Il riscaldamento di 1,5 gradi dell’atmosfera terrestre è ormai ineluttabile

Rapporto shock della Banca mondiale, il clima estremo sarà la nuova norma

«Gravi rischi per lo sviluppo, già oggi colpite milioni di persone». Ma il peggio può essere ancora evitato

[25 novembre 2014]

Il rapporto scientifico “Turn down the heat: confronting the new climate normal”, appena pubblicato dalla Banca mondiale, lascia pochi dubbi su quanto stia accadendo al clima mondiale: «Nelle misura in cui il pianeta si riscalda, le ondate di calore e altri fenomeni meteorologici estremi che si producevano una volta ogni secolo, forse mai, diventeranno la  “nuova norma climatica”, creando un mondo nel quale i rischi e l’instabilità aumentano».

La Banca mondiale  è convinta che «questa situazione avrà gravi conseguenze sullo sviluppo, come la diminuzione dei rendimenti agricoli, la modifica delle risorse idriche, l’innalzamento del livello del mare e la messa in pericolo dei mezzi di sussistenza di milioni di persone».

Il rapporto sottolinea che  «degli effetti del cambiamento climatico come le ondate estreme di calore potrebbero diventare ineluttabili. In effetti, un riscaldamento di circa 1,5° C in rapporto all’epoca pre-industriale è già all’opera nel sistema atmosferico terrestre e dovrebbe prodursi entro la metà del secolo; anche conducendo oggi un’azione di attenuazione molto ambiziosa, non si potrà cambiare niente».

Presentando il rapporto, il presidente del Gruppo della Banca mondiale, Jim Yong Kim, ha detto che «conferma quello che i ricercatori non smettono di ripetere: le emissioni passate hanno tracciato una traiettoria ineluttabile del riscaldamento per i prossimi due decenni, che colpirà soprattutto le popolazioni più povere e più vulnerabili del mondo. Le tempeste raggiungono più frequentemente dei livelli record, le precipitazioni in certi luoghi sono aumentate di intensità, mentre zone soggette alla siccità come il Mediterraneo diventano più aride. Questi cambiamenti renderanno più difficile la riduzione della povertà e metteranno in pericolo i mezzi di sussistenza di milioni di persone. Si avranno anche delle gravi conseguenze sui budget allocati all’azione per lo sviluppo e su istituzioni come il Gruppo della Banca mondiale, perché, ormai, i nostri anche i investimenti, i nostri  sostegni e i nostri consigli devono partecipare a rafforzare la resilienza e ad aiutare le popolazioni ad adattarsi».

Se ci si ferma un attimo ad ascoltare quel che dice il presidente della Banca mondiale – non un ragazzo dei centri sociali – è possibile rendersi conto, di fronte al quadro planetario tracciato, di quanto miserevolmente provinciale e ignorante sia tutta la campagna xenofoba anti-immigrazione che sta facendo la fortune di qualche forza politica, compreso il mantra “aiutiamoli a casa loro”.  Sensazione che aumenta scorrendo i dati sulle aree del mondo dalle quali proviene gran parte dell’emigrazione in Europa. Se Salvini e Borghezio leggessero  “Turn down the heat: confronting the new climate normal” scoprirebbero che  i cambiamenti climatici drammatici che vediamo all’opera anche nel nostro Paese assassinato dal catrame e dal cemento sono niente rispetto alle tragedie che vivono molti Paesi e popoli del mondo, un cambiamento climatico che sta spazzando via culture e coste, minaccia la sicurezza idrica e alimentare. Un cambiamento climatico, ricordiamo, direttamente legato al modello di sviluppo su cui si è fondato l’economia occidentale a partire dalla Rivoluzione industriale.

Infatti, il rapporto, realizzato dal Potsdam Institute for Climate Impact Research e da Climate Analytics, esamina i probabili effetti di un riscaldamento di 0,8° C (il livello attuale), di 2° C e di 4° C – rispetto ai livelli pre-industriali – sulla produzione agricola, le risorse idriche, le città i servizi ecologici  e la vulnerabilità delle coste in America Latina e Caraibi, Medio Oriente ed Africa del Nord e in alcune aree dell’Europa e dell’Asia Centrale. Si tratta del seguito di un rapporto pubblicato dalla Banca mondiale nel 2012 che prevedeva, senza azioni concrete immediate, un riscaldamento planetario di 4° C entro la fine del secolo e questa volta rivela che «l’aumento delle temperature mondiali minaccia sempre di più la salute e i mezzi di sussistenza delle popolazioni più vulnerabili, amplificando grandemente i problemi con i quali attualmente si confronta ogni regione.

