Cooperazione sostenibile. Da Varsavia una lezione paradossale su numeri e clima

[26 novembre 2013]

Anche a Varsavia, i numeri, a quanto pare, non valgono nulla. Eppure sono evidenti nella loro chiarezza cristallina. Provengono dal mondo scientifico e si fanno capire semplicemente da chi ha la pazienza di ascoltarli, parlano di un carbon budget, come da articolo uscito nel 2009 su Nature di un team europeo, cioè di una quantità di anidride carbonica che può essere ancora emessa per avere ancora un 25% di probabilità che l’aumento medio della temperatura globale non superi i 2°C. Si parla di mille miliardi di tonnellate rilasciate in atmosfera dai primi anni della rivoluzione industriale fino alla fine di questo secolo. Ad oggi ne abbiamo emessi circa 540 miliardi, ma con un’emissione di 35 miliardi di tonnellate all’anno e con un trend in aumento, il tempo è oggettivamente poco. Se a questo aggiungiamo che all’effetto della CO2 si somma anche quello di altri gas climalteranti, il tempo a nostra disposizione si riduce ulteriormente.

Tutto ciò alla diciannovesima Conferenza delle Parti Onu sul clima (COP19) appena conclusasi a Varsavia è passato paradossalmente in secondo piano. L’uscita da un regime vincolante come Kyoto, che imponeva tetti di emissione obbligatori da rispettare per i Paesi industrializzati, verso un impianto “pledge and review”, cioè sostanzialmente volontario, è ancora da definirsi nei suoi caratteri concreti. Questa nuova filosofia, base di quell’accordo globale che dovrebbe vedere la luce nel 2015 per poi essere applicato nel 2020, non va oltre ad un “wording” retorico ma poco concreto. Di quali percentuali di riduzione si tratti e a scapito di chi nessuno lo ha ancora definito.

Così come non si sono ancora definiti i modi e gli attori che verseranno quegli ipotetici 100 miliardi di dollari all’anno al 2020 come Green Fund, deciso alcuni anni fa alla COP di Cancun, e sul quale i Paesi industrializzati fanno orecchie da mercante. O ancora i fondi collegati al “loss and damage”, cioè ai danni causati da eventi estremi che, come le Filippine o la nostra Sardegna ci hanno dimostrato, saranno sempre più probabili ed impattanti.

La COP19 sarà ricordata per essere la COP delle lobby, considerati gli sponsor della conferenza (tra cui BMW, Opel e Arcelor Mittal), l’organizzazione parallela sostenuta dal Governo polacco di un’iniziativa sul carbone della World Coal Association e la defenestrazione del ministro dell’ambiente, nonché presidente della COP, perché troppo soft sul fracking. O forse per essere la COP che ha visto l’abbandono in massa delle ONG dalla Conferenza per protesta contro il nulla di fatto.

Molto più probabilmente, sarà agli annali per essere l’ennesimo nulla di fatto davanti ad un clima che, anno dopo anno, risulta essere sempre più impazzito.

Alberto Zoratti, Fairwatch e Cospe