Stiglitz, l’Accordo di Parigi farebbe bene agli Usa: «Serve una tassa per le emissioni di CO2»

Secondo il premio Nobel per l’economia una carbon tax permetterebbe di aiutare i bilanci degli Stati e al contempo irrobustire la domanda aggregata di beni e servizi a livello globale

[10 luglio 2017]

Il G20 sul quale si è chiuso il sipario ad Amburgo questo fine settimana ha confermato che gli Stati Uniti guidati da Donald Trump intendono mantenere la nefasta decisione del presidente di uscire dall’Accordo di Parigi sul clima, al grido America first. Che ci sia fallacia logica nel voler porre l’interesse di un singolo Stato davanti a quello dell’intero pianeta che lo ospita e alimenta è evidente, ma all’amministrazione Trump sembra sfuggire un’altra evidenza: far sì che l’Accordo di Parigi sul clima sia un successo conviene anche agli Usa, come spiega Joseph Stiglitz sulle pagine di Project Syndicate.

«L’Accordo di Parigi è positivo per l’America – argomenta il premio Nobel per l’economia –, sono gli Stati Uniti che continuano a imporre un fardello ingiusto sugli altri paesi. Storicamente, gli Usa hanno contribuito in maniera sproporzionata all’aumento della concentrazione di gas serra nell’atmosfera», e anche oggi le emissioni procapite di CO2 sono oltre 2 volte quelle cinesi e 2,5 volte quelle europee, peraltro senza che la qualità della vita negli Stati Uniti appaia 2,5 volte più alta rispetto a quella europea.

Rispettare l’Accordo di Parigi, oltre che portare più giustizia sul pianeta, permetterebbe agli Usa di entrare da protagonisti all’interno del percorso obbligato verso la sostenibilità che tutte le nostre economia sono costrette a inseguire: «Trump guarda al passato – un passato che, ironicamente, non è stato così grande. La sua promessa di ripristinare i lavori nelle miniere di carbone (che ora ammontano a 51,000, meno dello 0,04% dei lavori non agricoli del paese) sottovaluta – dichiara Stiglitz – le rigide condizioni e i rischi per la salute di quel settore, per non parlare dei progressi tecnologici che continuerebbero a ridurre l’occupazione nel settore anche se la produzione di carbone fosse ripristinata.

Infatti, sono in fase di creazione molti più lavori nell’installazione di pannelli solari rispetto a quelli che stanno scomparendo nell’industria del carbone. Più in generale, passare a una green economy aumenterebbe il reddito statunitense oggi e la crescita economica nel futuro».

Ridurre le emissioni di CO2 potrebbe avere come conseguenza un’economia ancora più forte, negli Usa come altrove, e il mezzo individuato dalla High-Level Commission on Carbon Prices – di cui Stiglitz è co-presidente insieme a Nicholas Stern – è quello di una tassa sulle emissioni di CO2.

«La logica è semplice – spiega Stiglitz –  Un problema chiave che ostacola l’economia globale di oggi è la bassa domanda aggregata. Allo stesso tempo, i governi di molti paesi si trovano di fronte a una insufficienza di ricavi. Possiamo affrontare entrambe le questioni contemporaneamente e ridurre le emissioni imponendo una tassa per le emissioni di CO2».

Il successo di questo modello è già stato mostrato dalla Svezia, ricorda il premio Nobel, un successo corroborato dai dati forniti dalla Eea, l’Agenzia europea dell’ambiente. Nello Stato scandinavo la carbon tax venne introdotta nel 1991, senza contraccolpi negativi sulle possibilità di crescita economica del Paese. Al contrario, il Pil svedese è cresciuto del 58% nel periodo 1990-2013, e ha continuato a farlo negli anni seguenti (di uno stratosferico +4,1% nel 2015, quando il Pil italiano cresceva del +0,8%). Al contempo, le emissioni di gas serra svedesi sono crollate del 23%. Un modello che merita di essere esportato, magari in Italia prima che negli Usa.

L. A.