L’equilibrio sociale sottende a quello economico

Adam Smith, il self love e l’uomo come animale sociale

«L’uomo desidera naturalmente non solo di essere amato, ma di essere amabile». Una prospettiva, quella del filosofo ed economista scozzese, opposta all’homo homini lupus

[2 ottobre 2013]

Molti economisti si sono chiesti se l’interpretazione dominante del pensiero di Adam Smith non sia troppo semplicistica e unidimensionale: un dubbio conosciuto in letteratura come “Adam Smith problem”. L’argomentazione spesso utilizzata è che la Teoria dei sentimenti morali sarebbe un’opera giovanile, mentre La Ricchezza delle Nazioni sarebbe frutto di un ‘ritaglio’ più maturo del pensatore. Tuttavia, la tesi non è difendibile per due motivi: il primo è che sono stati trovati alcuni appunti degli anni ’50 in cui Smith anticipa le sue riflessioni sull’economia; e il secondo è che il filosofo scozzese lavora continuamente a correzioni e ristampe della Teoria dei sentimenti morali, rafforzandone semmai l’impianto.

Stigler, non potendo non riconoscere, nell’opera di Smith, l’esistenza di un’attenzione a dimensioni altre rispetto a quelle legate al self-interest come driver del comportamento economico, arriva comunque a sostenere che esso è “il più persistente, il più universale e quindi il più affidabile dei moventi umani”. Il tutto senza però offrire una valida argomentazione a supporto. Leggiamo tuttavia, per avviare la riflessione, la prima frase della Teoria dei sentimenti morali: «Per quanto egoista lo si possa supporre, l’uomo ha evidentemente nella sua natura alcuni principi che lo inducono a interessarsi alla sorte degli altri e che gli rendono necessaria la loro felicità». Felicità? Condivisione della sorte degli altri? Lo utility maximising behaviour, la ricerca dell’ottimo di una funzione di utilità che, in un contesto di libera concorrenza, porterebbe all’ottimo sociale (assunzione fondante del paradigma neoclassico in economia), sembra anni luci distante. E ci induce a una lettura più corretta di Smith, che appunto affianchi, più che contrapporre, La Ricchezza delle Nazioni alla Teoria dei Sentimenti morali.

Centrale, a questo fine, è l’interpretazione del concetto di self-love. Già, perché Adam Smith non utilizza la parola self-interest, ma self-love (amore di sé). E che cos’è questo amore di sé, fondato sulla sympathy? Non si tratta, come vorrebbe qualcuno, di un egoismo auto-interessato. Smith parla infatti di uno spettatore imparziale, una sorta di arbitro immaginario dalla cui approvazione dipenderebbe, in ogni contesto, la scelta della nostra condotta e che ispirerebbe, concretamente, le nostre azioni. Chi è questo spettatore imparziale? È un altro generico, probabilmente identificabile con la capacità umana di esprimere un giudizio su di sé.

L’uomo, infatti, non agisce per essere apprezzato dagli altri, ma in primo luogo per essere apprezzato da se stesso. In questo Adam Smith si sgancia dal pensiero di Mandeville, autore della Favola delle Api ed esemplificato dal motto: «Vizi privati e pubbliche virtù». L’azione cooperativa o disinteressata, solidale, non nasce da una vanità o dal giudizio che ci aspettiamo dagli altri. Nasce piuttosto dal giudizio che noi abbiamo di noi stessi, specchiandoci negli occhi altrui per trovare, nel loro sguardo, il nostro io interiore. Questa è la sympathy, anche denominata fellow-feeling. Il sentire comune, insomma, che porta l’uomo naturalmente a vivere in società.

Si tratta di una visione radicalmente opposta a quella dello Hobbes di homo homini lupus, un’antropologia pessimista ribaltata invece da Smith in una prospettiva di socialità positiva. L’uomo «desidera naturalmente non solo di essere amato, ma di essere amabile; ossia di essere quella cosa che è il naturale e appropriato oggetto d’amore. Teme naturalmente non solo di essere odiato, ma di essere odioso; ossia di essere quella cosa che è il naturale e appropriato oggetto di odio».

