Una tassa sulla carne per salvare clima e salute? Potrebbe essere inevitabile

Una Sin tax sulla carne, come su sigarette, zucchero e carbonio

[12 dicembre 2017]

Nel suo rapporto “The Livestock Levy” Farm animal investmentr risk and return (Fairr Initiative) , che gestisce  più di 4.000 miliardi di assets, ricorda che praticamente tutti i governi dei diversi Paesi del mondo sono alle prese con gli equilibri di bilancio e un modo sempre più allettante per farli quadrare sono le entrate derivanti dalla tassazione di beni ritenuti dannosi per l’ambiente, per la salute o per entrambi.  E’ quella che gli anglosassoni chiamano “Sin taxes”, le tasse sul peccato e il rapporto fa l’esempio degli oltre 180 Paesi  che attualmente tassano il tabacco, dei 60 che hanno adottato una carbon tax  e degli almeno 25 che tassano lo zucchero. Fairr Initiative analizza le probabilità che la carne possa aggiungersi alla lista di questi prodotti.

Il rapporto evidenzia che «Nel settore della produzione zootecnica globale, i megatrend della sostenibilità e il cambiamento dei modelli alimentari guidati da una crescente classe media globale stanno creando enormi sfide. Tra il 1992 e il 2016, la crescita demografica ha fatto salire il consumo globale di carne di oltre il 500% e questa traiettoria probabilmente continuerà anche in futuro, specialmente nei mercati emergenti. Ad esempio, si prevede che la domanda di carne prodotta nella sola Asia aumenterà del 19% nei 12 anni fino al 2025. Tuttavia, soddisfare questa crescente domanda si è dimostrato un impegno difficile per l’industria mondiale del bestiame e negli ultimi anni questi settori sono stati collegati a una serie di problemi ambientali, sanitari e sociali».  Questo  comprende evidenze sempre più forti che il consumo di carne sia legato a: emissioni di gas serra globali (15%) che superano le emissioni del settore dei trasporti; un aumento dell’incidenza dell’obesità globale, con conseguenti rischi  più elevati di diabete di tipo 2 e cancro; livelli crescenti di resistenza agli antibiotici; minacce alla sicurezza alimentare globale e alla disponibilità di acqua; degrado dei suoli e deforestazione.

La Fairr Initiative si è posta quindi la domanda:  «La tassazione dei prodotti a base di carne potrebbe essere un modo per mitigare queste sfide globali?». Il rapporto spiega che «Il percorso verso la tassazione inizia in genere quando esiste un consenso globale sul fatto che un’attività o un prodotto danneggiano la società. Ciò porta a una valutazione dei loro costi finanziari per il pubblico, che a sua volta porta a sostegno di una qualche forma di tassazione aggiuntiva. Le tasse su tabacco, carbonio e zucchero hanno seguito questo copione».

Ad esempio, un rapporto del 2015 dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che classifica le carni trasformate come cancerogene riecheggia rapporti  simili sugli effetti nocivi del tabacco e dello zucchero; mentre uno studio dell’università di Oxford ha quantificato i potenziali risparmi sui costi ambientali, climatici e sanitari derivanti dalla riduzione del consumo di carne, riecheggiando la Stern Review del governo britannico del  2006, che per prima ha sottolineatola necessità di investire sull’attenuazione dei cambiamenti climatici per non pagare molto di più in futuro per riparare danni irreparabili.

Della tassazione della carne si sta già parlando in Danimarca, Svezia e Germania e nel 2016  il governo cinese ha tagliato del 45% il consumo massimo raccomandato di carne. Anche se nessuna proposta di legge su questo argomento è arrivata nei rispettivi Parlamenti, Fairr Initiative  è convinta che «Gli investitori a lungo termine dovrebbero prendere atto delle argomentazioni  convincenti, specialmente in Danimarca e Svezia» e ricorda che «E’ stato nei Paesi nordici che nel 1990 venne introdotta la prima carbon tax».

Secondo il rapporto, «La tassazione delle carni non è un rischio a breve termine per gli investitori. Tuttavia, i grandi fondi pensione e gli asset managers non dovrebbero escluderla dalla loro agenda. Mentre la comunità internazionale lavora per implementare l’Accordo di Parigi e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu, i governi e le altre istituzioni internazionali dovranno creare un percorso per un sistema alimentare globale più sostenibile : in quel percorso potrebbe essere presente la tassazione delle carni».

