Sulle Alpi molta neve, ma il caldo 2017 ha provocato «un forte scioglimento dei ghiacciai»

I risultati delle rilevazioni sullo snow water equivalent, e quelli del progetto Glori

[26 marzo 2018]

Le abbondanti nevicate che si sono concentrate sulle Alpi nel corso delle stagione invernale appena conclusa hanno reintegrato in modo efficace le risorse idriche dell’area: è quanto comunica il Sistema nazionale di protezione dell’ambiente (Snpa) a seguito delle rilevazioni condotte nei giorni scorsi da 65 operatori – afferenti alle Arpa come all’Esercito italiano, ad alcune società di produzione idroelettrica come ad alcuni centri di ricerca –, che hanno scavato 93 trincee per misurare quanta neve è caduta quest’inverno sono state scavate lungo i pendii sopra Barbonecchia in Val Susa tra i 1300 e i 2800 metri nell’ambito del quarto interconfronto sullo snow water equivalent, ovvero l’equivalente d’acqua della neve.

Le operazioni hanno permesso di valutare la variabilità del manto nevoso su un ampio bacino montano (circa 50 kmq), e consentito di analizzare lo stato dell’innevamento della regione (spessore e densità medi del manto nevoso di 1,68 m e 335 kg/m3) e valutare la risorsa idrica in esso immagazzinata a fine inverno, pari a 0,55 m di equivalente in acqua.

Queste informazioni, oltre a evidenziare una situazione di complessiva abbondanza della risorsa idrica che nei mesi futuri contribuirà ad alimentare le falde e i corsi d’acqua delle vallate alpine, hanno permesso di indagare in che modo il manto nevoso si distribuisce sui versanti delle nostre montagne.

L’abbondanza di precipitazioni nevose dell’inverno appena concluso costituisce dunque, soprattutto alle alte quote, un serbatoio significativo che consentirà di ricaricare sorgenti e falde messe a dura prova dalla scorsa torrida e secca estate 2017.

Ma se questa fase permette al momento di limitare i danni, il cambiamento climatico sulle Alpi non si arresta. Anzi. Il clima muta e, di riflesso, cambia volto anche l’ambiente alpino: lo scioglimento dei ghiacciai ad esempio aumenta, e con esso cresce la quantità di sedimento trasportata dai fiumi di montagna. A indagare questo particolare fenomeno sono i ricercatori coinvolti nel progetto Glori, che è l’acronimo di Glaciers-to-rivers sediment transfer in alpine basins (trasferimento di sedimento dai ghiacciai ai fiumi nei bacini alpini).

Finanziato dalla Provincia Autonoma di Bolzano e iniziato un anno fa circa, Glori è frutto della collaborazione tra le Università di Bolzano, Trento e Innsbruck, ed è guidato dal docente di Gestione dei rischi naturali e dei corsi d’acqua montani Francesco Comiti.

L’obiettivo di Glori è la previsione dei probabili cambiamenti dei corsi d’acqua legati allo scioglimento dei ghiacciai alpini, il che lo rende un progetto essenziale per un territorio come quello altoatesino che vuole proteggersi dai possibili effetti deleteri dei cambiamenti climatici.

I ricercatori dell’Università di Bolzano hanno dunque messo a punto una nuova metodologia che permette di comprendere meglio il trasferimento dei sedimenti dal bacino al corso d’acqua: mediante i geofoni, piccoli sensori sismici, e l’analisi isotopica dell’acqua possono stabilire l’intensità di trasporto dei ciottoli e l’origine dei sedimenti. E dall’analisi dell’anno appena trascorso non arrivano buone notizie.

Come sappiamo il 2017 è stato infatti un anno particolarmente caldo. A causa dell’innalzamento delle temperature, i ricercatori di Glori hanno osservato un forte scioglimento dei ghiacciai ed un massiccio aumento del trasporto solido alla loro bocca. E la crescita del trasporto di sedimenti può comportare cambiamenti importanti nei tratti fluviali a valle.

«Questi cambiamenti morfologici – spiega Comiti – possono determinare modifiche sia all’ecosistema fluviale che all’entità del rischio idraulico della popolazione che vive vicino ai corsi d’acqua. In alcuni tratti del fiume la maggior quantità di ghiaia e ciottoli trasportati dalla corrente può provocare un innalzamento dell’alveo aumentando quindi la probabilità di alluvioni nel prossimo futuro. In Svizzera, ad esempio, sono già state riscontrate evidenze di un aumento di quota dell’alveo in alcuni fiumi. La percentuale di deflusso di origine glaciale è strettamente correlata alla quantità del trasporto solido. Modellare gli scenari futuri ci permetterà di capire l’evoluzione dei torrenti e dei fiumi a seguito dello scioglimento dei ghiacciai, e quindi dove il pericolo di alluvionamenti potrebbe aumentare. Con sistemi di monitoraggio e di previsione più efficaci possiamo contribuire a ridurre il rischio idraulico nelle valli alpine».