La società, per Smith, nasce dunque come continuo processo di aggiustamento (accomodation), un’operazione continua di misura volta, appunto, al raggiungimento di un equilibrio. Il filosofo scozzese usa un’immagine bellissima e lirica a un tempo: la comunità umana è come un’orchestra che, continuamente, tenta di accordarsi. Non è il concerto che conta ma, piuttosto, la ricerca dell’accordo attraverso la simpatia.

L’equilibrio sociale, così interpretato, sottende a quello economico dello scambio in cui il prezzo diventa elemento naturale in grado di soddisfare interessi e bisogni dei soggetti coinvolti nella transazione.

Smith scrive, nel pieno solco della tradizione aristotelica e antesignano di quell’Amartya Sen che, due secoli dopo la sua morte, nel 1999, vincerà il premio Nobel per l’economia (cominciando a destrutturare l’idea di benessere dominante all’interno dell’approccio neoclassico), che la socialità dell’uomo nasce grazie all’uso della parola e alla naturale propensione allo scambio.

Ci si costituisce in gruppo non per un’attitudine difensiva, quasi che la società e la divisione del lavoro fossero le uniche modalità, quasi necessarie, di regolazione dei rapporti tra economia e esseri umani. Lo si fa proprio per l’insita propensione allo scambio, per la possibilità di trovare qualcuno con cui relazionarsi, prima che scambiare merce contro denaro.

Il passo de La Ricchezza delle Nazioni (unico, in un testo di più di mille pagine) in cui appare il riferimento alla mano invisibile, è seguito da un altro brano, in cui l’autore scrive: «Chi ha mai visto un cane scambiare un osso con un altro cane», a sottolineare la naturale umanità dello scambio.

La società non nasce perché individui egoisti e auto-interessati trovano, appunto, la divisione del lavoro come il meccanismo più produttivo per aumentare la propria ricchezza e quella di tutti. Piuttosto la comunità, l’essere insieme degli uomini attraverso la parola, non solo è preliminare al mercato e alla divisione del lavoro, ma li rende possibili.

Per dirla con le parole di Bee (2011), «Il mercato di cui parla Smith è assolutamente tangibile, sorge dai sentimenti umani, da tendenze naturali, dalla vicinanza, dal self-love, e nulla ha a che fare con quella costruzione teorica e matematica cui darà luogo Walras e al suo seguito Pareto. Se il mercato di cui parla Smith parte dal commercio della vita quotidiana (the business of common life), ed è quindi assolutamente empirico, per Walras, che non è scozzese ma francese, il mercato è un astrazione assolutamente razionale che funziona indipendentemente dalla realtà concreta».

Proprio l’appiattimento della dimensione normativa (ciò che dovrebbe essere in un mondo auspicabile e perfettamente razionale) su quella descrittiva (ciò che effettivamente è, con tutti i limiti di una razionalità limitata) è tra le criticità maggiori del pensiero economico ortodosso. Recuperare la complessità filosofica di Smith, attraverso i suoi riferimenti alla tradizione aristotelica e i prodromi di quello che sarà l’approccio seniano, è fondamentale per riportare al centro dell’analisi economica quello che Marshall chiamava ‘uomo in carne e sangue’, dimenticato dai modelli neoclassici.

Tanto più che, per chiudere con un risultato empirico della letteratura più recente, quella neuro economica, che utilizza le risonanze magnetiche funzionali per studiare quali aree del cervello si attivano nel momento in cui un essere umano prende una decisione economica, Canessa e Motterlini (2011) hanno verificato di fatto la validità della teoria del fellow-feeling.

L’esperimento consisteva nell’osservare dei soggetti alle prese con delle scommesse monetarie che potevano comportare una perdita e, di conseguenza, del rimorso. Si è evidenziato come, per effetto dei cosiddetti neuroni-specchio, nel cervello di una persona che osserva il rimorso di un’altra, si attivano le stesse aree cerebrali deputate a gestire quell’emozione. Cioè, il tuo rimorso diventa il mio rimorso.

L’opportunità di rivedere la teoria economica alla luce della complessità del sentire umano non può prescindere da un recupero, essenziale, dei classici e dei loro capolavori. A cominciare dal convitato al banchetto della scuola di Chicago, Adam Smith.