A 130 anni dalla nascita di Gini fermate la ruota del Pil, vogliamo scendere

Il 23 maggio 1884 nasceva lo statistico e fascista italiano, oggi sulla bocca di tutti coloro che parlano di disuguaglianza

[23 maggio 2014]

Chissà come avrebbe reagito uno degli statistici più illustri che l’Italia ricordi se proprio alla vigilia del suo compleanno l’Istat avesse comunicato l’introduzione nel calcolo del Pil di una stima economica del commercio di droga, della prostituzione e del contrabbando di sigarette e alcool. Corrado Gini, da gran fascista qual era, probabilmente non avrebbe festeggiato volentieri. Ma ai suoi tempi la questione probabilmente neanche si sarebbe posta: grazie alla stima di Benito Mussolini – accompagnata ai grandi meriti scientifici di Gini – a capo dell’Istituto nazionale di statistica c’era proprio lui.

A 130 esatti dalla nascita di Corrado Gini (che vide la luce a Motta di Livenza, in Veneto, proprio il 23 maggio del lontano 1884) le cose sono cambiate un bel po’. Oggi l’Istat prende le mosse da un input arrivato dall’Eurostat – che a fine ‘800 non era ben chiaro cosa fosse – e comincia all’adeguarsi a un cambiamento contabile che era nell’aria da tempo (con anche qualche novità positiva, ne parlammo a suo tempo qui su greenreport).

Se Corrado Gini spulciasse oggi i dati statistici della nostra Italia qualcosa di vagamente simile ai suoi tempi però lo potrebbe ancora trovare nel coefficiente che proprio lui disegnò, e che da lui prende il nome. Il coefficiente di Gini è la misura oggi più diffusa al mondo per misurare le disuguaglianze di reddito tra i cittadini, e riempe giustamente la bocca di quanti si dichiarano consapevolmente di sinistra. Un destino strano, c’è da ammetterlo, per un indice costruito da un eminente intellettuale fascista. Ma quando uno strumento funziona, si sa, non importa molto da dove provenga.

È questo, appunto, il caso del coefficiente di Gini. Pur con tutti i suoi difetti, è molto efficace nel pennellare in modo semplice i tratti di una disuguaglianza (minima a coefficiente 0 e massima a 1) che continua oggi più che mai ad aumentare, macinando in fretta la pausa che si era presa durante il cosiddetto trentennio d’oro, dopo la fine della II Guerra Mondiale.

Guardando ai dati forniti dalla Banca d’Italia, nel 2011 in Italia (dove la tendenza è particolarmente marcata, ma riprende connotati comuni al resto dell’Occidente) il coefficiente di Gini era pari a 0,4. Non così distante da quello 0,5 stimato in un altro studio della Banca per l’anno in cui l’Italia nacque, nel 1861. Oggi sappiamo che con il proseguire della crisi economica le disuguaglianze di reddito si sono ulteriormente accentuate, un andamento ancora più forte per quanto riguarda la concentrazione della ricchezza in poche mani. Siamo in buona compagnia: nel mondo, oggi, secondo Oxfam sole 85 persone oggi «possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale», in una proporzione di forze evidentemente ridicola.

In compenso, l’andamento del Pil racconta tutta un’altra storia. Sempre a quanto riporta la Banca d’Italia, nel nostro Paese tra il 1896 e il 1913 il Pil per abitante crebbe in media dell’1,5 per cento annuo. Tra il 1950 e il 1973 in media del 5,3 per cento l’anno. Tra il 1973 e il 1992 del 2,5 per cento. Da lì all’anno 2000, dell’1,7. Poi lo stop: «Nel 2010 il Pil per abitante italiano era ancora uguale a quello del 1999». Una corsa che, vista con la prospettiva dei decenni, rimane comunque spettacolare. Peccato non possa dirsi lo stesso per la crescita dell’uguaglianza economica.

E oggi? Secondo l’economista francese Thomas Piketty, autore del Capitale nel XXI secolo e attualmente vera star internazionale in materia, «non siamo giunti alla fine di questo processo di divaricazione. Le diseguaglianze cresceranno ancora, rendendoci simili alla Francia pre-rivoluzionaria, dove i nobili rappresentavano l’1% della popolazione. È decisiva l’importanza dell’apparato di persuasione, con cui i privilegiati possono rendere la diseguaglianza accettabile, o inevitabile. Il XX secolo per invertire la tendenza alle diseguaglianze e imporre un cambiamento di direzione, ebbe bisogno di due guerre mondiali».

Una prospettiva che si complica ulteriormente se al computo dei problemi si aggiunge anche il progressivo deterioramento delle risorse naturali, mangiate ed espulse a quantità vertiginose dal nostro sistema economico. Qui l’emicrania si fa davvero seria, in quanto ancora non sono neanche disponibili stime accurate di questo processo digestivo globale. L’Italia, stando alla bozza del collegato ambientale alla legge di Stabilità 2014, per quanto la riguarda sembrava volerci mettere una pezza istituendo un Comitato per il capitale naturale, dedito alla contabilità ambientale, ma non se n’è saputo più nulla. Vedremo quando il testo finalmente uscirà dai meandri del Parlamento, dopo essere stato annunciato a metà novembre 2013.

Al momento ci accontentiamo di aggiustare il Pil con qualche lifting, e neanche dei più raffinati. Tutto questo forse ci suggerisce che semplicemente abbiamo sbagliato la prospettiva d’osservazione del problema. Su Il Post si può leggere di alcuni ricercatori i quali, con un paper appena sfornato, sono giunti alla conclusione che «alcuni animali di piccola taglia, a partire dai topi, usano le ruote nelle loro gabbiette perché gli piace farlo e non necessariamente perché sviluppano qualche nevrosi dovuta al fatto di trovarsi in cattività, come si crede». Ecco, forse presto scopriremo che lo stesso vale anche per i mammiferi più grandi e evoluti: gli homo sapiens sapiens.

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