Fino al 5 aprile è possibile partecipare alla consultazione pubblica della Commissione Ue per chiedere maggiori impegni per la tutela degli impollinatori

Wwf: i cambiamenti climatici sono una grave minaccia per gli impollinatori

In Italia nel 2017 la produzione di miele è calata dell’80% a causa della siccità

[29 marzo 2018]

Secondo il Wwf, «Una delle spie degli effetti negativi dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale è la drammatica diminuzione delle api domestiche e selvatiche. Dopo l’uso massiccio dei pesticidi i cambiamenti climatici rappresentano una delle maggiori minacce per gli impollinatori, da cui dipende oltre il 70% della produzione agricola per la nostra alimentazione. Un primo segnale arriva dalla produzione di miele». Secondo i dati forniti dall’ Unione nazionale associazioni apicoltori italiani, la produzione di miele, a causa della siccità del 2017, è calata del 80% e il Panda ricorda che «Proprio per le conseguenze della siccità, infatti, i fiori non secernono più nettare e polline e le api, in sofferenza per il clima anomalo, non solo non producono miele, ma rischiano di non riuscire a fornire il loro determinante servizio di impollinazione alle colture agricole».  Anche il secondo Rapporto sul Capitale Naturale in Italia presentato a febbraio dedica un capitolo al servizio ecosistemico dell’impollinazione e riconosce il ruolo fondamentale svolto dagli impollinatori. Nel 2012 il valore della produzione agricola di mele, pere e pesche è stata di 473,48 milioni di euro, è stato valutato in 56,96 milioni di euro il valore economico dipendente direttamente dall’impollinazione per il settore mele, pere e pesche. In definitiva, il servizio ecosistemico d’impollinazione contribuisce a circa il 12% (56,96/473,48) del valore della produzione agricola del settore preso in esame

Il Centro ricerche di bioclimatologia medica, biotecnologie e medicine naturali dell’Università di Milano ha pubblicato lo studio Ricerca su possibili influenze dei fenomeni climatici e ambientali quali fattori determinanti l’assottigliamento delle popolazioni apistiche mondiali”, che analizza la relazione tra il cambiamento climatico e il rischio per api e impollinatori basandosi sulle osservazioni meteorologiche dal 1880 e le osservazioni satellitari dal 1978, e ha confermato l’impatto dei cambiamenti climatici sulle popolazioni di api domestiche e selvatiche. Il Wwf evidenzia che «I risultati della ricerca coincidono con le conclusioni riportate nel 2011 dalla rivista Good, ovvero che l’aumento della temperatura del pianeta incide negativamente sulla salute delle api e quindi sul servizio ecosistemico dell’impollinazione. A rischio però sarebbe anche la produzione di miele, che secondo i ricercatori dell’Università di Milano rischia di scomparire da qui a 100 anni».

Il problema è che la stagione invernale dura sempre meno e, come spiega ancora il Wwf, «con temperature medie sempre più alte e con picchi decisamente anomali, ha innescato un probabile allungarsi della finestra di attività delle api, ipotizzabile in 20-30 giorni di lavoro in più l’anno». Secondo i ricercatori dell’Università di Milano «L’inverno più corto e più caldo determinerebbe uno stress aggiuntivo per le api e comprometterebbe la loro salute».

Anche il sincronismo tra la fase della fioritura e la ripresa delle attività di volo delle api dopo l’inverno potrebbe aver subito importanti sfasature. Una delle conclusioni dello studio del Centro ricerche di bioclimatologia medica riguarda «l’evidenza che il ciclo vitale delle api, durante il periodo invernale, tende a bloccare le covate». Per il Wwf, «Il cambiamento climatico contribuisce così al fenomeno della moria delle api in modo determinante, secondo solo agli effetti letali dei pesticidi, in particolare gli insetticidi neonicotinoidi condannati senza appello da una recente valutazione dell’Efsa, l’Agenzia Europea per la sicurezza alimentare».  Fino al 5 aprile è possibile partecipare alla consultazione pubblica della Commissione europea per chiedere maggiori impegni per la tutela degli impollinatori e il Wwf ha lanciato la campagna online “BeeSafe” e denuncia: Attualmente la Politica agricola cComune dell’Unione Europea non si prende cura come dovrebbe di api e di altri insetti impollinatori. Il Programma per lo sviluppo rurale  attribuisce infatti più contributi finanziari agli agricoltori che utilizzano pesticidi rispetto a coloro che praticano l’agricoltura biologica, l’unica pratica agricola veramente sostenibile per gli impollinatori. E’ paradossale che nel questionario della consultazione pubblica della Commissione Europea l’agricoltura biologica non venga neppure citata tra le possibile strategie da promuovere per garantire la tutela degli impollinatori. Per questo serve un forte richiamo dei cittadini affinché l’Unione Europea attraverso la sua politica agricola promuova con maggiore efficacia una agricoltura libera da veleni».

Nel 2016  l’Intergovernmental science-policy platform on biodiversity and ecosystem services (Ipbes), il panel di scienziati di 124 Paesi che studia la perdita della biodiversità e dei servizi ecosistemici per conto della Convention on biological diversity (Cbd), ha pubblicato il primo “Assessment Report on Pollinators, Pollination and Food Production” dal quale risulta che «Il 16% degli insetti impollinatori selvatici a livello mondiale è a serio rischio di estinzione», in particolare il 40% delle specie di api selvatiche e farfalle. Dopo la presentazione del rapporto dell’Ipbes si è formata la Promote pollinators – Coalition of the Willing on Pollinators, una colazione internazionale per  la protezione gli impollinatori alla quale stanno aderendo sempre più governi del mondo e che è «ispirata dalla convinzione dell’urgenza di una azione in rete per promuovere la tutela del servizio ecosistemico dell’impollinazione».

In Italia  ci sono oltre 45.000 apicoltori censiti, ma l’80% del patrimonio apistico nazionale, pari a 1,2 milioni di alveari sparsi nelle campagne italiane, appartiene a 20.000 di loro. Gli apicoltori hanno da tempo lanciato l’allarme per la drastica riduzione del numero e della produttività degli alveari e il Wwf concorda: «I cambiamenti climatici, insieme alle pratiche agricole intensive che richiedono l’utilizzo di pesticidi pericolosi per le api e gli altri impollinatori, mettono in pericolo questo inestimabile patrimonio dell’agricoltura italiana». Per questo il ministero delle politiche agricole ha deciso di monitorare le api con il progetto “BeeNet”,  la Rete nazionale di monitoraggio degli alveari realizzato nell’ambito del programma della Rete rurale nazionale. “BeeNet” è costituita da moduli di rilevamento composti ognuno da 5 postazioni localizzate in siti geografici rappresentativi dei vari contesti agronomici e ambientali del territorio italiano. Le postazioni sono composte da 10 alveari. L’obiettivo della rete di monitoraggio è «La sistematica raccolta d’informazioni sullo stato di salute delle famiglie di api tramite rilievi apistico-ambientali e prelievi di campioni di varie matrici (api morte, api vive, covata, miele, cera, polline, ecc.) da sottoporre ad analisi di laboratorio».  Ma il Wwf fa notare che «Mentre è attivo un monitoraggio sulle api domestiche, per il loro interesse economico diretto, nulla sappiamo sulla perdita delle popolazioni degli imenotteri selvatici che attraverso l’impollinazione sostengono l’intera agricoltura nei nostri territori».