La Sardegna degli abusi e delle mirabilie politiche finita sotto il fango

[20 novembre 2013]

Mentre l’acqua si ritira dal disastro ambientale e dalla tragedia umana della Sardegna – e da Varsavia non arriva una che sia una notizia positiva di sblocco delle trattative sul clima – Stefano Boeri ricorda con un fulminante Twitter le politiche che hanno determinato molto di tutto quello che vediamo in immagini televisive di morti e fango che ormai rischiano di entrare a far parte della nostra quotidianità autunnale: «La parte di Olbia più colpita, è di case edificate nei canali e condonate da quella politica che oggi vuole cancellare il piano paesistico». La stessa politica che, osannata dalla gente con Berlusconi sul palco a fare da testimonial ai candidati del centro-destra, voleva fare Olbia 2, sono gli stessi comitati d’affari continentali ed internazionali che flirtano con un autonomismo populista di facciata che in realtà è un neocolonialismo mascherato.

Ma anche i media in queste ore hanno troppo spesso ignorato le cause politiche di un dissesto territoriale evidente, con molti sindaci sardi che prima del diluvio si opponevano alle norme di distanza dai fossi per costruire perché “in Sardegna non piove così tanto” e perché avrebbero tarpato le ali allo sviluppo che in questa magnifica e sfortunata isola ormai sembra far rima solo con rendita e speculazione edilizia, mentre l’industria muore ed il governatore Ugo Cappellacci propaganda il sogno di una zona franca nella quale i sardi e i palazzinari non pagano le tasse, ma ricevono dallo Stato e dall’Europa tutto ciò di cui hanno bisogno. E i sardi da domani avranno tanto bisogno di aiuti italiani ed europei pagati con le tasse degli italiani.

Ieri ha fatto scalpore il post su Facebook di Anthony W. Muroni, direttore dell’Unione Sarda, ridiffuso dal Giudicato Sardo di Londra, un’organizzazione della galassia indipendentista sarda: «Mezz’ora fa ho registrato un intervento per il Tg2, nel quale ripetevo i concetti già espressi a Uno Mattina: serve solidarietà, servono interventi, servono aiuti, serve combattere l’emergenza. Ma serve anche interrogarsi sul perché i ponti crollano, sul perché i cantieri per la messa in sicurezza dei fiumi si bloccano per anni a causa di contenziosi tra Comuni e imprese appaltatrici. Ho detto anche: va bene la solidarietà del governo e gli stanziamenti, ma forse dovrebbero rendersi conto che c’è un intero sistema che non funziona. E che in Sardegna, dieci anni dopo Capoterra, stiamo ancora parlando delle stesse cose. Mi ha appena chiamato una collega della Rai: l’intervista non verrà mandata in onda: “Meglio non parlare di questa cose”. Tanti saluti». Fortunatamente il Tg2, visto la china mediatica che prendeva la cosa, è poi tornato indietro ed ha trasmesso in serata anche la dichiarazione di Muroni, ma nelle cronache (soprattutto nelle reti private) del disastro sardo il non detto è molto e chi, dalla stessa trasmissione di “approfondimento” o Tg,  fino a ieri minimizzava il cambiamento climatico come un’esagerazione ambientalista, oggi sembra pronto a dare ogni colpa al global warming ed alla natura matrigna e tutto, come sempre, rischia lentamente di inabissarsi in un mare di disperazione umana, disastro economico ed eroismo quotidiano.

Tutti nell’Italia dei disastri “innaturali” escono mondati dal fango, pronti appena l’acqua è ritornata nei fossi e gli scantinati “abitabili” sono stati svuotati, a presentare nuovi piani per costruire altro cemento nelle zone messe in sicurezza da un clima del quale non si capiscono più le dinamiche.  Nel clima che muta davanti ai nostri occhi, le risposte della politica che non sa guardare oltre il naso dell’Imu e dei condoni sono quelle del secolo scorso e nessuno, se non i geologi e gli ambientalisti, si azzarda a dire le uniche parole che hanno senso: delocalizzazione, abbattimenti, naturalizzazione dei corsi d’acqua, recupero del territorio. Ma la politica marketing non può permettersi di dire la verità e di assumersi le sue responsabilità di governo nemmeno dopo un disastro naturale. Vedrete, tra qualche giorno o ora la colpa sarà degli ambientalisti che non permettono di dragare i fiumi…

Per questo Emiliano Deiana, sindaco PD di Bortigiadas, sembra una mosca bianca in un mare di ipocrisia: «Essere sindaco da oltre 8 anni – ha scritto su Facebook – consente di avere un minimo di memoria storica.

E’ dal 2006/2007 che i comuni sardi non prendono un euro per opere di mitigazione del rischio da dissesto idrogeologico: opere di prevenzione, non opere di riparazione. Gli ultimi investimenti strategici furono quelli della giunta Soru di quell’anno proposti dall’allora assessore Carlo Mannoni. Fecero una cosa molto semplice: verificarono il Pai e finanziarono quei Comuni che avevano le quote maggiori di territorio vincolate per ragioni di dissesto idrogeologico in Hg4 e Hg3. Bortigiadas, ad esempio, ottenne un finanziamento di 1.500.000 euro per opere di mitigazione del rischio. Poi sono stati solo interventi emergenziali, a seguito di eventi calamitosi.  Perché ci siamo fermati per oltre sette anni? Perché nella Finanziaria 2012 sono stati previsti solo 6 milioni per opere di mitigazione del rischio? Perché si è continuato a costruire in barba allo stesso Pai? Perché non spendere i denari dell’Unione Europea per questo genere di interventi invece di buttarli dalla finestra finanziando “Cazzate”? Quando si risponderà a queste domande chi va in giro per la Sardegna a promettere mirabilie, forse, ritornerà credibile. O sarà smerdato per sempre».

Noi stiamo con il sindaco Deiana e siamo convinti che se ci fossero più amministratori come lui la Sardegna oggi piangerebbe meno morti e sarebbe meno disperata.