Il summit climatico di Macron: un grande spettacolo fallimentare

Le ONG: di politicamente concreto c’è poco. Francia e Europa arretrano

[13 dicembre 2017]

Nonostante quello che scrive gran parte della stampa italiana sull’emergere di una nuova leadership mondiale made in France, lOne Planet Summit di Parigi, fortemente voluto dal presidente francese Emmanuel Macron è stato abbastanza deludente, anche se non sono mancate le parole forti usate dallo stesso Macron e sono fioccati gli impegni presi da Banca mondiale e dal settore privato.

Le più deluse sembrano le associazioni ambientaliste: secondo il direttore di Greenpeace EU, Jorgo Riss, «Macron ha organizzato un grande spettacolo, ma i leader politici riuniti fuori Parigi hanno poco da mostrare alla fine della conferenza. Sul cambiamento climatico l’Europa sta giocando ben al di sotto del suo potenziale e le parole vuote di Macron non faranno granché differenza. A Bruxelles, la Francia combatte molto più duramente  per la sua industria nucleare che per una transizione verso l’energia rinnovabile e resta ferma mentre Paesi come Spagna e Polonia cercano sussidi per le centrali a carbone. Se l’Europa vuole riguadagnare parte della sua credibilità sui cambiamenti climatici, i governi devono rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro e dovrebbero iniziare  a farlo innalzando gli obiettivi dell’Ue per il 2030 per ridurre i gas serra e aumentare la quota di energie rinnovabili».

L’One Planet Summit ha infatti preceduto il meeting dei ministri dell’energia dell’Ue che il 18 dicembre discuterà del futuro della politica energetica europea e in particolare  di un nuovo pacchetto politico dell’Ue che comprende energie rinnovabili, efficienza energetica e obiettivi climatici per il 2030.

Greenpace considera insufficiente  l’Action Plan for the Planet presentato dalla Commissione europea all’ One Planet Summit e denuncia che, mentre Macron organizzava il deludente  One Planet Summit,  «La Francia non ha fatto nulla per impedire a Spagna e Polonia di fare pressioni per consentire alle centrali a carbone di accedere alle sovvenzioni nell’ambito del pacchetto di politiche energetiche dell’Ue e si è opposta alle misure per rendere più facile per gli europei produrre, stoccare e vendere le proprie energie rinnovabili».

Macron ha presentato un piano di investimenti da 25 miliardi nell’energia solare, per sostituire in 18 anni la metà della produzione atomica francese (cioè la metà della produzione di elettricità)  ma Sarah Fayolle, attivista climatica di Greenpeace France, lo boccia anche su questo fronte: «Emmanuel Macron afferma di voler celebrare il biennio dell’Accordo di Parigi. Ma non è il momento di festeggiare: il suo governo non è nemmeno in grado di rispettare la legge francese sulla transizione energetica. Se la Francia vuole davvero svolgere un ruolo di primo piano nello sviluppo delle energie rinnovabili a livello nazionale, europeo e internazionale, deve porre fine al suo sostegno all’energia nucleare e chiudere i suoi reattori. L’energia nucleare è ora rinnovabile in tutto il mondo più costosa della maggior parte delle fonti di energia. Salvare il clima richiede le soluzioni più efficaci. Il nucleare non ne fa parte. Ciò di cui abbiamo bisogno è un’azione concreta, non operazioni di comunicazione».

Non la pensa così Feike Sijbesma, amministratore delegato di DSM, che ha detto a EuroNews: «Siamo riusciti a trovare un terreno di gioco comune, restano certo alcune differenze ma non c’è più scappatoia. Questo è quello che il mercato chiede: stabilità, un maggiore controllo a livello globale per raggiungere un prezzo sensato del carbone. Oggi è un gran giorno per mettere a segno gli obiettivi di Parigi».

Ma l’amministratrice delegata della European Climate Foundation, Laurence Tubiana, è più prudente: «La finanza non si muoverà da sola per miracolo. Certo, esiste una sorta di movimento grazie al quale tutti tendono ad andare nella stessa direzione, è quel che accade nel mercato finanziario, è il motivo per cui ci sono sempre più investimenti nell’economia verde, più aziende e persone che tolgono i propri investimenti dai carburanti fossili. E anche solo l’idea ha un effetto positivo».

Alexandre Naulot, portavoce di Oxfam France, vede le cose diversamente: «E’ una grande delusione, ci aspettavamo un grande vertice dedicato alla questione dei finanziamenti per adattarsi al cambiamento climatico, riguardo all’adattamento delle popolazioni più povere colpite direttamente dal cambiamento climatico, i disastri come tifoni, siccità, inondazioni. E invece i finanziamenti non si sono visti».

