Davvero serve una tassa progressiva sulle emissioni? L'analisi dell'economista Giovanni Marin

Uguaglianza o efficienza? I lati oscuri di una carbon tax globale

"Chi inquina paga": ma un terzo dei gas serra (e dei posti di lavoro) generati per soddisfare i consumi europei arriva da fuori Ue

[9 dicembre 2015]

gas serra e lavoro, la domanda ue e la produzione di altri paesi

In un recente editoriale apparso su Le Monde (Les pollueurs du monde doivent payer, tradotto su La Repubblica con il titolo L’Occidente inquina di più. Ora paghi per i suoi consumi), l’economista francese Thomas Piketty propone una riflessione sul tema delle disuguaglianze mondiali in tema di emissioni pro capite di gas serra. Secondo Piketty, tali disparità tra paesi e tra gruppi sociali all’interno dei paesi stessi impongono una redistribuzione degli oneri per gli investimenti in strategie di adattamento (che sono stimati nell’ordine di almeno 150 miliardi di euro all’anno) che sia proporzionale al contributo di ogni individuo o gruppo sociale in termini di emissioni di gas serra.

Piketty sottolinea anche il ruolo dei paesi con redditi più elevati quali fruitori di beni e servizi prodotti in paesi emergenti: le emissioni ad effetto serra generate per la produzione di questi beni generalmente viene attribuita al paese produttore e non al paese in cui i beni vengono consumati; una ri-attribuzione delle emissioni ai consumatori finali, infatti, determina una distribuzione sensibilmente diversa delle emissioni tra paesi rispetto alla distribuzione delle emissioni derivanti dalla produzione. In particolare, le emissioni indotte dalla domanda finale della popolazione residente nei paesi avanzati supera, in alcuni casi anche notevolmente, le emissioni derivanti dalle attività produttive presenti negli stessi paesi, mentre l’opposto accade per i paesi emergenti. Maggiori dettagli sono disponibili nello studio realizzato dallo stesso Thomas Piketty insieme a Lucas Chancel e scaricabile qui.

Alla luce di tali disuguaglianze nella responsabilità finale alla generazione di gas serra, che contribuiscono al cambiamento climatico, l’economista francese propone una ripartizione degli oneri delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici che rispecchi il contributo di ogni paese (e di ogni gruppo sociale all’intero di ogni paese) alla generazione dei gas serra. La proposta di Thomas Piketty per costituire il fondo per le strategie di adattamento di 150 miliardi di euro annui (le somme ora promesse non superano i 10 miliardi di euro/anno) consiste nell’istituzione di una tassa mondiale progressiva sulle emissioni (dirette e indirette) di gas serra, che consideri sia le differenze tra paesi che le differenze tra persone con livelli di ricchezza diversi all’interno dei paesi stessi. In questo modo le classi più abbienti di tutti i paesi saranno chiamate a contribuire al fondo che al momento è invece basato sui contributi quasi esclusivi dei paesi avanzati.

Tale proposta, seppur attraente visti i risvolti in termini di equità, è caratterizzata a mio parere da almeno tre punti critici tra loro connessi.

Il primo riguarda la mancata considerazione dei benefici socio-economici derivanti dalle attività che generano emissioni di gas serra nei paesi emergenti. Le crescenti esportazioni di paesi emergenti dirette al soddisfacimento dei bisogni degli abitanti dei paesi avanzati (o, più in generale, delle persone con redditi più elevati) comporta la generazione di gas ad effetto serra ma anche la creazione di posti di lavoro e di benessere economico (valore aggiunto e redditi da lavoro) nei paesi emergenti. Tali benefici economici, spesso rilevanti, non vengono in nessun modo considerati da un approccio che considera i consumatori finali quali unici responsabili delle emissioni. Elaborazioni basate sulle matrici input-output del database Wiod evidenziano che, nel 2009, il 36% delle emissioni di gas serra generate per soddisfare la domanda finale dei consumatori residenti in paesi dell’Unione europea (Eu27) proveniva fuori dai confini dell’Unione. Allo stesso tempo, però, il 33% dei posti di lavoro creati e l’11% del valore aggiunto generato per soddisfare la domanda finale dei consumatori dell’Unione europea erano localizzati al di fuori dei confini dell’Unione. Un approccio basato esclusivamente sul consumo non considera in nessun modo tali vantaggi economici goduti dai paesi produttori.

Il secondo punto critico riguarda la relazione tra il finanziamento di strategie di adattamento e l’efficienza delle strategie di mitigazione (riduzione delle emissioni). La messa in pratica di una tassa progressiva sulle emissioni (dirette e indirette) va a scontrarsi con la necessità di minimizzare i costi per la società della riduzione delle emissioni che contribuiscono al cambiamento climatico. L’imposizione di un costo (carbon tax o emission trading) per tonnellata di CO2 emessa che sia omogeneo in tutto il mondo costituirebbe lo strumento più efficace per la riduzione delle emissioni di gas serra. Un costo omogeneo, infatti, favorisce l’abbattimento delle emissioni in quei paesi e quei settori in cui il costo di abbattimento è minore. Tali costi non sono sopportati, in ogni caso, solo dai produttori (sempre più spesso localizzati in paesi emergenti), ma anche dai consumatori finali. I maggiori costi dovuti all’abbattimento delle emissioni si rifletteranno infatti, almeno in parte, in maggiori prezzi al consumo dei beni e dei servizi intensivi di emissioni di gas serra. In ogni caso, vista la natura regressiva di tali strumenti di politica ambientale, un meccanismo di redistribuzione degli oneri resta necessario.

Il terzo punto critico, collegato ai due precedenti, riguarda il disallineamento tra le responsabilità attribuite ai consumatori finali quando si considerano sia le emissioni dirette sia quelle indirette, e l’effettiva capacità di influenzare le modalità e le tecnologie di produzione dei beni consumati. Un esempio può aiutare a chiarire questo punto.

Il consumatore italiano che acquista uno smartphone prodotto in Cina ha spazi di manovra limitati per indurre il produttore cinese di smartphone a utilizzare energia elettrica prodotta da energie rinnovabili in sostituzione di energia prodotta da centrali a carbone. In questo modo, sono le scelte del produttore cinese (che farà riferimento a normative ambientali in vigore all’interno dei propri confini nazionali) vanno a influenzare il contenuto di gas serra contenute nello smartphone. In tale contesto, una tassa progressiva sulle emissioni, se sostitutiva di una carbon tax omogenea tra paesi, va a diluire di molto gli incentivi alla riduzione dei gas serra proprio in quei paesi (quelli emergenti) in cui maggiori sono i margini per una sostanziale riduzione delle emissioni.

In conclusione, mentre l’approccio proposto da Thomas Piketty consente una ripartizione equa del costo delle strategie di adattamento, l’istituzione di una carbon tax globale (o di un equivalente sistema di scambio di permessi di inquinamento globale) consente una sostanziale riduzione dei costi sociali delle strategie di mitigazione, seppur con conseguenze potenzialmente rilevanti in termini di aumento delle disuguaglianze vista la natura regressiva della tassazione ambientale. Mentre in fase di negoziazione di accordi vincolanti tra stati risulta sicuramente importante la valutazione congiunta delle strategie di mitigazione e di adattamento, nella fase di implementazione degli obiettivi che saranno fissati dalla Cop21 di Parigi sarà necessario valutare la possibilità di mantenere separati gli strumenti di policy indirizzati a finanziare le strategie di adattamento dagli strumenti di policy diretti a stimolare strategie di mitigazione (riduzione delle emissioni).

di Giovanni Marin – economista Seeds