Ambientalismo o catastrofe, socialismo o barbarie

[5 luglio 2013]

Leggendo l’intervista di Francesco Ferrante a greenreport.it sulla nascita del nuovo soggetto politico Green Italia, tra le tante cose condivisibili, mi ha colpito invece il modo in cui ha liquidato Sinistra ecologia e libertà: «Sel ha deciso di aderire al partito socialista europeo, scordandosi la “e” del suo nome», come se tra ecologia e socialismo ci fosse una distanza incolmabile, una differenza irriducibile. Anche lo scarso entusiasmo del Partito Democratico per la green economy viene fatto risalire ad un presunto vizio post-comunista e socialdemocratico difficile da rintracciare in un Partito che ha chiesto che si cambiasse il nome del gruppo socialista al Parlamento europeo per poter aderire e che, anche con teorie non sempre convincenti, tiene a tenersi lontano dal sindacato di sinistra e dalla sua categoria più determinata: la Fiom.

In altre discussioni precongressuali del Pd la socialdemocratizzazione del partito, che fino a poco tempo fa veniva invocata persino da Berlusconi, viene presentata dall’area renziana ed ex popolare come il peccato originale che impedisce al Pd di accedere all’Eden del governo e della modernità. C’è in questi giudizi liquidatori un che di fastidioso, come se si considerasse la base ancora di sinistra del Pd un reperto archeologico da tirare fuori dagli scaffali polverosi in periodo elettorale, come se quegli ideali, quelle passioni, quella necessità di giustizia sociale non avessero diritto di cittadinanza, fossero cose da vecchi in un Paese invecchiato.

Francamente, c’è da rimanere allibiti. Se guardiamo alla vecchia Europa, i  due Paesi più avanzati, quelli in testa a tutte le classifiche del benessere, libertà e buongoverno mondiali, la Norvegia e la Danimarca  sono governati da forze socialiste, i socialisti governano in Francia e probabilmente torneranno al potere in Germania (i due Paesi più importanti dell’Ue), sono in governi di coalizione i Belgio ed Olanda, si apprestano a rivincere le elezioni con i loro alleati di sinistra nel disastrato Portogallo, in Grecia il socialismo familistico ed arcaico del Pasok ha ceduto il passo ad una forza radicale e innovativa come Syriza, nell’est Europa ex comunista i socialisti sono l’unica alternativa ad una destra populista e xenofoba e dove, come in Russia ed Ucraina, la sinistra non c’è, il comunismo è stato sostituito da regimi autoritari e senza giustizia, da oligarchie che praticano un capitalismo liberista di Stato… Mentre  noi discettiamo della morte del socialismo la civile Europa (per non parlare della nostra Italia) tratta entusiasticamente il suo futuro energetico con le satrapie centroasiatiche che sono passate dal socialismo reale ad irreali culti della personalità di improbabili auto-dichiaratisi padri della Patria.

Un rapporto pubblicato poche ore fa dalla World meterological organization del’Onu ci dice che il primo decennio degli anni 2000 è stato segnato da catastrofi naturali tanto violente, numerose ed estreme come l’uomo non aveva mai visto e conferma che lo sviluppo capitalista sembra avere il fiato corto anche perché abbiamo superato la soglia, che potrebbe essere del non ritorno, delle 400 parti per milione di CO2 nell’atmosfera e che se continueremo così la catastrofe climatica è vicina. Sempre in questi giorni l’aggiornamento della Lista Rossa dell’Iucn conferma che la crisi della biodiversità non si ferma e che sempre più specie animali e vegetali stanno scomparendo da un pianeta che rischiamo di rendere irriconoscibile perché consegneremo ai nostri figli e nipoti una rete della vita fatta abrandelli.

In questo quadro di disastro climatico ed ambientale imminente solo una visione ambientalista ed unitaria del pianeta ci può salvare dalla catastrofe, solo la green economy, il risparmio di energia, risorse e materie prime possono garantire la sopravvivenza dell’umanità così come la conosciamo e degli esseri che insieme a noi abitano la Terra. Solo la generosità di specie ambientalista può fermare l’egoismo individuale che ha come orizzonte l’avidità del guadagno immediato, del business as usual.

Ma tutto questo è indissolubilmente legato ad un altro avvertimento lanciatoci dall’Onu qualche giorno fa, quando ha ammesso di aver sbagliato i conti della crescita della popolazione: su questo pianeta entro questo secolo saremo 11 miliardi di esseri umani, 11 miliardi che avranno bisogno di lavoro, scuola, assistenza sanitaria, energia, acqua e cibo,  che avranno bisogno e reclameranno giustizia sociale, diritti civili, rispetto ed amore… una vita decente.

