A caccia della Felicità interna lorda

La nuova lezione del Bhutan, tra politica e happiness

[8 agosto 2013]

Si sono svolte da poco in Bhutan le elezioni: un fatto apparentemente banale, ma invece molto rilevante per un piccolo paese che, di fatto, sta vivendo una rapida, ma democratica, transizione da un regime monarchico assoluto a uno che vede la presenza di più partiti. Dal 2008, anno in cui il sovrano Jigme Singye Wangchuck, quarto re del Bhutan, ha accettato di cedere molti dei suoi poteri all’assemblea legislativa, sono state due le consultazioni: in una, il partito del monarca (Druk Phuensum Tshogpa (Dpt) o Partito della pace e della prosperità) ha stravinto (45 seggi su 47). Le ultime elezioni, invece, hanno segnato il trionfo inatteso del partito di opposizione (People Democratic Party o partito del popolo), sconfitto al primo turno ma uscente con una forte maggioranza (32 seggi) al secondo.

La stampa italiana ha avuto modo di seguire la vicenda e di sottolineare come il risultato elettorale, di fatto, sconfessi l’esperimento della Felicità interna lorda, che ha reso il Bhutan famoso in tutto il mondo in quanto primo paese ad abbandonare una contabilità nazionale fondata sul Pil per utilizzare un indicatore multidimensionale che tenesse conto di svariati aspetti[1].

Le cose, tuttavia, non sono così semplici. E un giudizio più accurato merita qualche approfondimento.

Innanzitutto, perché il fatto stesso che un partito d’opposizione abbia potuto vincere le elezioni, in una competizione elettorale fortemente democratica, mostra che l’approccio politico del sovrano ha comunque prodotto cambiamenti strutturali in seno alla società bhutanese, instillando il sanissimo virus della democrazia e della partecipazione alla cosa pubblica (vota più del 70% alle elezioni), che costituiscono, non a caso, una delle dimensioni dell’indice di Felicità interna lorda alla base della contabilità nazionale. Senz’altro, bisogna rendere merito a una classe politica che, in pochissimo tempo e, sopratutto, senza alcuna ribellione violenta, ha saputo produrre cambiamenti epocali nella vita del Paese.

Ci sono, però, altri caveat da tenere in conto: il primo è che, in buona parte, i risultati delle elezioni bhutanesi sono assolutamente non correlati all’utilizzo dell’indice di Felicità Interna Lorda. E’ semmai vero che il leader del partito d’opposizione ha saputo sfruttare un clima di ostilità e scetticismo diffusosi in seno alla società bhutanese rispetto al deteriorarsi dei rapporti tra il Bhutan e l’India, che fornisce al piccolo stato forti sussidi energetici ed è uno dei suoi principali investitori.

Il timore di una riduzione di questi flussi di denaro, con conseguenze nefaste da un punto di vista macroeconomico, ha prodotto senz’altro un deciso cambio di mood all’interno dell’elettorato, timoroso anche di un eventuale avvicinamento della leadership del Dpt alla Cina.

Il secondo caveat, invece, riguarda proprio la delicatezza, e attenzione, con cui si deve affrontare, sopratutto a livello di policy, il discorso di happiness, sopratutto allorché questo diviene un obiettivo esplicitato ufficialmente da un qualsivoglia governo.

Infatti, contabilizzare la felicità interna lorda attraverso la raccolta di statistiche multidimensionali non significa, per forza, produrre risultati sostanzialmente diversi da quelli di un sistema di contabilità basato sul solo Pil. Conta, semmai, l’approccio utilizzato. Se il modus operandi è l’utilitarismo consequenzialista, che valuta la bontà di un’azione dalle conseguenze che essa produce, conta poco che tale valutazione avvenga attraverso il PIL o altri indicatori.

Se al Pil, per ipotesi, si sostituisce come principio regolatore la felicità (in qualche modo misurata) della maggioranza dei sudditi bhutanesi, sarà considerato soddisfacente raggiungere tale obiettivo per il 50% + 1 dei cittadini.

Il che potrebbe anche significare avallare politiche che, a ben guardare, si fa fatica a difendere da un punto di vista dell’etica che esse incorporano. Prova ne sia, e qui la polemica è piuttosto vecchia, il trattamento subito dagli 850 mila nepalesi (minoranza etnica) espulsi dal regime come risultato dell’espressa volontà dei sudditi bhutanesi.

Se espellere 850 mila nepalesi dal Bhutan fa felice la maggioranza dei sudditi, un indicatore di felicità fondato su tale criterio, di fatto, aumenta. Il che, appunto (e per fortuna), non significa che il risultato sia difendibile da qualunque critica o incontestabile da un punto di vista della filosofia politica che fonda simili approcci.

L’importante è non avere un atteggiamento settario, fanaticamente acritico, che finisce con il perdere di vista la finalità stessa perseguita in pompa magna con proclami ufficiali. Senza dimenticare che il buon Aristotele, infatti, parlava di felicità come di una virtù civile, un bene in sé che non perseguiamo per qualche altra finalità.


[1] La qualità dell’aria, la salute dei cittadini, l’istruzione, la ricchezza dei rapporti sociali, la partecipazione politica, il benessere soggettivo tra gli altri