Sardegna: altra catastrofe climatica, ma la Regione vuole cementificare e il governo prevede spiccioli per il dissesto

[19 novembre 2013]

I morti in Sardegna sono almeno 17, non si sa ancora quanti siano i dispersi, fiumi e torrenti esondati che hanno allagato case e interrotto strade e ferrovie, un ponte crollato, sfollati, blackout… E’ il triste elenco dei danni e dei lutti in Sardegna, lo stesso che ad ogni autunno l’Italia del dissesto idrogeologico e dei politici che invocano nuovi condoni recita come una inevitabile litania.

Mentre l’Italia trema per il nuovo ciclone mediterraneo di questo global warming che qualcuno nega ed altri minimizzano; mentre intere province annegano nel fango di territori abbandonati alla mala-edilizia, la Sardegna paga caro il conto di una politica di rapina che si è incarnata nelle giunte di centro-destra che hanno sostituito (a furor di popolo) la virtuosa giunta di Renato Soru assassinata dalla corrente cementizia del Pd sardo.

Pochi giorni prima che i nubifragi riconfermassero la fragilità più che nota del territorio sardo, la giunta di Ugo Cappellacci, uno dei tanti delfini di Silvio Berlusconi, aveva proceduto alla “approvazione provvisoria e preliminare” dell’ “Aggiornamento e revisione  del Ppr del 2006”  e subito Legambiente Sardegna ha detto che «Un primo esame della documentazione, complessa e ponderosa, conferma il quadro preoccupante sulle prospettive del Piano paesaggistico sardo che avevamo espresso all’atto dell’annuncio.  Infatti siamo in presenza non di una revisione ed aggiornamento ma sostanzialmente di un nuovo Piano paesaggistico regionale, soprattutto nella parte normativa, che stravolge il Ppr del 2006».

Lo stravolgimento, che poi era una promessa elettorale di Cappellacci e del centro-destra appoggiato dal Partito Sardo d’Azione, è così devastante che i rappresentanti del ministero dei beni culturali non hanno controfirmato i documenti del Ppr perché vanno molto oltre le necessarie correzioni cartografiche ed interpretative ed esprimono una linea diversa della tutela, contenente meno salvaguardie territoriali. «Praticamente – dicono gli ambientalisti – si travalicano le indicazioni contenute nel codice del paesaggio per le operazioni di mero aggiornamento e dal momento che il Ppr era stato condiviso con il Mibac dal 2007 tutte le operazioni di aggiornamento devono essere svolte in co-pianificazione.   In sostanza siamo in presenza di un nuovo Ppr  che può creare solo illusioni e confusione dal momento che appare rivolto a creare aspettative edificatorie e sospendere di fatto le procedure di approvazione dei Piani urbanistici comunali».

Viste alla luce di quanto è tragicamente successo in queste ore, mentre si cercano i dispersi e si comincia a spalare il fango in una regione ferita dall’ingordigia di una classe dirigente che oscilla tra autonomismo di facciata e sudditanza alle eterne pulsioni coloniali della rendita edilizia italiana e internazionale, le normative di attuazione che consentono di  ridurre i livelli di tutela del Ppr sembrano ancora più azzardate e devastatrici. Legambiente Sardegna solo pochi giorni fa ricordava le norme “cavallo di Troia” escogitare per spalmare una nuova colata di cemento sulla Sardegna: viene assegnato un  ruolo fondamentale alle norme transitorie che danno ai Comuni, a secondo dello stato della loro pianificazione comunale, la possibilità di “realizzare  gli interventi anche nelle zone territoriali omogenee C,D,G ed  F, previsti dagli strumenti attuativi approvati e, se di iniziativa privata, convenzionati”. Ed ancora “può, inoltre, essere concluso il procedimento di approvazione dei piani attuativi legittimamente adottati prima dell’approvazione del PPR di cui alla deliberazione della Giunta Regionale n. 36/7 del 5 settembre 2006”(…) “realizzare nella fascia costiera l’attuazione delle zone urbanistiche omogenee turistiche come previste negli strumenti urbanistici generali vigenti alla data di approvazione del piano paesaggistico regionale di cui alla Deliberazione della Giunta Regionale n.36/7 del 5 settembre 2006”. «In  sostanza  – spiegano gli ambientalisti – invece  di proporre ai comuni di completare il loro iter  pianificatorio  si consente in via transitoria, prima della redazione del Puc, anche di realizzare lottizzazioni bloccate da oltre 10 anni fa e la possibilità di realizzare in tutte le aree, compresa la fascia costiera, ampliamenti del 15%. Una prima conseguenza sarà la sospensione della  attività  pianificatoria dei comuni. In pratica verrebbe consentita  la potenziale emersione di potenzialità edificatorie che nel 2003 era stato valutata in circa 15 milioni di mc».

Come spiega Sandro Roggio, un architetto e si occupa soprattutto di urbanistica, «Da una parte c’è il Ppr del 2006 che interpreta l’idea più progredita sul paesaggio come bene pubblico non negoziabile, come è nella Convenzione europea del paesaggio. Dall’altra c’è la propensione ad accogliere ogni richiesta di trasformazione del territorio, mettendo turismo ed edilizia sullo stesso piano e tutto nello stesso frullatore. Con il pretesto che occorre rispondere alla crisi e che l’edilizia fa crescere il Pil. Racconti gravemente omissivi. In Spagna hanno addirittura deciso di demolire l’invenduto in mano alle banche che ha messo in difficoltà quel paese. L’edilizia per la villeggiatura ha un peso rilevante in quel crac».

Chissà se la tragedia che ha colpito la Sardegna e che ci dice che nell’epoca del global warming e dei fenomeni meteorologici sempre più estremi anche alle nostre latitudini non si può guardare al territorio con gli occhi da predatori del passato, servirà almeno al centro-destra sardo ed ai volenterosi cementificatori che non mancano nel centro-sinistra  a rivedere una proposta che propone un ritorno al passato e la riduzione delle tutele dell’eccezionale patrimonio paesaggistico, l’unica vera ricchezza rimasta ai Sardi dopo il crollo delle industrie mineraria e petrolchimica che hanno lasciato un’0eredità di inquinamento, dissesto e  disoccupazione dilagante che si vorrebbe nascondere sotto una nuova coltre di cemento?  

Cappellacci ha presentato la sua proposta con lo slogan “La Sardegna dei sardi liberi di decidere sulla propria terra e sul paesaggio”, che tradotto vuol dire liberi tutti. Oggi si vede cosa questo significa e – come ha ricordato il sottosegretario D’Angeli –  è ancor più  sconcertante e autolesionistico «prevedere in Legge di Stabilità solo 30 milioni per la riduzione del dissesto idrogeologico».

Asciugati il fango e le lacrime di questa ennesima catastrofe “naturale” annunciata, i sardi e gli altri italiani che vivono nello sfascio pendulo di questo nostro Paese che blandisce gli abusivi e gli speculatori edilizi e ignora i geologi e gli scienziati climatici, forse farebbero bene a costringere la politica ad occuparsi davvero della più grande ed ineludibile opera pubblica: la manutenzione ed il recupero di un territorio che da giardino del mondo sta diventando un infinito bi-locale clonato vista mare.