Intervistato dal Guardian, Jeremy Coller, fondatore di Fairr e chief investment officer di Coller Capital, sottolinea che «Se i responsabili politici devono coprire il costo reale delle epidemie umane come l’obesità, il diabete e il cancro e le epidemie del bestiame come l’influenza aviaria, affrontando anche le sfide gemelle dei cambiamenti climatici e della resistenza agli antibiotici, allora un passaggio dalle sovvenzioni alla tassazione dell’industria della carne sembra inevitabile. Degli investitori lungimiranti dovrebbero pianificare in anticipo in previsione di quel giorno»-

La direttrice di Fairr, Maria Lettini, è convinta che «Con l’implementazione dei progressi dell’accordo sul clima di Parigi, è molto probabile che vedremo un’azione dei governi per ridurre l’impatto ambientale del settore zootecnico globale. Lungo l’attuale percorso potremmo vedere emergere entro cinque o dieci anni una qualche forma di tassa sulla carne».

Nel 2016 Nature Climate Change ha pubblicato lo studio “Mitigation potential and global health impacts from emissions pricing of food commodities” di un team di ricercatori dell’università di Oxford e dell’International food policy research institute secondo il quale tassando del 40% le carni bovine, del 20% i prodotti lattiero-caseari e dell’8,5% la carne di pollame  si eviterebbero mezzo milione di morti premature all’anno e si ridurrebbero le emissioni climalteranti. Le proposte di legge avanzate i in Danimarca suggerivano una tassa di 2,70 dollari per chilogrammo di carne.

Su The Guardian Damian Carrington  fa notare che «Le tasse sulle carni sono spesso considerate politicamente impossibili», ma aggiunge la ricerca “Changing Climate, Changing Diets: Pathways to Lower Meat Consumption” pubblicata nel novembre 2015 da  Chatham House e università di Glasgow «ha rivelato che sono molto  meno sgradite ai consumatori di quanto pensano i governi. Ha mostrato che le persone si aspettano che i governi conducano azioni su questioni che riguardano il bene globale, ma che la consapevolezza del danno causato dall’industria del bestiame è bassa». Utilizzare le entrate fiscali della carne per sovvenzionare cibi sani è un’idea che potrebbe ridurre l’opposizione alla Maeat Tax. .

Secondo Rob Bailey della Chatham House, «E’ solo questione di tempo prima che l’agricoltura diventi il ​​centro di una seria politica climatica. Il caso della sanità pubblica probabilmente rafforzerà la risolutezza del governo, come abbiamo visto con il carbone e il diesel. Oggi è difficile immaginare un’azione concertata per tassare la carne, ma nel corso dei prossimi 10 o 20 anni, mi aspetterei di vedere accumulare tasse sulla carne».

Marco Springmann, dell’Oxford Martin Programme on the Future of Food  dell’università di Oxford, ha detto a The Guardian che «Gli attuali livelli di consumo di carne non sono salutari o sostenibili. I costi associati a ciascuno di questi impatti in futuro potrebbero avvicinarsi ai trilioni di dollari. Tassare la carne potrebbe essere un primo e importante passo».

La Lettini fa notare che una meat tax  elevata  potrebbe non essere necessaria  se emergessero tecnologie innovative che riducono drasticamente le emissioni dal bestiame, «Ma oggi non esistono». Un’altra opzione più promettente è la nascente industria delle alternative vegetali alla carne, come il meat-free Impossible burger. Perfino  Bill Gates ha investito sull’hamburger vegetariano e altrettanto stanno facendo le principali compagnie della carne e di prodotti lattiero-caseari.

La Lettini conclude: «Ci sono enormi opportunità sul mercato. Se potessimo iniziare a sostituire le proteine ​​di carne con proteine ​​a base vegetale che hanno lo stesso aspetto, gusto e consistenza della carne, nelle quali i veri mangiatori di carne rossa saranno felici di tagliare un hamburger a base vegetale, staremmo cambiando il mondo».