Altro che spread. Standard & Poor’s ora guarda ai cambiamenti climatici

[21 maggio 2014]

Le oscillazioni dello spread che fremono nelle Borse europee, riverberandosi a livello mondiale, sono una buona notizia per la politica. Somigliano molto a degli impulsi su un elettrocardiogramma altrimenti assai piatto: in vista delle ormai vicinissime elezioni europee, ricordano che nonostante tutto che anche per la finanza la politica conta ancora qualcosa. L’Italia in particolare però non gioisce. Il differenziale di rendimento (lo spread) tra Btp e Bund tedeschi ha di nuovo toccato (anche se poi è tornano indietro) quota 200, ai massimi da mesi – pur se ancora ben lontani dalle vette oltre i 570 punti base, era Berlusconi.

Di nuovo le chiacchiere sulla sostenibilità del debito pubblico italiano, e delle difficoltà nel suo rifinanziamento, si sprecano. Ma ancora una volta sembrano guardare ai fondamentali sbagliati. Tanto più che la musica sta cambiando, anche all’interno delle indimenticate agenzie di rating, che iniziano ad allargare l’analisi ai fattori di rischio più incisivi per l’economia mondiale del XXI secolo. Non lascia molti dubbi in proposito il titolo del report appena pubblicato da una delle Tre sorelle del rating, la statunitense Standard & Poor’s: Climate change is a global mega-trend for sovereign risk.

«Fin dall’inizio del nuovo secolo – scrivono gli analisti di S&P –  due mega-trend sono emersi a dominare il dibattito pubblico sui rischi economici globali. Il primo, l’invecchiamento globale, è relativamente ben compreso e le sue conseguenze relativamente chiare. Il secondo, l’impatto del cambiamento climatico, è di gran lunga più nebuloso e i suoi potenziali risultati molto più difficili da prevedere». Una sicurezza davvero invidiabile riguardo alla gestione dell’andamento demografico – ancora dibattito aperto anche tra i massimi esperti in materia –, ma forse un’eccessiva prudenza riguardo a quello climatico.

Dei nuovi indirizzi cominciano però già a emergere dell’analisi dell’agenzia di rating, che ha osservato l’impatto delle catastrofi naturali e delle mutate condizioni climatiche nei vari paesi del mondo. Il risultato è una classifica grezza di 116 nazioni, ordinate in base alla loro vulnerabilità al cambiamento climatico. Nessuna sorpresa nel vedere ai primi posti i paesi più poveri, al contempo i più colpiti dal clima che cambia, i meno capaci nel fronteggiarne i mutamenti e i meno responsabili di quanto sta succedendo. Ma anche l’Italia non se la passa benissimo; S&P la piazza a una prudente 93esima posizione, comunque tra le peggiori performance tra i paesi più sviluppati.

Ma Standard & Poor’s, nonostante le conclusioni del suo stesso report  – e le preoccupanti conferme giunte con l’ultimo rapporto sui cambiamenti climatici dell’Ipcc -, ritiene prudente non aggiustare ancora il rating dei debiti sovrani tenendo conto della variabile clima, valutando i dati in merito come attualmente troppo poco affidabili per fare previsioni accurate. Ma è solo questione di tempo: «Supponendo che gli eventi climatici estremi siano in aumento in termini di frequenza e di effetti distruttivi – sottolineano gli analisti – questa tendenza potrebbe alimentare le nostre valutazioni sugli stati sovrani». In particolare, a chiusura del dossier, da Standard & Poor’s dichiarano di aspettarsi come «il significato di questo mega-trend nella valutazione del rischio sovrano aumenti nei prossimi decenni, quando le implicazioni economiche del cambiamento climatico e gli eventi meteorologici estremi diventeranno sempre più visibili».

Al netto di tutte le possibili prudenze messe in campo da S&P, il dossier prodotto dai suoi analisti rimane dunque un profetico spartiacque. Soprattutto, è l’ennesima dimostrazione di quanto sia necessario cambiare la contabilità economica tenendo conto delle variabili ambientali – dal cambiamento climatico all’esaurimento delle risorse naturali – per dare un quadro sensato della realtà odierna. Si muovono le agenzie di rating, si muovono anche le compagnie assicurative (a inizio maggio, anche il gigante Lloyd ha messo in guardia sui rischi del cambiamento climatico). E la politica, o per meglio dire la massima espressione collettiva della società civile?

Secondo l’ultimo rapporto in merito della ExxonMobil, una delle più grandi e influenti multinazionali petrolifere al mondo, non ci sono rischi (per il suo business). La politica rimarrà a guardare. «Secondo la ExxonMobil – riassume Simon Zadek, co-direttore dell’Unep – i politici semplicemente non rischieranno di perdere il sostegno degli elettori attuando politiche che aumentano in modo significativo i prezzi dell’energia, soprattutto considerando la sua crescente domanda». Lo stesso, è bene non sottintenderlo, vale anche per tutte le altre risorse non rinnovabili.  L’incapacità politica di prendere decisioni impopolari (e saperle spiegare) condanna la società a subire il cambiamento, anziché guidarlo.

Troppo pessimismo? La pressoché totale assenza nella campagna elettorale italiana delle problematiche ambientali sembra confermare le aspettative di ExxonMobil, ma gli italiani sono comunque chiamati a esercitare (in tutti i sensi) un’ecologia del voto che non può essere ignorata. All’interno del seggio ogni elettore rimane solo con la sua scheda, e la sua responsabilità.