Il Sahara fa male alla salute, in Sicilia

Il Pm10 di origine desertica è associato positivamente alla mortalità e alle ospedalizzazioni

[26 marzo 2018]

Il Sahara, l’enorme deserto di sabbia che migliaia di anni fa era fonte di vita per agricoltura e pastorizia, ci è più vicino di quanto crediamo. Sia perché i cambiamenti climatici stanno già mettendo a rischio desertificazione un quinto del territorio italiano, sia perché le polveri sahariane che vengono trasportate dai venti sopra le nostre teste contribuiscono ad aggravare l’inquinamento atmosferico con ricadute sulla salute di tutti.

In questi giorni una recente tempesta nel deserto del Sahara ha reso evidente il fenomeno, e in modo spettacolare, nell’Europa dell’est: nelle regioni montuose di Russia, Ucraina, Bulgaria e Romania la neve è diventata arancione proprio a causa della sabbia sahariana ricaduta al suolo, presente in quantità eccezionalmente elevata.

Ma non occorre andare a sciare in Russia per trovare tracce del Sahara. Più banalmente in Sicilia – geograficamente assai più vicina – le stesse sabbie abbondano in atmosfera, tanto che Arpa Sicilia, Osservatorio epidemiologico dell’Assessorato alla salute della Regione siciliana (Dasoe) e il dipartimento di epidemiologia del Sistema sanitario regionale del Lazio hanno condotto lo studio Effetti sanitari delle sabbie sahariane in Sicilia per valutarne gli effetti.

In particolare – come spiegano dal Sistema nazionale di protezione dell’ambiente (Snpa) –, lo studio è mirato ad indagare l’associazione tra il Pm10 specifico per sorgente (totale, desertico e antropogenico) e i differenti esiti sanitari nelle quattro città principali della Sicilia (Palermo, Catania, Siracusa, Messina) e nelle tre macroaree (nord-est, centro-sud, nord-ovest) in cui è stata suddivisa le Regione.

Dall’analisi dei risultati è emerso che il Pm10 desertico è associato positivamente alla mortalità e alle ospedalizzazioni in Sicilia. In particolare, spiegano i ricercatori coinvolti nell’indagine, sono stati «identificati 962 giorni colpiti da avvezioni sahariane (circa il 30% dei giorni totali: 2.257). Sono state trovate associazioni significative tra il Pm10 desertico e la mortalità naturale sia nelle città sia nelle macroaree, con incrementi di rischio e relativi intervalli di confidenza al 95% pari a 1,1% (IC95% 0,1-2,1) e 1,1 (IC95% 0,8-1,5), rispettivamente, per incrementi di 10 μg/m3 di Pm10 a lag 0-1. Si è riscontrata un’associazione debole per decessi cardiorespiratori. Il Pm10 desertico mostra un’associazione con ricoveri per patologie respiratorie, specialmente nelle 3 macroaree (0,5%; IC95% 0,1-1,0), contrariamente ai ricoveri per patologie cardiovascolari, che risultano associati con il Pm10 antropogenico nelle 4 città (1,3%; IC95% 0,4-2,1). Si è stimato che la mortalità relativa al Pm10 desertico durante le stagioni calde (periodo aprile-settembre) risulta più elevata rispetto a quella delle stagioni fredde (periodo ottobre-marzo): 2,7% (IC95% 0,8-4,5) nelle 4 città e 2,5% (IC95% 1,8-3,2) nelle 3 macroaree».

Come migliorare la situazione? Bloccare le migrazioni delle sabbie sahariane è naturalmente impossibile, e non resta dunque che agire sui fattori in nostra disponibilità: in primis ridurre il Pm10 antropogenico, e dunque gli effetti complessivi sulla salute. «Le politiche – concludono infatti i ricercatori – dovrebbero mirare a ridurre emissioni antropiche nelle aree che risultano maggiormente colpite da eventi sahariani».