Studio Italiano: in Africa le ondate di caldo anomale saranno presto la norma

Entro la fine del secolo a rischio i raccolti. Necessarie immediate misure di adattamento e resilienza

[13 maggio 2016]

Ondate di caldo Africa

Un team di ricercatori italo-norvegese ha pubblicato su Environmental Research Letters lo studio “When will unusual heat waves become normal in a warming Africa?” che dipinge un futuro prossimo ancora più preoccupante per il continente africano già duramente colpito dal riscaldamento globale. Secondo Simone Russo, dell’ Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) Andrea F Marchese e  Giuseppina Immé  del Dipartimento di fisica e astronomia dell’università di Catania e di Jona Sillmann, del  Center for International Climate and Environmental Research (CICERO) di Oslo,  le eccezionali ondate di caldo africane potrebbero diventare la normalità entro appena 20 anni.

Già oggi, data la sua posizione geografica tra il Tropico del Cancro e il Tropico del Capricorno, l’Africa subisce tra le temperature medie annuali più calde di tutto il mondo, ma tra il 2004 e il 2015 il Continente ha registrato insoliti aumenti di temperatura, sia per le punte record toccate che per il perido di tempo di durata delle ondate di caldo estremo che ormai avvengono almeno una volta ogni due anni.  I ricercatori dicono che queste  ondate di caldo probabilmente richiederanno un cambiamento del tipo di coltivazioni ed anche una diverso areale agricolo per le specie coltivabili

Il team italo-norvegese ha fatto simulazioni con modelli che prevedono quale sarà la situazione in Africa nel 2075 e ne è venuto fuori che entro la fine del secolo le  ondate di caldo  estremo avverranno probabilmente quattro volte più frequentemente ogni anno. Jana Sillmann, una geo-ecologa del CICERO ha detto in un’intervista a  Christian Science Monitor che «Nel nostro studio, un’ondata di caldo insolito nel nostro studio è un evento che non è mai successo prima. Così siamo praticamente di fronte a un evento che batte i record nelle attuali osservazioni delle temperature dagli anni 1979-2016. L’ondata di caldo tra il novembre 2015 e il gennaio 2016 ha avuto una magnitudo molto più elevata rispetto a quelle precedenti. Tuttavia, entro il 2040, i modelli climatici del team mostrano che un evento così insolito diventerà regolare, il che significa che potrà avvenire ogni anno, e non solo una volta ogni 38 anni, negli scenari del cambiamento climatico».

Per valutare le ondate di cado, i ricercatori guidati da Russo hanno utilizzato l’Heat Wave Magnitude Index daily (HWMId), tenendo conto della gravità e dei giorni di persistenza delle temperature. Mentre altri indicatori delle ondate di calore prendono in generalmente in considerazione solo un aspetto di un ondata di calore, l’HWMId valuta le ondate di caldo come un intero evento, permettendo il confronto tra i diversi Paesi e nel tempo.

Ma non tutte le ondate di caldo sono prodotte dalle stesse cause: quelle che in futuro colpiranno l’Africa saranno probabilmente più calde di quelle odierne e la Sillman  spiega che «Anche un piccolo riscaldamento della temperatura media annua è in grado di produrre un aumento molto più grande a temperature molto estreme. Così, con le ondate di calore insolite sarà caldo anche per gli standard africani».

Lo studio evidenzia che «Entro la fine del secolo, le ondate di caldo che sono insolite nel clima attuale diventeranno molto comuni con l’aumento delle temperature medie globali e potrebbero verificarsi con  una frequenza stagionale in ogni Paese dell’Africa. Dato che le misure per l’adattamento e la resilienza attualmente intraprese nella maggior parte dei Paesi africani stanno già raggiungendo i loro limiti con il clima attuale, il previsto aumento delle ondate di caldo estreme nei prossimi decenni può portare a crisi umanitarie di dimensioni sconosciute (…) Ondate di caldo più lunghe più calde e  più frequenti sono davvero in grado di avere un forte impatto sulla mortalità, il verificarsi di incendi boschivi e sul  fallimento dei raccolti»

Anche se il recente studio “Regional disparities in the beneficial effects of rising CO2 concentrations on crop water productivity” pubblicato su Nature Climate Change  ha evidenziato  una correlazione positiva tra i livelli di CO2 atmosferica e una maggiore crescita delle piante, la maggior parte degli studi su clima e agricoltura non sono certo incoraggianti. Secondo il rapporto “Climate change impacts on African crop production” del 2015 del  CGIAR Research Program on Climate Change, Agriculture and Food Security (CCAFS), se non vengono prese misure di adattamento,  nel XXI secolo la produttività del mais diminuirà del 5 – 10% e la produttività del riso del  2 – 5% per ogni grado di riscaldamento,  nel 21 ° secolo. Gli autori di quel rapporto, Julien Ramirez-Villegas e Philip Thornton, spiegano che «L’adattamento può contrastare alcuni di questi impatti negativi, ma è fondamentale che le misure siano attuate in anticipo, dato che gli impatti sono già in atto in un certo numero di casi, o potranno essere osservati nei prossimi 10 – 20 anni». Alcune misure di adattamento comprendono la coltivazione di varietà climate-smart, di un’agricoltura adattata a siti specifici e cambiamenti nella dieta.

A meno che Paesi come il Mali, Senegal, Burkina Faso e il Niger non attuino e incrementino  strategie di adattamento,  nel SAhel non potranno più sopravvivere coltivazioni di mais, i fagioli comuni, miglio e  le banane. L’areale di queste coltivazioni in Africa dovrebbe addirittura diminuire dal 30 al 35%. Uno scenario da incubo che moltiplicherebbe i profughi climatici ed economici e provocherebbe nuovi conflitti per le risorse.

Sillman conclude: «Anche se il riscaldamento futuro si è già messo in moto, l’inazione non è un’opzione. Il progresso sarà graduale, ma non c’è la possibilità di aspettare seduti quando continuiamo a bruciare combustibili fossili al ritmo con cui lo  stiamo facendo ora, perché le temperature saliranno continuamente, come se vi metteste addosso sempre più coperte. Se agiamo ora per ridurre le emissioni di gas ad serra, siamo in grado di impedire al mondo di riscaldarsi ancora di più e di avere ancora la possibilità di prendere le misure di adattamento per far fronte ai cambiamenti che abbiamo già causato».