Dopo il fallimento della Cop19 di Varsavia dobbiamo alzare l’asticella del confronto

Un tetto per salvare la terra: ingabbiare le risorse come nuova strategia climatica

Le quote di sfruttamento proposte dall'economista ecologico Herman Daly tornano d’attualità

[28 novembre 2013]

È facile riassumere in una sola parola le due settimane della Conferenza Onu sul clima, l’atteso evento di Varsavia per “salvare il pianeta, combattere l’inquinamento e difendere le risorse”: la parola è fallimento. Su tutti i fronti. Le delegazioni delle Ong hanno abbandonato in anticipo la Cop per protesta, per la prima volta dopo 19 edizioni. Alla fine di lunghe chiacchiere, come ha ammesso, amareggiato, il delegato filippino in Polonia «segnali politici per Parigi sono semplicemente troppo deboli». Il suo sciopero della fame, seguito dalla distruzione che ha portato nel suo Paese natale il tifone Haiyan, non ha portato alcun risultato. Non è stato preso nessun impegno.

A mente fredda, è giusto accettare in pieno questo fallimento della politica climatica. Far finta di niente, aspettando che passi l’appuntamento di Lima dell’anno prossimo per trovarsi privi di ogni base per le trattative decisive di Parigi 2015 – dove dovrà essere approvato un nuovo patto globale sul clima – non ci sarà d’aiuto. «Ci concentreremo – hanno dichiarato con grande buon senso le Ong, lasciando Varsavia – su come mobilitare la gente per spingere i  governi ad assumere la leadership per una seria azione per il clima». Occorrono dunque obiettivi ambiziosi che scaldino i cuori e le menti dei cittadini: le soluzioni al ribasso non emozionano e non servono al pianeta, forse solo alla politica per garantirsi un nuovo giro di giostra al prossimo passaggio dalle urne.

Per alzare l’asticella (ri)lanciamo una nuova proposta che è al contempo una vecchia provocazione: introdurre dei limiti all’utilizzo delle risorse naturali, piuttosto che correre affannosamente dietro alle percentuali di gas climalteranti emessi in atmosfera. Concentrare l’attenzione sulla testa del processo economico (ovvero l’estrazione e l’utilizzo di risorse) piuttosto che sulla coda (provando a contenere le emissioni) porta con sé numerosi vantaggi.

«Fisicamente – scriveva già l’economista ecologico Herman Daly negli anni ’70 – è più facile determinare e controllare lo sfruttamento che non l’inquinamento; ci sono meno miniere, pozzi e porti che non ciminiere, depositi di immondizie, tubi di scarico». La sua proposta rimane ancora tremendamente attuale: introdurre delle quote di sfruttamento alle risorse, rinnovabili e non, bandite da un soggetto pubblico. Una volta fissati i confini del recinto, il mercato potrà occuparsi di trovare l’allocazione più efficiente.

Quella delle quote di sfruttamento rappresenta un’istituzione «fondamentalmente conservatrice», in quanto si basa sui pilastri oggi vigenti nella nostra economia, ossia il sistema dei prezzi e della proprietà privata. Al contempo, potrebbero rappresentare un’innovazione fondamentale nella tutela del pianeta e, dunque, anche delle nostre società. Decidere il livello cui fissare le quote, ossia l’ammontare massimo di risorse utilizzabili in un dato periodo (per convenzione, un anno), rappresenta una scelta squisitamente politica e dunque affrontabile in un contesto pari a quella di una Conferenza Onu.

Rispetto a quarant’anni fa, quando Daly fece la sua proposta, oggi sono già presenti sulla scena nazionale meccanismi che potrebbero facilitare l’introduzione delle quote con il loro esempio. Uno dei più evidenti sono probabilmente quelli sul contenimento nell’utilizzo degli stock ittici (anch’essi una risorsa naturale, e delle più sovrasfruttate). Come oggi accade in questo campo, l’introduzione delle quote di sfruttamento sulle risorse potrebbe riguardare soltanto un numero circoscritto di paesi (a partire dai più sviluppati, gli Usa e le nazioni Ue): agli altri che non accettassero questa nuova forma di tutela ambientale potrebbero essere imposte forti limitazioni nell’import e soprattutto nell’export di prodotti, introducendo così un forte incentivo a rientrare nei dettami di un accordo sulle quote.

L’introduzione di vincoli all’utilizzo di risorse ne farebbe ovviamente aumentare il prezzo, ma non è questo un buon motivo per abbandonare il progetto, quanto piuttosto un indirizzo a trovare migliori tutele redistributive in favore del povero. E qui, nuovamente, entra in gioco la necessità di una buona politica.

Si tratta di un percorso finora intentato, ma che potrebbe essere affiancato – da qui al 2015, o forse anche in seguito – a quello tradizionale nell’avvicinamento alla Cop di Parigi, che comunque non potrebbe essere abbandonato in tronco. Finora i risultati nella lotta al cambiamento climatico sono stati troppo modesti per non tentare anche altre vie: senza avere alte ambizioni, sparando alla luna, non riusciremo neanche a salvare la nostra terra.