Lo scienziato climatico? Un lavoro pericoloso

[12 novembre 2014]

Come scrive  Tim Radford di  Climate News Network «Se non ti piace il messaggio sul cambiamento climatico, sembra che la risposta sia quella di sparare al messaggero». Nel suo nuovo libro   Don’t Even Think About It: Why Our Brains Are Wired to Ignore Climate Change,  George Marshall, fondatore di Climate Outreach Information Network e bestia nera degli ecoscettici con il suo blog Climate Change Denial  racconta delle migliaia di e-mail che riceve uno scienziato climatico  come Michael Mann, che lo invitano a suicidarsi  oppure sperano che venga «Infilzato, squartato e dato in pasto ai maiali, insieme alla tua famiglia». Mann, che è direttore del Earth System Science Centre della Pennsylvania State University, è colpevole di aver realizzato e pubblicato il cosiddetto “grafico della mazza da hockey” che dimostra il forte aumento della temperatura media globale del pianeta.

Ma non ci sono solo gli anonimi della posta elettronica o di Facebook o Twitter, Glenn Beck, un commentatore di Fox TV, ha invitato gli scienziati climatici a suicidarsi ed un climate denial blogger . che si fa chiamare Marc Morano ha scritto che un gruppo di scienziati del clima meritava di «essere frustato pubblicamente». Ma certamente l’”avvertimento” più preoccupante è stato quello inviato a Stephen Schneider che ha trovato il suo nome e quello di altri scienziati climatici ebrei su una “lista della morte” gestita da un sito neonazista americano.

Come sottolinea Marshall nel suo libro, sta succedendo qualcosa di molto strano e Radford fa notare che «Il rivoluzionario lavoro sulla microbiologia di Louis Pasteur sulla prevenzione delle malattie non lo ha portato a dover pensare a come usare una pistola. Per Jonas Salk non è mai stato necessario blindare la sua casa come risultato del suo lavoro sullo sviluppo del vaccino della polio».

Marshall sostiene che mentre gli altri scienziati sono ritenuti attendibili e rispettabili, il modo in cui sono trattati in tutto il mondo gli scienziati climatici  è senza eguali nella storia della scienza: «Sono stati istituiti per svolgere questo ruolo nella storia del clima e, a quanto pare, non possiamo confutare il cambiamento climatico senza demonizzare le persone che ci avvertono su di esso».

Se si lasciano da parte i fanatici eco-scettici, il problema è che il global warming può essere contrastato ed attenuato solo agendo, l’altro problema è che ci sono tantissime persone convinte di quel che è necessario fare, ma poi solo pochi riescono a fare quel che va fatto.

Dan Gilbert , uno psicologo di Harvard che nel 2007 ha vinto lo science book prize della  Royal Society con “Stumbling on Happiness” è convinto che il cambiamento climatico è qualcosa che difficilmente provoca vera paura negli esseri umani: «E’ impersonale, è graduale, è amorale e non è collegabile, non sembra esserci, o che stia accadendo ora».

Anche quello che succede continuamente con i disastri innaturali delle alluvioni italiane conferma quella che

altri ricercatori ritengono una tendenza allarmante, condivisa da tutti (o quasi) gli esseri umani: crediamo in quello che vogliamo credere. Inoltre, il cambiamento climatico – minacce di morte e fantasiose fustigazioni pubbliche degli scienziati a parte – non è un problema immediato o emotivo. Come dice lo psicologo e Premio Nobel Daniel Kahneman,  «Una minaccia lontana, astratto e contestata da sola non ha le caratteristiche necessarie per mobilitare sul serio l’opinione pubblica».

Eppure ad ogni esondazione, uragano, mareggiata sempre più violenti chi p è colpito capisce che al clima stanno accadendo cose terribili e che le cose stanno peggiorando. Ma gli scienziati come Radford si chiedono: «Come si fa a mobilitare l’opinione pubblica su un argomento con tempi incerti, risultati imprecisi e che è un vero e proprio puzzle riguardo i costi ei benefici di qualsiasi azione?» Marshall  rispode che «Nessuno è mai andare a marciare sotto uno striscione che recita: “100 months before the Odds Shift into a Greater Likelihood of Feedbacks”».

Marshall non è certo uno che si dà per vinto ed è un veterano di Greenpeace e della Rainforest Foundation, quindi non ha dubbi che I cambiamenti climatici siano qualcosa di molto concreto e pericoloso, ma nel suo libro fa parlare gli altri: esamina il “bis-pensiero” politico che sembra aver infettato diverse legislature negli Stati Uniti, ascolta gli eco-scettici, i guerrieri, i giganti del petrolio, i teorici della cospirazione, le celebrità  ambientaliste e chi evoca immagini di morte, la febbre e rovine fumanti.  Non teme di presentare anche l’altra faccia della medaglia quella di una ricerca del Future of Humanity Institute dell’università di  Oxford che ha intervistato esperti del mondo accademico in materia di rischio globale ed ha scoperto che  esiste «Un probabilità del 19% che la specie umana si estingua prima della fine del secolo».

Un’ipotesi apocalittica non condivisa dalla grandissima maggioranza degli scienziati climatici e dallo stesso  Il titolo, la direzione e l’onere di questo libro sembrano di buon auspicio fallimento quasi apocalittico per Marshall  che sono convinti che si possa ancora far fronte alla crisi climatica in arrivo.

Infatti Marshall verso la fine del suo libro tira fuori quello che Radford definisce un asso nella manica: «Mentre i cervelli umani potrebbero essere cablati per non preoccuparsi di ciò che può o non può avvenire entro due generazioni, hanno anche una immensa capacità di comportamento pro-sociale, solidale e altruista. Il cambiamento climatico è interamente all’interno della nostra capacità di cambiamento. E’ una sfida, ma tutt’altro che impossibile».

Il libro si conclude con alcuni importanti consigli su come agire concretamente invece che prospettare una sorta di pena di morte inevitabile. Secondo Marshall bisognerebbe sempre scrivere a lettere maiuscole I CAMBIAMENTI CLIMATICI STANNO ACCADENDO QUI ED ORA ed esorta gli attivisti ambientali a  lasciar perdere tormentoni come quelli sugli  orsi polari e suggerisce, se davvero vogliamo cercare di contenere il riscaldamento delle temperature globali a 2 gradi centigradi, di ricordarci quello che ha detto John Schellnhuber, direttore del Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung, durante un iniziativa in Australia: «La differenza tra i due ei quattro gradi è la civiltà umana». E ad una cosa così è difficile non pensare.