Fao: sono «una minaccia crescente per la sicurezza alimentare»

Se non interveniamo i cambiamenti climatici ridurranno il mondo alla fame

Oxfam: per i paesi più poveri 790 miliardi di dollari solo per adattamento. Ma anche Venezia e la Toscana costiera finirebbero sommerse

[26 novembre 2015]

pianeta terra cibo

L’aumento dei disastri legati ai cambiamenti climatici è una minaccia crescente per la sicurezza alimentare: è quanto sottolineato senza mezzi termini nel nuovo rapporto Fao, pubblicato alla vigilia della Cop 21 di Parigi, mettendo sul piatto numeri concreti quanto pesanti.  A livello globale, tra il 2003 e il 2013 – il periodo analizzato nel rapporto – il numero medio annuo di disastri causati da tutti i tipi di fenomeni naturali, inclusi gli eventi legati al clima, è quasi duplicato dagli anni ’80: il danno economico totale stimato raggiunge la cifra astronomica di 1,5 trilione di dollari.

Il rapporto dimostra chiaramente che «i rischi naturali – particolarmente gli eventi climatici estremi – colpiscono regolarmente e con forza l’agricoltura e ostacolano l’eradicazione della fame e della povertà e il raggiungimento dello sviluppo sostenibile». Lo studio dell’organizzazione Onu è basato su 78 valutazioni di bisogni post-disastro condotte sul campo in paesi in via di sviluppo, uniti ad analisi statistiche sulle perdite produttive, sui cambiamenti nei flussi di commercio e sulla crescita del settore agricolo associati a 140 disastri di media e larga scala – definiti come fenomeni che colpiscono almeno 250.000 persone.

Nei casi di siccità, oltre l’80% dei danni e delle perdite hanno colpito il settore agricolo, specialmente l’allevamento e le coltivazioni.  Le alluvioni causano oltre metà del danno totale e delle perdite a colture che sono anche molto vulnerabili a tempeste e siccità; in particolare, circa l’85% del danno provocato al bestiame è dovuto alla siccità, mentre la pesca è sempre più colpita dagli tsunami e da temporali come uragani e cicloni. La maggior parte dell’impatto negativo sulla foreste è invece causato da tempeste e alluvioni. Guardando ai danni causati unicamente da fenomeni collegati al clima – prosegue la Fao -, nei paesi in via di sviluppo le coltivazioni, l’allevamento, la pesca e le foreste da sole hanno subito circa il 25% dei danni economici. Un tasto assai dolente, sul quale insiste con forza anche l’ultimo dossier prodotto nel merito da Oxfam, anch’esso appena pubblicato.

Se non verranno mantenuti gli impegni sul taglio delle emissioni in atmosfera (ovvero fino a frenare il riscaldamento globale a +2 °C entro il 2100), i Paesi in via di sviluppo si troveranno a sostenere costi stratosferici per adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici, già di qui al 2050. L’ammontare stimato da Oxfam nel report “Le chiavi di svolta per l’accordo sul clima di Parigi” arriva a 790 miliardi di dollari.

Gli impegni assunti da oltre 150 paesi per il taglio delle emissioni, conosciuti come contributi promessi stabilititi a livello nazionale (Indc), saranno il punto centrale dell’accordo che uscirà da Parigi: ma anche se questi obiettivi fossero raggiunti, è probabile che il mondo assisterà a un devastante aumento delle temperature di 3°C di qui al 2050, e fino a +3,5 °C nel 2100. E con un innalzamento di 3°C delle temperature a livello globale di qui alla metà del secolo, i paesi in via di sviluppo dovrebbero far fronte a un aumento dei costi per l’adattamento al cambiamento climatico di 270 miliardi di dollari all’anno. Il risultato è una cifra enorme: il 50% in più rispetto alla spesa preventivata in caso di aumento di soli 2°C delle temperature (circa 520 miliardi di dollari). In altre parole, quattro volte i fondi stanziati lo scorso anno dai paesi ricchi in aiuto allo sviluppo.

«I leader mondiali devono cambiare passo – aggiunge la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti – Sono necessari ulteriori tagli alle emissioni e un incremento dei fondi per il clima, per far sì che le popolazioni più esposte agli effetti dei cambiamenti climatici, già colpite da alluvioni, siccità e fame, possano adattarsi e sopravvivere alle trasformazioni che ci attendono. L’impatto sulle comunità più povere del pianeta deve essere al centro del summit di Parigi: è prioritario che venga raggiunto il migliore accordo possibile in questa direzione. E’ una delle richieste rivolte al Premier Renzi nel quadro della nostra campagna #sfidolafame: combattere il cambiamento climatico che affama i più poveri. A Parigi l’Italia può dimostrare di voler contribuire in maniera significativa a questa sfida. Clima, fame, povertà: la sfida è la stessa».

Semplicemente, i cambiamenti climatici sono qualcosa che non possiamo permetterci: contrastare il loro insorgere (e adattarsi a quanto ormai è già inevitabile) è infinitamente più conveniente che farsi travolgere. E se il mondo occidentale non sapesse trovare in tempo l’empatia per capire quanto dovranno subire i popoli più poveri del pianeta, apra gli occhi per guardare almeno al proprio ombelico: se non cambiamo rotta, entro il 2100 l’economia globale subirà una contrazione del 23%, rendendoci tutti più poveri e privi di molti territori oggi ricchissimi di storia e civiltà; non sono solo le piccole isole del Pacifico a rischiare di essere sommerse dai flutti, ma anche Venezia e buona parte della nostra Toscana.