World food day, Cospe: «Le terre del cibo una risposta al climate change»

Alleanza tra la comunità dei produttori e dei consumatori in una economia più attenta ai valori sociali

[16 ottobre 2018]

Salvarci dalle catastrofi, siano esse alluvioni, siccità, scioglimento dei ghiacci o azzeramento delle barriere coralline sarà possibile solo grazie a una rivoluzione dei nostri sistemi di produzione di energia, delle nostre diete alimentari, e dell’utilizzo del terreno. Più foreste, meno coltivazioni intensive e soprattutto meno pascoli. E l’agricoltura di monocolture e il consumo di carne che infatti incidono sul surriscaldamento della terra in modo incisivo e inarrestabile.

E’ questo il monito che esce sia dal rapporto del IPCC (Intergorvernamental Panel on ClimateChange) presentato lo scorso 8 ottobre in Corea e ampiamente dibattuto, che dal rapporto della Fao “State of Food and Agriculture Migration, Agriculture and Rural Development” presentato il 15 ottobre alla vigilia del “World Foodday” dove si legge: «L’agricoltura occupa più di un terzo della superficie terrestre della Terra e ha portato a riduzioni della copertura forestale e alla perdita di biodiversità. L’agricoltura utilizza anche più dei due terzi di tutte le risorse di acqua dolce e l’eccessiva applicazione di fertilizzanti in alcune regioni ha portato a zone morte negli oceani».

Ma quello che ci dicono oggi centinaia di esperti è già chiaro da tempo alle comunità di contadini e piccoli produttori con cui lavoriamo in tutto il mondo: dal Regno di Eswatini dove i coltivatori devono fare i conti con la crescente mancanza di acqua utilizzata nelle immense piantagioni di canna da zucchero, fino all’Ecuador dove i coltivatori di caffè devono spostarsi ad altezze sempre più alte delle catene andine (restringendo così la superfice coltivabile)  a causa dell’innalzamento della temperatura che uccide le coltivazioni  più in basso. Dove sono sempre state coltivate per generazioni.

Per non parlare delle mega piantagioni di eucalipto utilizzate per il bio carburante, in Brasile, nelle terre dei quilombolas dove lavoriamo, ma anche in tante altre zone: chilometri quadrati di enormi fusti che erodono il terreno e drenano acqua utile all’agricoltura familiare.  Gli esempi sono tantissimi e vanno dall’Asia all’Africa passando per l’America Latina e l’Europa. Ed è anche per questo contatto decennale con queste comunità che da sempre siamo convinti che solo il modello agroecologico e la salvaguardia della biodiversità darà una chance a questo pianeta. Sono quelle che definiamo “terre del cibo”, esperienze che sembrano piccole ma che saranno gli esempi fondamentali da seguire in tutto il mondo, che nutriranno il nostro e che porranno le basi per vivere in pace. Al riparo dai conflitti che le crisi ambientali portano con sé:  «Sono innumerevoli le terre del cibo, nessuna uguale all’altra – dice Giorgio Menchini, presidente COSPE e da sempre impegnato sul fronte ambientale – Luoghi magici di un incontro fra le comunità umane e l’ambiente che ha trasformato l’immensa biodiversità del pianeta in una sconfinata varietà di sapori, di culture, di paesaggi. Oggi  – aggiunge –  il sistema economico dominante vuole distruggere questo patrimonio ed espropriare le comunità di questo ruolo: si impongono modelli di tipo industrialista che accentrano nelle mani di pochi il potere di produrre, trasformare e distribuire lo stesso tipo di cibo in tutte le parti del mondo. Mentre pratiche insostenibili e l’impiego massicio di pesticidi e chimici, mettono a rischio suoli, acqua, foreste ma anche la salute delle persone e degli eco-sistemi. Viviamo infatti nel paradosso in cui su circa 900 milioni di persone che oggi soffrono la fame tre quarti vivono nelle zone rurali dove il cibo viene prodotto!»

La produzione del cibo è diventata, dunque, uno snodo decisivo dove si incrociano tutte le criticità dell’attuale modello di sviluppo: la centralizzazione delle forme di potere e di controllo, l’omologazione culturale, l’aggressione all’ambiente, la negazione dei diritti delle comunità e delle persone. Per questo è necessario mantenere e riportare la produzione del cibo nelle comunità locali: che sanno come nutrire le persone prendendosi insieme cura del proprio ambiente: «È un impegno – conclude Menchini –  che mette al centro l’agricoltura contadina e familiare, per restituire alla terra a chi la lavora e la custodisce, quella centralità culturale, economica, sociale che ha perduto nelle nostre società. Per tornare a presidiare i territori con pratiche agro-ecologiche in grado di contrastare i cambiamenti climatici. Per garantire a tutti il diritto ad un’alimentazione sana. Promuovendo l’alleanza tra la comunità dei produttori e quella dei consumatori nel quadro di una economia più attenta ai valori sociali».  Con una particolare attenzione a dare più potere alle donne, oggi come sempre in prima linea a gestire il cibo in tutti i suoi passaggi, dalla produzione, alla trasformazione, al consumo. E ancora prive in tanti paesi dei diritti più elementari di accesso alla terra.

di COSPE