Rapporto Ipcc: «Dal cambiamento climatico impatti pericolosi e irreversibili, ma saremmo ancora in tempo se…»

[3 novembre 2014]

Il ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti ha commentato così su Twitter il Synthesis Report (SYR) pubblicato dall’ Ipcc (l’Intergovernmental Panel on Climate Change): «ll rapporto Ipcc sui gas serra è una chiamata alla responsabilità per il mondo. L’Europa è guida verso Lima e Parigi 2015, ma ora serve una presa di coscienza globale».  In realtà la cosa è ancora più preoccupante e complicata e forse è bene dare voce direttamente all’Ipcc che, in una nota intitolata “I cambiamenti climatici potrebbero avere incidenze irreversibili e pericolose, ma esistono delle opzioni irreversibili per limitarne gli effetti”, ha ulteriormente sintetizzato il SYR: «L’influenza dell’uomo sul sistema climatico è chiara ed in aumento, con delle incidenze osservate su tutti i continenti. Se non li gestiamo, i cambiamenti climatici accresceranno il rischio di conseguenze gravi, generalizzate ed irreversibili per l’essere umano e gli ecosistemi. Tuttavia, disponiamo di opzioni per adattarci  a questi cambiamenti e delle attività rigorose di attenuazione possono limitare le conseguenze dell’evoluzione del clima ad un livello gestibile, nel quale è più percorribile un avvenire migliore»,

Questa, in estrema sintesi, la conclusione, molto preoccupata ma ancora speranzosa, del  rapporto Ipcc prodotto da 800 scienziati e pubblicato a puntate negli ultimi 13 mesi, che rappresenta la valutazione più completa dei cambiamenti climatici mai realizzata.

Il Synthesis Report è la pietra angolare dell’assessment report dei gruppi di esperti dell’Ipcc e si basa sulle grandi linee approvate nell’ottobre 2009 dai 195 governi che fanno parte dell’Ipcc. Negli ultimi 14 mesi sono stati pubblicati tre rapporti: The Physical Science Basis nel settembre 2013; Impacts, Adaptation and Vulnerability nel marzo 2014; Mitigation of Climate Change nell’aprile  2014.

I rapporti Ipcc sono il frutto di anni di lavoro della comunità scientifica internazionale che si occupa di cambiamenti climatici, con più di 830 autori, coordinatori principali, autori principali, altri coordinatori e revisori, in rappresentanza di più di 80 Paesi, che hanno opinioni e competenze scientifiche, tecniche e socio-economiche diverse, aiutati da dall’apporto di tre Working Group sostenuti dal lavoro di oltre mille scienziati e da più di 2.000 revisori esperti.

Il presidente dell’Ipcc, M. R. K. Pachauri, ha sottolineato: «Abbiamo i  mezzi per limitare i cambiamenti climatici. Esistono numerose soluzioni che permettono uno sviluppo economico e sociale continuo. Abbiamo bisogno solo della volontà di evolvere, che, lo speriamo, sarà motivata dalla conoscenza e dalla comprensione della scienza dei cambiamenti climatici».

Un approccio forse troppo illuministico rispetto alla regressione politica e culturale in molti Paesi sviluppati, dove pezzi importanti della classe dirigente negano ancora quel che il rapporto di sintesi dell’Ipcc conferma: «Tali cambiamenti vengono osservati in tutto il mondo ed il riscaldamento del sistema climatico non lascia spazio ad equivoci. Numerosi dei cambiamenti constatati dagli anni ’50 sono senza precedenti da decine di annate, forse da millenni».

Thomas Stocker, copresidente del Working Group I dell’Ipcc,  spiega che «Secondo la nostra valutazione, l’atmosfera e gli oceani si sono riscaldati, la quantità di neve e di ghiaccio è diminuita, il livello del mare si è alzato e la concentrazione di biossido di carbonio è aumentata fino a livelli senza precedenti da 800.000 anni».

Il SYR Ipcc afferma  con una sicurezza ancora maggiore delle precedenti valutazioni che «Le emissioni di gas serra ed altri fattori antropici sono stati la causa predominante del riscaldamento osservato dal XX secolo. Nel corso degli ultimi decenni, le incidenze dei cambiamenti climatici si sono fatte sentire sull’insieme dei continenti e degli oceani. Più le attività umane perturbano il clima, più i rischi sono elevati». Il rapporto di sintesi aggiunge che «Delle emissioni costanti di gas serra provocheranno un ulteriore riscaldamento e delle alterazioni di lunga durata di tutti gli elementi del sistema climatico, aumentando così le il  rischio di conseguenze vaste e profonde che colpiranno tutti gli strati della società e l’ambiente naturale».

Il Synthesis Report  dice chiaramente che «Numerosi rischi, viste le capacità limitate di farvi fronte, rappresentano dei problemi particolari per I Paesi meno sviluppati e le comunità vulnerabili. Le persone marginalizzate sul piano sociale, economico, culturale, politico, istituzionale od altro, sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici».

