverso la loro azione congiunta, bypassando l’Amministrazione federale».