Forse il socialismo sarà fuori moda nel Paese che ha visto nascere e morire il più grande e moderno Partito comunista dell’Occidente, ma nel cuore dell’impero capitalista, a New York, si sta realizzando un  parco Antonio Gramsci mentre da noi si intitolano le strade a Benito Mussolini e se erigono mausolei in onore degli sterminatori fascisti. Se in Italia riuscissimo per una volta a tornare alla visione cosmopolita di un gigantesco e modernissimo intellettuale come Gramsci e all’internazionalismo del Pci ci renderemmo conto che proprio dall’America viene la più feroce e raffinata critica al neo-liberismo ed alla globalizzazione capitalista e che Occupy Wall Street non è stata solo una roba da ragazzini neo-hippy ma una critica severa alla deriva crudele ed alla finanziarizzazione spietata dell’economia e che è servita a sdoganare una parola fino ad ora indicibile negli Usa: socialismo.

Ma le cifre dell’Onu, 11 miliardi di esseri umani, ci dicono che il futuro del mondo non è già più né in Europa né in America, stiamo vivendo gli ultimi illusori bagliori del domino occidentale, già offuscati ad oriente dal sole rosso cinese. Il futuro del mondo è nelle brulicanti baraccopoli asiatiche ed africane, nel nuovo socialismo dell’America latina che, tra mille sbagli, ha dato finalmente dignità e democrazia a popoli che hanno subito dittature fasciste e regimi autoritari che agivano per conto terzi. Il futuro del mondo, della sua pace, del suo benessere e della sua sicurezza è in Africa, che tra soli 50 anni avrà più del doppio degli abitanti dell’Europa e del Nord America massi insieme. E’ in quello che a noi sembra solo fango, polvere e disperazione che sta crescendo l’avvenire dell’umanità, esattamente nel continente dove è cominciata la nostra storia comune.

Lo sanno bene sia l’Onu, che ad ogni documento mischia soluzioni basate sul mercato a politiche fortemente sociali ed interventiste da parte dello Stato e lo sa bene Jeffrey Sachs quando dice in Vaticano, tra gli applausi convinti delle associazioni cattoliche e dei vescovi, che «La proprietà privata va inserita nel contesto di una destinazione universale dei beni» ed avverte: «Quelle che in Occidente leggiamo come crisi di estremismo e scontri di civiltà, in Africa sono in realtà crisi di fame e non potranno che peggiorare se non interveniamo sui fattori che le provocano».

E’ quello che chiedono gli egiziani in piazza Tahrir ed i turchi in piazza Taksim dopo aver scoperto che con l’islam politico conservatore e liberista non si riempiono le pance e si perdono i diritti. A questa richiesta di giustizia, di eguaglianza, di riconoscimento del diritto al lavoro, al cibo  ed all’istruzione ed alla salute si può rispondere solo con una vecchia parola vecchia e modernissima: socialismo.

Una parola che molti arabi, africani ed asiatici nemmeno conoscono, o che ricorda loro feroci dittature filosovietiche africane come quella etiope di Menghistu o i Kmer Rossi e le dittature comuniste tra Cina e Indocina, ma il socialismo è ogni giorno nelle azioni delle Ong nei ghetti, tra i coraggiosi sindacalisti delle fabbriche da 50 centesimi all’ora, nelle iniziative comunitarie contro il land grabbing delle multinazionali o delle risorse naturali.

Mentre noi, in questo piccolo e marginale Paese, dichiariamo estinto il socialismo in Africa, nel continente in cui ribolle il futuro e la disperazione del mondo, gli uomini più amati e conosciuti, il punto di riferimento delle forze più consapevoli e attive, sono Thomas Sankara, il giovane presidente “comunista” del Burkina Faso  assassinato perché aveva tolto dalla fame e ridato dignità al suo Paese con un nuovo socialismo dei poveri, e il vecchissimo Nelson Mandela, un altro pericoloso “comunista” che venne tenuto in galera dai razzisti sudafricani perché faceva paura anche a Washington e in Europa, che aspetta sul suo letto di morte che una mano pietosa metta fine alla sua vita terrena e lo consegni alla storia ed al pianto del suo popolo arcobaleno e del mondo.

Lunedì Papa Francesco sarà a Lampedusa ad affacciarsi sulla voragine marina dove sbatte ed annega la povertà del mondo, starà con la coraggiosa sindaca ambientalista di quell’isola sul confine tra il futuro e la paura, tra la speranza e quella barbarie che avanza spinta dall’ingordigia e dalla spietatezza degli spiriti animali del mercato, quella barbarie dalla quale, come scriveva un’altra eretica come Rosa Luxemburg, potrà salvarci solo un nuovo socialismo degli uomini e delle risorse.