Non secondo l’ambasciatore Usa, ieri a Firenze: «Per la Toscana solo vantaggi»

Il Ttip fa male alla salute: «Potrebbe influenzare pesantemente le politiche ambientali»

I risultati di una ricerca della university of California, analizzata dall’Arpat

[19 aprile 2016]

studio ttip toscana arpat

Anthony Gardner, ambasciatore statunitense presso l’Unione europea, era ieri a Firenze per fare il punto della situazione sul contestatissimo Ttip, il Trattato di libero scambio tra le due sponde dell’Atlantico, un tema assai sensibile per il territorio toscano. Il modello di sviluppo ormai sempre più diffuso in Toscana è infatti ormai fin troppo trainato dalle esportazioni, con i prodotti made in Tuscany che godono di alta appetibilità ovunque, e negli Stati uniti in particolare. Ecco che Gardner, come riporta oggi La Repubblica Firenze «Ci sono sempre timori per gli accordi sul libero scambio, ma solo lo scorso anno la Toscana ha accresciuto del 10% il suo export verso di noi. C’è un appetito del consumatore americano per questi prodotti di nicchia, di grande qualità, artigianali».

Pur ammettendo il persistente «disaccordo» tra le due parti su temi particolarmente rilevanti come il riconoscimento delle Dop nel Ttip, secondo l’ambasciatore Usa «Italia e Toscana avrebbero solo dei vantaggi dall’approvazione dell’accordo internazionale sul commercio».

Oltre al variegato movimento che da anni unisce associazioni e rappresentanze contro il Ttip, non sembrano però pensarla allo stesso modo anche Roberto De Vogli e Noemi Renzetti, ricercatori della university of California, Davis, che hanno appena pubblicato sulla rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia un’analisi su Il potenziale impatto del partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP) sulla salute pubblica.

L’articolo, che ha suscitato anche l’interesse dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpat), sottolinea che i negoziati del trattato sono stati tenuti segreti a lungo; i più importanti gruppi di lobby del Ttip rappresentano le grandi multinazionali e che la quasi totalità delle riunioni di consultazione condotte preliminarmente sono state realizzate con il settore privato, mentre il coinvolgimento delle organizzazioni della società civile e dei professionisti della sanità pubblica è stato, invece, scarso o nullo.

Da questi presupposti gli autori, partendo «da una corposa bibliografia – riassume l’Arpat – analizzano i possibili effetti sulla salute dell’introduzione del Trattato scandagliandone meticolosamente il testo, mettendo a confronto le opinioni di sostenitori e detrattori, e sostanziando la loro analisi con esempi concreti».

Gli esempi di effetti nefasti sono molteplici, come il citato caso del 2014 che ha visto la multinazionale Veolia contrapporsi al governo egiziano: aumentando i salari, quest’ultimo avrebbe compresso i margini di profitto aziendali: «Un caso esemplare di protezione sociale a rischio, che potrebbe ripetersi se il trattato fosse approvato così come è oggi».

Ma dalla ricerca emergono in particolare quattro categorie di fattori di rischio per protezione della salute: l’accesso ai farmaci e alla sanità, il consumo di tabacco e alcol, la dieta e l’agricoltura e soprattutto la salute ambientale. «Secondo gli studiosi – continuano dall’Arpat – è proprio la salute ambientale quella più a rischio perché il Ttip potrebbe influenzare pesantemente le politiche volte alla tutela dell’ambiente».

Come chiarisce bene l’esempio citato di Veolia, il Ttip prevede infatti un sistema di risoluzione delle controversie (Isds) tra stati nazionali e aziende che consente – nei casi in cui un intervento legislativo vada a ridurre i loro profitti – alle corporazioni di citare in giudizio i governi di fronte a tribunali internazionali privati, senza neanche la possibilità di ricorrere in appello contro le sentenze.

Cosa comporterebbero azioni del genere nella lotta, ad esempio, ai cambiamenti climatici? A livello globale, per contenere il riscaldamento globale entro i 2 °C – come stabilito nel corso della Cop21 di Parigi, e come dunque concordato anche dall’Italia –  tre quarti delle riserve di carbone, petrolio e gas ad oggi accertate (a proposito di referendum sulle trivelle…) dovrebbero non essere estratte.

«Il Ttip invece, in linea con le politiche di precedenti accordi di libero scambio e della World trade organization (Wto), potrebbe ostacolare l’adozione di leggi ambientali più severe», e in particolare le disposizioni dell’Isds potrebbero «essere probabilmente sfruttate dalle grandi aziende di combustibili fossili per citare in giudizio quei governi che cercassero di limitare l’estrazione e l’esportazione dei combustibili stessi. Difficile dunque che per la Toscana, un territorio già altamente soggetto a rischio idrogeologico e profondamente minato dal cambiamento climatico, il Ttip possa davvero portare «solo vantaggi». Conteggiando anche i costi ambientali è anzi assai probabile che il conto sarebbe assai salato: meglio assicurarcene per tempo.