Pachauri  ha aggiunto che «Le limitazioni degli effetti dei cambiamenti climatici pongono dei problemi  di equità e di giustizia ma rendono necessario dare il via ad uno sviluppo sostenibile ed all’eliminazione della povertà. Le numerose persone più vulnerabili ai cambiamenti cimatici sono quelle che hanno contribuito e contribuiscono  meno alle emissioni di gas serra. Non sarà possibile far fronte a questi cambiamenti  se degli organismi particolari mettono davanti a tutto i loro interessi in maniera indipendente. Potremo lottare contro i cambiamenti climatici solo grazie a delle risposte cooperative e soprattutto ad una cooperazione internazionale».

Per Vicente Barros, copresidente del Working Group II Ipcc, «L’adattamento è molto importante per il fatto che può essere integrato alla continuazione dello sviluppo e che può contribuire a prepararci ai rischi, cosa alla quale siamo già impegnati dal punto di vista delle emissioni passate e delle infrastrutture attuali. Tuttavia, l’adattamento da solo non basta. Delle riduzioni importanti e sostenute delle emissioni di gas serra sono essenziali per limitare i rischi dovuti ai cambiamenti climatici. E, mentre e l’attenuazione riduce il ritmo e l’ampiezza del riscaldamento, accresce, possibilmente di diverse decine di anni, il tempo del quale disponiamo per adattarci ad un dato livello dell’evoluzione del clima».

Il SYR evidenzia che i prossimi anni vedranno il dispiegarsi di numerosi mezzi e metodi di attenuazione: «Dalle importanti riduzioni delle emissioni necessarie per limitare, con una probabilità di oltre il 66%, il riscaldamento a 2° C, obiettivo fissato dai governi». Però, avverte il rapporto «Se si ritarda una nuova attenuazione al 2030, questo accrescerà sensibilmente i problemi tecnici, economici, sociali ed istituzionali, il che pone la limitazione del riscaldamento a meno di 2° C al di sopra dei livelli pre-industriali entro la fine del XXI secolo».

Youba Sokona, copresidente del Working Group III Ipcc  è convinto che ««E’ possibile, sul piano tecnico, passare ad un’economia low-carbon. Ma quello che manca sono delle politiche e delle istituzioni appropriate. Più aspettiamo a prendere delle disposizioni, più l’adattamento ai cambiamenti climatici e la loro attenuazione ci costeranno cari»- Il rapporto evidenzia infatti che «I prezzi dell’adattamento variano, ma la crescita economica mondiale non ne sarà colpita oltremisura». Nello scenario business as usual, i consumi – indicatore indiretto della crescita economica –  aumenterebbero dell’1,6 al 3% all’anno nel corso del XXI secolo, mentre «Un’attenuazione ambiziosa permetterebbe di ridurre questo tasso di 0,06 punti percentuale – dice Sokona – Paragonandolo ai rischi imminenti di un’evoluzione irreversibile dovuta ai cambiamenti climatici, i rischi dell’attenuazione sono gestibili». inoltre «Queste valutazioni economiche del prezzo dell’attenuazione non tengono conto né dei vantaggi di una riduzione dei cambiamenti climatici, né dei numerosi benefici in materia di salute, di condizioni di vita e dello sviluppo».

Pachauri conclude: «La giustificazione scientifica della priorità da accordare alle misure di lotta contro l’evoluzione del clima è più chiara che mai. Disponiamo di poco tempo prima che la congiuntura che permette di limitare il riscaldamento a 2° C non abbia fine. Perché possiamo avere una buona chance di restare al di sotto dei  2° C ad un prezzo gestibile, le nostre emissioni, sul piano mondiale,  dovrebbero diminuire dal 40 al 70% tra il  2010 ed il 2050, e scendere a zero almeno entro il 2100. Abbiamo questa possibilità, la scelta incombe su di noi».

Anche dall’Italia arrivano i primi commenti, come quello di  Federico Grazioli, Presidente di Accredia, che è parte in causa essendo l’Ente unico nazionale di accreditamento designato dal Governo il  22 dicembre 2009, nato come Associazione riconosciuta, senza scopo di lucro dalla fusione di SINAL e SINCERT e con il contributo di SIT – INRIM, ENEA e ISS: «La relazione di sintesi del quinto rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climatechange) su clima e pianeta pone l’urgenza di un accordo globale tra i responsabili politici sui rischi dei cambiamenti climatici. Il nostro ente è da tempo impegnato su questo tema su più fronti ed in particolare nella valutazione della competenza ed imparzialità degli organismi di certificazione che si occupano di verificare le emissioni di gas serra (EU ETS) in alcuni settori produttivi, come acciaierie, impianti chimici e raffinerie, e più recentemente è intervenuto su organismi che si occupano di calcolare l’impatto complessivo di un prodotto sul riscaldamento globale e di valutare i sistemi di gestione della sostenibilità degli eventi. A fine luglio è stato inoltre affidato ad Accredia il ruolo di definire, in collaborazione con Enea e Uni, gli schemi di certificazione per varie figure professionali nell’ambito dell’efficienza energetica, come gli esperti in gestione dell’energia e gli auditor energetici».