Nel rapporto si legge che «le tre regioni sono tutte esposte alle potenziali ripercussioni delle ondate di calore estreme. Delle modellizzazioni di alto livello dimostrano che ondate di calore “eccezionali”, simili a quelle osservate in Asia Centrale e in Russia nel 2010 e negli Usa nel 2012, aumentano rapidamente in uno scenario di emissioni associate a un aumento della temperatura di 4° C  dimostrano anche che i rischi di diminuzione dei rendimenti agricoli e di perdita di produttività nelle regioni studiate sono nettamente accentuate nell’ipotesi di un riscaldamento da più 1,5° C a  2° C. Il calo della produttività agricola si farà ugualmente sentire al di fuori delle principali regioni di produzione – con gravi conseguenze sulla sicurezza alimentare – e può mettere in pericolo la crescita e lo sviluppo economico, la stabilità sociale e il benessere delle popolazioni».

Medio Oriente e Africa del Nord. Una notevole intensificazione delle ondate di calore, unita a temperature  medie più elevate, metterà a dura prova risorse idriche già rare, con delle conseguenze maggiori per il consumo umano e la sicurezza alimentare nella regione. Nel caso di un riscaldamento da 1,5° C a 2° C, entro il 2050 i rendimenti agricoli rischiano un calo del 30% in Giordania, in Egitto e in Libia Le migrazioni e le pressioni climatiche sulle risorse potrebbero accrescere il rischio di conflitto.

Balcani occidentali e Asia Centrale. La diminuzione delle risorse idriche disponibili in alcune località diventano una minaccia nella misura in cui il rialzo delle temperature procede verso il limite dei 4° C. Lo scioglimento dei ghiacciai in Asia centrale e la modifica dei regimi fluviali produrranno una diminuzione delle risorse idriche durante i mesi estivi e dei rischi di piogge torrenziali  elevati. Nei Balcani, l’aumento del rischio di siccità può provocare un calo dei rendimenti agricoli, un degrado della salute negli ambienti urbani ed una diminuzione della produzione di energia. In Macedonia, un aumento delle temperature di 2° C potrebbe produrre entro il 2050  perdite di rendimenti che arrivano fino al 50% per il mais, il grano, legumi e frutta.

America Latina e Caraibi. Le ondate di calore estreme e i cambiamenti del regime delle precipitazioni avranno delle conseguenze nefaste sulla produttività agricola. In assenza di misure di adattamento, un riscaldamento di 2° C comporterà un calo dei rendimenti che, entro il 2050, in Brasile  arriverà fino al 70% per la soia ed al 50% per il grano. L’acidificazione degli oceani, l’innalzamento del livello del mare, I cicloni tropicali e le variazioni delle temperature incideranno negativamente sui mezzi di sussistenza delle popolazioni costiere, il turismo e la sicurezza sanitaria, alimentare ed idrica, in particolare nei Caraibi. Lo scioglimento dei ghiacciai sarà catastrofico per le città delle Ande.

Il rapporto avverte che se il global warming proseguirà al ritmo attuale, «potrebbe provocare dei cambiamenti irreversibili su grande scala». Nel nord della Russia, il deperimento delle foreste ed il disgelo del permafrost  minacciano di intensificare il riscaldamento planetario, mano a mano che il carbonio e il metano stoccati nel sottosuolo ghiacciato vengono liberati nell’atmosfera, dando luogo ad un ciclo infernale che si autoalimenta. Con un mondo a +2° C, entro il 2050 in tutta la Russia – il Paese più grande del mondo – le emissioni di metano, un gas serra molto potente, potrebbero aumentare dal 20 al 30%.

Ma la Banca Mondiale – come la comunità scientifica –  è convinta che  «un buon numero dei peggiori effetti prevedibili del cambiamento climatico potrebbe ancora essere evitato limitando il riscaldamento a meno di 2° C».  Anche Kim ha ribadito che «la buona notizia è che possiamo prendere delle misure che rallentino il cambiamento climatico e favoriscano la crescita economica, per fermare finalmente la nostra progressione lungo questa via pericolosa. I leader e i responsabili politici del pianeta devono adottare delle soluzioni praticabili come la tassazione del carbonio e prendere delle misure per riorientare gli investimenti verso sistemi di trasporto pubblico poco inquinanti, un’energia più rispettosa dell’ambiente e delle fabbriche, degli edifici e delle attrezzature più low-carbon».

Rachel Kyte, vice-presidente del Gruppo della Banca mondiale e inviata speciale per i cambiamenti climatici, conclude: «Il rapporto dimostra chiaramente che non possiamo continuare sulla traiettoria attuale delle emissioni incontrollate ed in rialzo. I leader devono salire in cattedra e prendere le decisioni che si impongono per gestire le nostre economie in modo da produrre una crescita ecologicamente nazionale ed uno sviluppo a prova di clima. Devono essere urgentemente messi in opera profondi cambiamenti sul piano tecnologico, economico, istituzionale e comportamentale per invertire le tendenze attuali. Lo sviluppo economico e la protezione del clima possono completarsi, ma per farlo ci vuole una volontà politica».

Per leggere l’intero rapporto (in inglese): http://documents.worldbank.org/curated/en/2014/11/20404287/turn-down-heat-confronting-new-climate-normal-vol-2-2-main-report

Videogallery

  • A Future of Floods and Droughts as Climate Changes