Alluvioni, frane e inondazioni del 1987 provocarono 53 morti e migliaia di sfollati in Lombardia

A trent’anni dalla tragedia della Valtellina una lezione per i cambiamenti climatici

«Si scoprì che mentre il ghiaccio se presente nelle fratture degli ammassi rocciosi è ad una temperatura tra -2°C e -1°C è altamente instabile»

[18 luglio 2017]

Prima venne l’alluvione, poi – il 18 luglio 1987 – le inondazioni, cui infine dieci giorni dopo seguì l’enorme frana della Val Pola, che rovesciò oltre 30 milioni di metri cubi di terrore sul territorio, distruggendo il paese di Sant’Antonio Morignone in Valdisotto e le due contrade di Morignone e Piazza. In Valtellina frane e esondazioni provocarono in tutto 53 morti, migliaia di sfollati, la distruzione di interi centri abitati, di strade, ponti e danni ingenti per un totale di circa 4.000 miliardi di lire. Che cos’è cambiato da allora?

»Il dissesto della Valtellina – spiegano oggi dal Consiglio nazionale dei geologi, che dedicherà al tema un importante convegno, a Morbegno il 22 settembre 2017accese nuovamente in Italia il dibattito sul rischio idrogeologico e sulle responsabilità dell’uomo in questo tipo di eventi. Alcuni politici e amministratori parlarono di ineluttabilità dei fenomeni franosi; altri, fra cui i geologi, sottolinearono, invece, come negli ultimi decenni il territorio fosse stato alterato, modificato da interventi edilizi scriteriati in assenza di un corretto sviluppo urbanistico e senza opere di manutenzione nelle aree montane. La carente qualità delle opere idrauliche, l’assenza di attenzione e cura dei versanti, l’abbandono delle aree montane e la mancanza di una cultura attenta al territorio furono le vere cause del disastro. Il caso volle che proprio due anni prima, nel 1985, era stato approvato il primo condono edilizio della storia d’Italia: abitazioni costruite in zone idrogeologicamente a rischio, soggette a frane o a inondazione, erano diventate regolari dopo il semplice pagamento di una multa».

Oggi a distanza di un trentennio dall’evento, le cose sono sicuramente cambiate «soprattutto con l’introduzione della Legge n. 102 del 2 maggio 1990 più nota come “Legge Valtellina”, che stanziò una somma di 2.400 miliardi di lire negli anni 1989-1994. I fondi furono destinati sia a interventi su strade, infrastrutture tecnologiche e piani di riassetto idrogeologico per la tutela del territorio, alla ricostruzione e allo sviluppo dei comuni della provincia di Sondrio e delle adiacenti zone delle province di Bergamo, Como e Brescia sia agli aspetti legati alla conoscenza geologica e ambientale di pericolosità del territorio».

Ma dalla Valtellina è necessario imparare ancora. «Anche sulla spinta di questo evento nel 1998 l’Unione Europea finanziò il Progetto PACE (Permafrost and Climate in Europe) – spiega al proposito Mauro Guglielmin, docente di Geomorfologia presso l’Università dell’Insubria – che portò ad alcuni progressi sul ruolo del permafrost e la stabilità dei versanti e sulle sue  relazioni con il cambiamento del clima. Si scoprì così che mentre il ghiaccio se presente nelle fratture degli ammassi rocciosi è ad una temperatura tra -2°C e -1°C è altamente instabile e che quindi non è necessario che il permafrost si degradi completamente per destabilizzare il versante. Ora grazie all’azione di diversi ricercatori di AIGeo si è migliorata la conoscenza sia della distribuzione che delle condizioni termiche del permafrost in Italia (che è quasi sempre proprio tra -2°C e 0°C) anche se negli ultimi tempi dagli ambiti politici la sensibilità è di nuovo diminuita e sicuramente necessita di un nuovo impulso prima che i cambiamenti climatici ricreino una nuova situazione di emergenza. manca infatti un piano nazionale sugli effetti del Cambiamento Climatico sulla stabilità dei versanti che solo i geomorfologi-geografi fisici possono affrontare a tutto tondo garantendo di passare da una emergenza ad una gestione e ad una prevenzione».