Siamo tutti rane che bollono: ci mettiamo poco tempo a scordarci che gli eventi climatici eccezionali non erano la normalità

Su Twitter gli eventi climatici "notevoli" diventano normali entro pochi anni

[1 Marzo 2019]

Per quantificare il cambiamento climatici gli scienziati usano vari parametri di riferimento – il 1850, negli ultimi 30 anni… – ma finora c’è stata pochissima ricerca su come l’opinione pubblica sviluppa un’idea di clima “normale”. Insomma, quale tipo di tempo meteorologico la gente trova “notevole” mentre sta cambiando? E cosa ci dice questo sulla percezione del cambiamento climatico da parte dell’opinione pubblica? Lo studio “Rapidly declining remarkability of temperature anomalies may obscure public perception of climate change”, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) da un team di ricercatori statunitensi e canadesi, ha cercato di rispondere a queste domande analizzando oltre 2 miliardi di post di Twitter di statunitensi e ne è venuto fuori che, quando si tratta di quel che considerano il tempo che fa “normale”, le persone hanno la memoria corta. In media, la gente basa la sua idea del tempo normale su ciò che è successo negli ultimi 2 – 8 anni e i ricercatori dicono che «Questa disconnessione con la cronologia storica del clima può oscurare la percezione del cambiamento climatico da parte dell’opinione pubblica».

La principale autrice dello studio, Frances Moore del Department of environmental science and policy dell’università della California – Davis, sottolinea: «C’è il rischio che normalizzeremo rapidamente le condizioni che non dovremmo normalizzare. Stiamo vivendo condizioni che sono storicamente estreme ma,  se tendiamo a dimenticare ciò che è accaduto più di circa cinque anni fa, potremmo  non percepirle  come particolarmente inusuali».

Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno analizzando i post su Twitter, quantificando quelli dedicati a un passatempo che non passa mai di moda: parlare del tempo che fa. Per determinare che tipo di temperature ha prodotto il maggior numero di post sul clima, hanno campionato 2,18 miliardi di tweet geolocalizzati, postati tra il marzo 2014 e il novembre 2016, quindi hanno incrociato i dati dei social media con dati di temperatura, precipitazioni e copertura nuvolosa, controllando variabili quali mese, anno e posizione, per identificare come le fluttuazioni della temperatura influiscono sui  post in base alle condizioni meteorologiche. E  hanno scoperto che «Le persone spesso twittano quando le temperature sono insolite per un particolare luogo e periodo dell’anno, ad esempio un marzo particolarmente caldo o un inverno inaspettatamente gelido. Tuttavia, se lo stesso clima persisteva anno dopo anno, ha prodotto meno commenti su Twitter, indicando che le persone hanno iniziato a vederlo come normale in un periodo di tempo relativamente breve».

Ma dallo studio è emerso anche un altro problema: in un mondo in  riscaldamento gli episodi di freddo “contano” di più: «Il graduale riscaldamento rende più notevoli tutte le temperature fredde– spiega la Moore – le temperature medie invernali, che in precedenza sarebbero insignificanti, diventano degne di nota in quanto le aspettative delle persone cambiano nel tempo».

Il team di autori dello studio, che comprende anche Nick Obradovich del Massachusetts Institute of Technology, Flavio Lehner del National Center for Atmospheric Research e Patrick Baylis dell’University of British Columbia, fanno notare che «Questo fenomeno è un classico caso della metafora della rana che bolle: una rana salta in una pentola di acqua calda bollente e immediatamente salta fuori. Se, invece, la rana nella pentola viene riscaldata lentamente fino alla temperatura di ebollizione, non salta fuori e alla fine viene cotta. Sebbene scientificamente inaccurata, questa metafora è stata a lungo usata come avvertimento e ammonimento contro la normalizzazione delle condizioni in costante cambiamento causate dai cambiamenti climatici».

Gli strumenti di analisi del sentiment, che misurano l’associazione positiva o negativa delle parole, hanno fornito la prova di questo effetto “rana che bolle”. Dopo aver essere state nuovamente esposte a temperature storicamente estreme, nel tempo le persone hanno twittato meno specificamente sul tema, ma nel complesso hanno comunque espresso sentiment negativi. Condizioni particolarmente fredde o calde sembrano rendere le persone infelici e scontrose.

La Moore conclude segnalando un altro aspetto preoccupante: «Abbiamo visto che le temperature estreme rendono ancora le persone infelici, ma smettono di parlarne. Questo è un vero effetto rana che bolle. Le persone sembrano abituarsi ai cambiamenti che preferirebbero evitare. Ma solo perché non ne stanno parlando, non significa che questo non le stia facendo peggiorare».