Slitta l’entrata in vigore dell’Accordo sul clima di Parigi. Italia e Ue mancano all’appello

Necessario ancora il 7,5% delle emissioni per tagliare il traguardo, probabile entro fine anno

[21 settembre 2016]

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Il tempo è la principale, scarsissima risorsa a stabilire se l’umanità potrà tenere a freno o meno i cambiamenti climatici innescati a partire dalla seconda rivoluzione industriale. Oggi, a New York di tempo ne abbiamo sprecato un altro po’. Si è appena conclusa quella che, nelle intenzioni delle Nazioni Unite, avrebbe dovuto essere la giornata decisiva per l’entrata in vigore dell’Accordo sul clima raggiunto a Parigi lo scorso dicembre, firmando il quale 197 parti (ovvero 196 Paesi più l’Ue) si sono impegnate a mantenere il riscaldamento globale «ben al di sotto dei 2°C». Con oggi, a ratificare davvero l’Accordo – o ad aver già depositato gli strumenti per farlo – sono stati 60 Paesi, responsabili del 47,62% delle emissioni di gas serra mondiali. Ancora non basta.

L’Accordo sul clima di Parigi entrerà in vigore 30 giorni dopo la ratifica da parte di 55 paesi che rappresentino il 55% delle emissioni di gas serra. «Abbiamo bisogno di coprire il 7,5% delle emissioni globali in più per raggiungere la soglia», ha dichiarato oggi il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki moon, aggiungendo comunque di «essere sempre più convinto che l’Accordo di Parigi entrerà in vigore entro la fine dell’anno».

A tal proposito, è indubbio che alcuni segnali incoraggianti siano oggi arrivati nel corso dell’assemblea Onu. Da quando Usa e Cina (il 38% delle emissioni globali di gas serra) hanno ratificato l’Accordo, all’inizio di questo mese, è scattata una corsa alla firma tra altri Paesi, trascinati dalle due superpotenze. Soltanto oggi altri 31 Paesi si sono aggiunti alla lista: dall’Islanda agli Emirati Arabi Uniti, dal Brasile alla Repubblica di Vanuatu. «Uno slancio straordinario da parte degli Stati e un chiaro segnale della loro determinazione ad attuare subito l’Accordo di Parigi e ad aumentare l’ambizione nel corso dei decenni a venire», ha dichiarato Patricia Espinosa, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc).

Altri 14 paesi che rappresentano il 12,58% delle emissioni – assicurano dall’Onu – si impegnati a ratificarlo entro il 2016, consentendo in questo modo l’entrata in vigore dell’Accordo. Non è però irrilevante che queste firme non siano arrivate in tempo per oggi, come inizialmente auspicato. Come si nota scorrendo la lista dei firmatari, ad ora manca un grande protagonista. L’Unione europea con i suoi Stati membri, tra i quali ovviamente l’Italia, che per decenni si è vantata – a ragione – del proprio ruolo di faro verde nel mondo. Non la Francia, non la Germania, non l’Italia: nessuno ha ancora ratificato l’Accordo trovato proprio a Parigi.

Vero è che la ratifica ad oggi non appare in dubbio, tanto che a Bruxelles un voto sul tema è in programma per il 9 ottobre. Anche in quest’occasione però l’Ue (responsabile di circa l’11% delle emissioni globali, ben oltre il 7,5% che sarebbe stato oggi necessario) mostra di saper muoversi per tempo, oppure di non ritenere la partita climatica – e dunque in definitiva un progetto di sviluppo sostenibile –una priorità.

Testimone esemplare di questo deficit è purtroppo l’Italia. Come ha sottolineato nei giorni scorsi il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, il governo italiano «è pronto a discutere la sua legge di ratifica in un prossimo Consiglio dei ministri, perché il Parlamento possa esaminarla ed approvarla in tempi rapidi, con l’auspicio che l’Italia possa prendere parte ai lavori della Cop22 di Marrakech avendo già completato l’iter di ratifica». Ovvero, entro 46 giorni da oggi.

Nel mentre, qualche certezza c’è. Nel 2015 il Pil italiano è cresciuto di un modesto 0,8%, performance che dovrebbe ripetere nel 2016, mentre le emissioni di gas serra nazionali sono salite secondo i dati raccolti da Ispra di oltre il doppio, +2% (+2,5% secondo la Fondazione per lo sviluppo sostenibile). Nello stesso tempo il Pil mondiale è cresciuto del 3%, mentre le emissioni di CO2 sono rimaste ferme al livello dell’anno precedente. Ciò non deve distrarre dal dato di fondo, che vede l’economia globale ancora ben lontana da raggiungere standard di sostenibilità, come ben evidenziano gli impegni climatici presentati dai vari paesi proprio per l’Accordo di Parigi. Anche se venissero rispettati, la temperatura media globale salirebbe comunque di +2,7-3 °C (una stima che ha trovato numerose conferme), ovvero ben lontano dalla soglia di sicurezza per evitare cambiamenti climatici devastanti e irreversibili.

Non rimane che restare aggrappati a quanto concluso, e insistere sull’ottimismo della volontà. «Ciò che una volta sembrava impossibile è ormai inevitabile», ha osservato Ban Ki moon. Le temperature in continua salita non possono che dargli ragione.