Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Fabio Laurenti, presidente Cospe

Agricoltura, dal biologico una risposta al caporalato

[17 settembre 2015]

capolarato

Dal pomodoro ai massimi sistemi il passo è breve. Sono molte in questi giorni le riflessioni su un modello produttivo agricolo italiano che ha avuto la sua massima ribalta con le inchieste di Repubblica sul caporalato pugliese italiano, a cura di Raffaella Cosentino e Valeria Teodonio: si è scoperto che si muore di fatica e che per la maggior parte i lavoratori e le lavoratrici che accettano paghe da fame e trattamenti al limite della schiavitù sono di nazionalità italiana e sono donne (30.000 quelle che risultano impiegate in questo lavoro): meno di 30 euro al giorno per loro e circa 35 per gli uomini, raccontano le giornaliste che hanno cominciato a indagare su cosa succede nelle campagne del sud Italia a partire dal dossier “Terra ingiusta” di Medu (medici per i diritti umani).

Una delle reazioni più interessanti è quella di Fabio Brescacin, presidente Ecornaturasì nostro partner in tanti progetti legati alla sovranità alimentare, che in una lettera pubblicata oggi riflette sul fenomeno dello sfruttamento della manodopera e della filiera agricola, dal punto di vista della grande distribuzione bio. Fabio Brescacin nella sua lettera punta il dito contro due principali motivi, la perdita di una cultura agricola e un’enorme pressione al ribasso dei prezzi agricoli e conclude che «della situazione che sta emergendo ora, ed è bene che emerga, il responsabile non è solo il contadino che usa i braccianti in nero a basso costo e che non è in grado, culturalmente, di fare il salto verso un’agricoltura diversa, o il caporale che se ne approfitta, o i commercianti senza scrupoli, o le multinazionali della chimica, o le facoltà agricole delle università: siamo tutti noi che abbiamo aperto le porte, inconsapevolmente, a un pensare morto e che partecipiamo a un sistema economico che alimentiamo continuamente con le nostre scelte che non si chiedono cosa stia dietro un prodotto e dietro il suo prezzo».

Ma la verità è che il problema è globale: si potrebbe infatti costituire un sindacato internazionale dei braccianti, all’interno del quale quelli dei “nostri” campi di pomodoro si accompagnerebbero con i braccianti delle piantagioni di banane in Ghana, di canna da zucchero in Swaziland o di ananas in Centro America.

Perché il bracciantato, in Europa come in gran parte del cosiddetto sud del mondo, è un corollario di un modello economico, cioè di produzione, distribuzione e consumo del cibo, che avvelena le campagne, concentra la proprietà delle sementi e della terra nelle mani di poche multinazionali (generalmente straniere), privatizza beni comuni come l’acqua, distrugge il paesaggio agrario, impone la monocoltura che impoverisce e a volte inaridisce i terreni.

Le vittime? Qui come ovunque, certamente il consumatore finale ma anche e soprattutto le centinaia di milioni di famiglie che vivono di piccola agricoltura che in questo modello non riescono a schiodarsi dalla sussistenza ma che anche così sono quelle che sfamano il mondo. Il mondo è grande e diverso ma anche drammaticamente piccolo.

Con una qualche aggravante che al consumatore responsabile, come è quello che acquista biologico, dovrebbe interessare: sono occidentali le multinazionali che promuovono ogm, chimico e monocultura; sono occidentali o economie emergenti quelle che importano i prodotti della monocoltura; sono istituzioni europee quelle che ancora promuovono trattati commerciali ai paesi del sud del mondo che favoriscono la “penetrazione” dei nostri prodotti o delle nostre imprese che vanno a fare profitto a scapito delle produzioni e dei servizi locali.

Il consumatore finale può certamente fare la differenza, ma se allarghiamo lo sguardo al resto del mondo, dove il problema come detto è lo stesso pur in forme diverse, cioè il modello basato sull’agricoltura industriale, allora la scelta del consumatore non ha davvero la possibilità di essere la leva più importante su cui poggiarsi per cambiare le cose: mentre si lavora per una sensibilizzazione e responsabilizzazione del consumatore si deve accettare di cambiare le regole del gioco (del modello), agendo proprio sui punti su cui il modello dell’agrobusinnes si ancora:  proprietà della terra e dell’acqua, monocultura, multinazionali, importazioni, canali di distribuzione ecc. E’ la piccola agricoltura quella che deve essere risollevata e sottratta al circolo vizioso della sopravvivenza dove meccanismi nazionali e internazionali la confinano violentemente.

di Fabio Laurenti, presidente Cospe