Nel suo intervento all’One Planet Summit, Macron ha impegnato la Francia a mobilitare 1,5 miliardi di euro entro il  2022 per l’adattamento al cambiamento climatico, cioè un aumento di 300 milioni rispetto all’impegno già preso alla Cop 21 Unfccc di Parigi. Secondo Oxfam France,  «Questo annuncio è insufficiente in rapporto ai bisogni delle vittime del cambiamento climatico, alla responsabilità storica della Francia per le emissioni di gas serra, così come riguardo alle ambizioni dichiarate da Emmanuel Macron di porsi come un campione del clima a livello internazionale».

Armelle Le Comte, responsabile clima ed enmegia di Oxfam France, ha sottolineato: «Noi ci aspettavamo dalla Francia che raddoppiasse i suoi finanziamenti per l’adattamento al cambiamento climatico per raggiungere i  2,4 miliardi di euro all’anno entro il  2022. Non nascondiamo il nostro sconcerto di fronte a un annuncio insufficiente che non prende sul serio gli impatti crescenti del cambiamento climatico sulle popolazioni più povere. Questo annuncio non cambia radicalmente la tendenza: nel 2020, la Francia dedicherà appena un terzo dei suoi finanziamenti climatici all’adattamento, mentre anche l’Accordo di Parigi punta a un equilibrio tra riduzione delle emissioni e adattamento. Così il messaggio inviato agli altri Paesi donatori e alle popolazioni vulnerabili, mentre la Francia pretende di dare l’esempio in materia di lotta contro il cambiamento climatico non è del tutto all’altezza degli impegni- Il Capo  Dello Stato propone di mettere in campo una tassa europea sulle transazioni finanziarie al ribasso che si ispiri al modello franncese. Una tale tassa raccoglierebbe solo 4 miliardi di euro sui 22 miliardi attesi, Con una proposta simile, Emmanuel Macron non può presentarsi come un leader climatico che trascinerà l’Europa al suo seguito. Se vuole essere credibile sulla scena internazionale, deve rettificare il tiro rilanciando i negoziati da gennaio, per arrivare a un accordo su una tassa ambiziosa nel 2018».

Ce n’è anche per l’Agence Française de Développement che si è impegnata a fare in modo che il 100% dei suoi progetti siano compatibili con l’accordo di Parigi «Senza però intanto annunciare – evidenzia Oxfam France –  la fine di ogni sostegno pubblico alle energie fossili, mrentre la Banca Mondiale annuncia che metterà fine allo sfruttamento di petrolio e gas dopo il 2019».

Concludendo l’One Planet Summit, Macron si è impegnato a fare in modo che gli impegni volontari sopperiscano  all’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, ma Europe Écologie Les Verts  (Eelv). «Certo – dicono i Verdi francesi – il ricorso ai finanziamenti privati e alle soluzioni sostitutive per cercare di colmare gli impegni che gli Stati Uniti non manterranno sono una buona notizia. Ma l’assenza di dispositivi di controllo che assicurino la trasparenza degli impegni allocati unita a un’assenza totale di sanzioni in caso di non rispetto, fanno si che si tratti di ben poco altro d che di impegni sulla carta. Bisogna che questi impegni si traducano nella realtà e che non servano solo a mettersi  delle medaglie comunicative  ai Fondi, alle assicurazioni e alle banche che li hanno presi. Il clima non è uno strumento di negoziazione diplomatica né un argomento di vendita del marchio France. In Francia, bisogna inscrivere il clima nella Costituzione, come chiedono Cécile Duflot e Pascal Canfin, è il solo modo per costringere realmente gli attori pubblici e privati a rispettare l’Accordo di Parigi e quindi a lottare contro il riscaldamento globale del pianeta che si accentua».

Eelv evidenzia che «Il Climate Finance Day ha mostrato l’interesse comunicativo delle imprese per l’ecologia… ma la realtà rimane il loro  vero interesse per la finanza. Se la Francia non sopprime le sovvenzioni, dirette o indirette, e i suoi investimenti, attraverso le agenzie nelle quali lo Stato detiene delle quote, all’industria delle energie fossili, tutto questo resterà una semplice operazione di comunicazione«.

La coalizione delle ONG Alliance pour l’environnement et la santé ha calcolato che la Francia perde in spese per la salute legate ai danni causati dall’inquinamento da energie fossili 12 volte di più di quel che investe in sovvenzioni a quelle stesse energie e i Verdi  fanno notare: «Detto in un’altra maniera, i francesi pagano queste energie fossili tre volte: con i loro risparmi depositati nelle banche; con le loro tasse, con sovvenzioni dirette e indirette; attraverso i loro costi scaricati sul nostro sistema sanitario. Un circolo vizioso nel quale economia, salute e pianeta non hanno niente da guadagnare e tutto da perdere».

Eelv ricorda che «I Fondi che vogliono rinverdire i loro portafogli per salvare il pianeta e il nostro futuro sono anche quelli che hanno fatto la loro fortuna sul letto delle energie fossili. Come al tempo delle indulgenze, delle imprese di Stato o degli Stati si rifanno una verginità con dei futuri investimenti potenziali che compenseranno solo in parte gli inquinamenti che hanno causato».