Vivere nel Regno di Eswatini al tempo del cambiamento climatico

Richard Ngombo Masimula racconta come sta cambiando l’ex Swaziland

[11 ottobre 2018]

Abbiamo intervistato Richard Ngombo Masimula, nostro cooperante nel Regno di Eswatini dal 1999 e memoria storica dell’azione di Cospe nel territorio. Ci parla del suo Paese, delle sue difficoltà e delle opportunità che derivano dai progetti di sviluppo.

Richard Ngombo Masimula è il responsabile della componente acqua nei progetti di Cospe nel Regno di Eswatini (denominato Swaziland fino a poco tempo fa ndr). È una delle persone più rappresentative del nostro lungo percorso di cooperazione in questo paese. Profondamente legato alla sua comunità di origine, Shewula, la stessa comunità dove tutto iniziò per Cospe in Eswatini.

 

Qual è stato il tuo percorso e come ti sei avvicinato ai progetti di sviluppo e al lavoro delle organizzazioni internazionali?

Sono cresciuto a Shewula in una famiglia allargata con una decina di fratelli e sorelle. Ho frequentato la scuola primaria e secondaria nella mia città e ho completato la mia formazione con un corso sulla gestione delle risorse idriche. Sono entrato in contatto con Cospe nel 1999 avvicinandomici come volontario nel progetto di allora, incentrato sul tema dell’HIV – AIDS che era l’emergenza di quel periodo. Dopo questo primo intervento, numerosi progetti hanno preso avvio spostandosi anche su altri temi rispetto a quello sanitario: la questione delle donne e la tematica ambientale e di gestione delle risorse idriche sono infatti, altri temi rilevanti nel territorio. E io sono rimasto a seguirli.

Hai notato cambiamenti nella comunità di Shewula da quando sono iniziati i progetti di COSPE?

La comunità di Shewula è cambiata molto nel tempo e l’azione di COSPE nel territorio ha contribuito a questa trasformazione. I progetti di Cospe si sono concentrati sull’empowerment della popolazione, sul suo coinvolgimento e la volontà di conoscere e potenziare le competenze locali al fine di rendere le comunità stesse artefici e prime protagoniste del loro cambiamento. La comunità di Shewula si è rafforzata nel tempo, sia nel campo della sostenibilità economica, grazie allo Shewula Mountain Camp, un progetto di turismo comunitario adesso interamente gestito da noi, che nel campo della “sicurezza alimentare” con una serie di azioni che hanno  migliorato molto la vita sociale e le relazioni nella comunità, rendendola più solida e operativa.

I progetti portati avanti da Cospe nel territorio hanno tutti un’importante componente di genere, qual è stata la reazione delle comunità locali di fronte a questo approccio?

All’inizio molti uomini non hanno accettato di vedere le donne prendersi il proprio spazio ed essere così coinvolte nello sviluppo della comunità. Per questo, molte di loro hanno dovuto affrontare diversi ostacoli anche all’interno delle loro famiglie. Ma con l’introduzione dei progetti si è creato un meccanismo che ha incoraggiato sempre di più l’emancipazione femminile: essendo gli uomini più riluttanti nei confronti di questi interventi, sono molto spesso le donne a prendervi parte e dunque sono alla fine più formate e competenti. Questi progetti hanno dunque reso le donne più indipendenti e sebbene in un primo momento questo non sia stato accettato, gli uomini si sono dovuti presto abituare a questo cambiamento.

Un’importante sfida sul territorio è rappresentata dal cambiamento climatico. Ci sono stati interventi anche per contrastarne o prevenirne gli effetti?

Il territorio dove vivo presenta molte sfide in questo ambito ma è necessario, prima di affrontare specificamente il tema del cambiamento climatico, fare fronte alla scarsa disponibilità di acqua potabile di cui soffre l’area. La popolazione ha problemi nell’accesso alle risorse idriche, le fonti di acqua sono spesso lontane dalla comunità e i bambini e le donne sono costretti quotidianamente a fare molti chilometri e affrontare diversi rischi per raggiungerle. I bambini, ad esempio, quando tornano da scuola devono camminare per più di tre km per raggiungere la fonte di acqua da portare alle proprie famiglie prima di poter cucinare e studiare. Bambini che ogni giorno si alzano all’alba per andare a scuola. Inoltre, le fonti d’acqua sono molto spesso condivise con il bestiame e non essendo coperte sono esposte alla contaminazione e all’inquinamento diventando vettori di malattie.  I progetti di COSPE sul territorio hanno agito anche in questa direzione. Io ho lavorato con COSPE su un progetto dedicato all’acqua e ho analizzato i dati delle risorse idriche sul territorio: il 95% dell’acqua presente nel Regno di Eswatini è utilizzata per l’agricoltura commerciale e per l’irrigazione delle piantagioni di canna da zucchero, il 2% è utilizzato per l’industria e infine per la popolazione ne rimane circa il 3%.

Si può parlare di land grabbing ?

Certo, succede spesso che in questi territori le comunità vendano i loro terreni a chi vuole ampliare le piantagioni di canna da zucchero per avere acqua in cambio. È una forma di land grabbing quella di far leva sulla scarsità di questa risorsa sul territorio per accaparrarsi la proprietà delle terre.  Il cambiamento climatico si inserisce in questa situazione complicata: la scarsità della risorsa idrica fa sì che le comunità dipendano totalmente dall’acqua piovana per la loro agricoltura e per l’allevamento. Quando le piogge si riducono, l’agricoltura ne subisce le conseguenze influendo sulla quantità di cibo disponibile per le comunità. Questa situazione fa sì che il costo dei beni primari salga alle stelle e che la disoccupazione si amplifichi, con ricadute importanti sulla popolazione.

Sfide per il futuro, secondo te?

La miglior risposta a questo fenomeno è coinvolgere la popolazione fin dall’inizio. Se le persone comprendono la situazione che stanno vivendo possono organizzarsi insieme per risolverla, con risorse che partono dal territorio stesso.

di Cospe